matteo manassero

Il ferro 3 dal tee della 17 vola alto e dritto: 200 metri dopo la pallina si adagia a pochi centimetri dalla buca. La gente che già si assiepa a Troon in questi giorni di vigilia del 145esimo Open Championship applaude. Matteo Manassero che sta per concludere il suo turno di prova campo ringrazia, saluta, firma autografi. La storia del suo improvviso ritorno nel golf di vertice, suggellata dallo splendido terzo posto allo Scottish Open, fa notizia fra i campioni che si allenano per il terzo Major dell’anno. Da un fairway all’altro rimbalzano i saluti . Un suo ex caddie, dal green della 16, gli fa i complimenti per quel putt imbucato alla 18 di Castel Stuart che ha contribuito a portarlo qui. A restituirlo a quella élite nella quale era entrato di prepotenza ancora ragazzino e dalla quale era scivolato via per la lunga crisi che pare finalmente a una svolta.

“È una grande soddisfazione sentirsi di nuovo in contention – ci dice al termine del giro -in tornei di questo livello, era da un po’ che mi mancava. Se devo dire cosa è cambiato, quale sia stato il punto di svolta della crisi, penso soprattutto al tempo che mi son preso per me. I risultati non venivano e allora mi sono fermato. Ho lavorato su me stesso, ho ragionato a fondo su quanto sia stato fortunato nell’avere vicino persone come i miei genitori, Binaghi e pochi altri. Ho trovato una consapevolezza nuova: è come se mi avessero aperto gli occhi. Ho ripreso a lavorare con uno spirito diverso e le cose hanno ripreso a girare. Non posso dire che ci siastato un vero e proprio “clic” che ha riavviato il motore. Ma certo che la svolta è stata la qualificazione per l’US Open e poi il taglio passato a Oakmont con un bel secondo giro. In una parola: è tornata la fiducia. E quando ritrovi la fiducia, nel golf, il passo più importante è fatto.Ho ritrovato la capacità di reagire a un errore senza lasciarmene abbattere. Ho ritrovato l’efficacia del gioco corto. E adesso essere tornato qui, all’Open Championship, mi dà una grande motivazione.”
Ci si chiede, naturalmente, se sia intervenuta qualche modifica tecnica, ma Matteo minimizza anche quando gli riferiamo dell’incontro casuale, giusto stamattina a Prestwick (pochi chilometri da Troon) con Jason Floyd un coach che lavora in Spagna e che lo ha visto a Valderrama.

“Per quanto riguarda la tecnica – risponde – sempre d’accordo con Alberto ho lavorato un paio di giorni in autunno a Londra con Denis Pugh. Le sue indicazioni sono state di accentuare gli stessi concetti su cui stavo già lavorando. Quanto a Jason Floyd, lo abbiamo incontrato brevemente a Valderrama soprattutto perché dispone di un’apparecchiatura molto avanzata per l’analisi dello swing. Ad esser sincero è un’analisi talmente sofisticata che è anche difficile per me trarne precise indicazioni. È servita più ad Alberto per impostare il lavoro . Insomma non ci sono grandi segreti. È tornata la fiducia, son tornate le motivazioni, è tornato il gioco. E adesso vediamo come va l’esame di Troon.”

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