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Il mondo del golf piange il suo Re.

The King Arnold Palmer si è spento ieri sera a 87 anni presso il Medical Center dell’Università di Pittsburgh, a causa di complicazioni cardiache. Il campione americano era entrato in ospedale giovedì per sottoporsi a un intervento chirurgico al cuore nella giornata di oggi. lo scorso mese Palmer aveva subito un’operazione per fermare un’emorragia al colon e due anni fa fu sottoposto a un intervento per l’impianto di un pacemaker.

The King è stato una leggenda. Una figura storica, la cui importanza va ben al di là delle tante vittorie conquistate in carriera, 62 sul PGA Tour e ben 7 Major. Arnold Palmer ha trasformato il golf in quello che noi conosciamo adesso. Negli Stati Uniti l’ha reso un vero sport di massa, entrando prima nelle case degli americani e poi trascinandoli sui percorsi a fare il tifo per lui.

“L’uomo giusto, al momento giusto”, lo definì l’amico Jack Nicklaus anni fa. E fu proprio così. Le sue vittorie e la sua ascesa nel golf combaciano esattamente con l’arrivo della televisione nelle case americane. Questa novità, unita al suo carisma, al suo aspetto estremamente elegante  e telegenico ha dato al golf una popolarità senza precedenti.

Ma non era solo il suo aspetto: il suo modo di giocare lasciava tutti gli spettatori ‘incollati’ allo schermo. Non è mai stato un difensivista, ha sempre avuto un gioco di attacco, fin da quando mosse i primi passi nel golf.

Nato a Latrobe, una cittadina della Pennsylvania, iniziò a giocare ad appena tre anni. Suo padre, Milfred – per tutti Deacon – era greenkeeper e pro al Latrobe Country Club: fu egli stesso a insegnare ad Arnie come impugnare un bastone quando era ancora piccolo.

“Colpiscila forte figliolo”, gli diceva. “Colpiscila forte, vai a trovare la pallina e colpiscila ancora”, come ricorda lo stesso Palmer nella sua autobiografia.

E così fece, per la sua intera carriera. La colpiva forte, attaccando il percorso e regalando a tutti prestazioni spettacolari. Fu il primo giocatore del Wake Forest College a vincere il campionato individuale NCAA. Lo vinse nel 1949 e poi ancora nel 1950, ma poi decise di abbandonare gli studi: il suo migliore amico e compagno di squadra Bud Worsham rimase ucciso in un incidente d’auto al ritorno da una festa. Anche Palmer doveva parteciparvi, ma si tirò indietro: per questo, il grande campione non riuscì a superare la perdita, colpevolizzandosi per la tragedia accaduta.

Decise quindi di unirsi alla Guardia Costiera e dopo tre anni tornò sul campo a Wake Forest, dove nel 1954 vinse il suo primo US Amateur e divenne professionista. Nel 1958 vinse il Masters di Augusta e l’anno successivo fu l’avvento dell’Arnie’s Army. L’esercito di Arnie, nato da un piccolo gruppo di soldati di Fort Gordon e sfociato in intere legioni di suoi fan provenienti da tutti gli Stati Uniti solo per vederlo giocare, solo per fare il tifo per lui. Ad Augusta i biglietti iniziarono ad andare a ruba e Palmer divenne una star. Lo amavano perché egli stesso li coinvolgeva nella sua vita. Rispondeva alle loro lettere, non si tirava mai indietro dal firmare autografi ma soprattutto era uno di loro: il figlio di un greenkeeper, che tra un colpo e l’altro aiutava il papà a lavorare.

Il 1960 fu l’anno della consacrazione. Allo US Open di Cherry Hills, vicino a Denver, The King fece qualcosa di incredibile. All’inizio dell’ultimo giro, con sette colpi di svantaggio dal leader Mike Souchack, attaccò il green della buca uno con il drive e fece birdie. Chiuse in 65 colpi, recuperando lo svantaggio e lasciando alle spalle Ben Hogan e un giovane amateur di nome Jack Nicklaus.

Quello stesso anno, conquistò anche il suo secondo Masters di Augusta e decise poi di recarsi all’Old Course di St.Andrews per giocare il The Open Championship, sebbene molti suoi colleghi americani erano soliti snobbare il Major inglese. Proprio durante quel viaggio verso la Scozia, propose all’amico scrittore Bob Drum di creare un Grand Slam. E così fu: da allora, se un giocatore avesse vinto i quattro Major nello stesso anno, avrebbe conquistato il moderno Carreer Grand Slam. The King non ci riuscì mai: quell’anno, a St. Andrews, finì secondo per un solo colpo su Kel Nagle. Una sconfitta che non riuscì mai a mandare giù, ma nonostante questo, la sua partecipazione al British diede grande popolarità al Major.

Palmer tornò nel Regno Unito anche nelle stagioni successive, dove vinse per due anni consecutivi: nel 1961 a Royal Birkdale e nel 1962 a Royal Troon. Il ’62 si rivelò un anno decisivo, un anno in cui il suo destino si sarebbe incrociato – e successivamente legato per sempre – con quello di un’altra grande stella del golf. Allo US Open di Oakmont, un giovane rookie Jack Nicklaus sconfisse The King dopo 18 buche di playoff, infuriando l’Arnie’s Army ma lasciando presagire anni di grande spettacolo.

I due campioni furono legati per sempre, formando qualche anno dopo, con l’arrivo di Gary Player, il famoso trio dei Big Three del golf. Per cinque volte in carriera, Arnie e Jack si sono trovati a duellare per la vittoria. Quando Nicklaus vinceva nel ’62 US lo Open, nel 65 il Masters e nel 67 nuovamente lo US Open, Arnie arrivava secondo. Così, quando Palmer conquistava lo US Open del 60 e il Masters del 64, Jack chiudeva runner up.

Sempre insieme, così come nel cerimoniale colpo di apertura dell’Augusta National inaugurato nel 2007 dallo stesso Arnold Palmer. Amavano competere sul campo e trascorrere il tempo insieme anche fuori dal campo. E senza dubbio, oggi più di tutti, è l’Orso d’Oro a sentirne di più la mancanza.

“Il mio amico – l’amico di tanti – se n’è andato”, ha dichiarato Nicklaus in un comunicato ufficiale. “So che era a Pittsburgh per cercare di stare meglio. Arnie ha sempre fatto così. È sempre stato un lottatore, non ha mai rinunciato a nulla. Non si è arreso nemmeno questa volta. Forse il suo corpo l’ha fatto, ma so che lo spirito di Arnie non l’avrebbe mai fatto. Spero di avere un’altra occasione per parlare con lui, ma sono così felice di averlo fatto un paio di settimane fa per il suo compleanno (il 10 settembre). Sembrava stesse alla grande. Io e Barbara siamo scioccati e incredibilmente tristi. Era uno dei miei migliori amici e lo è stato da sempre. Mi mancherà immensamente”.

Così come mancherà anche tutto il mondo del golf.

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