Big Bertha Steelhead 3 wood

Il vecchio bastone giaceva lì, abbandonato da anni. Lì, cioè nel soppalco che nelle case contemporanee surroga i compiti delle soffitte di un tempo, rifugio di ogni oggetto dismesso ma da cui si fa fatica a distaccarsi. E, talvolta, per fortuna. La “cosa” non esiste più nell’uso quotidiano ma c’è ancora, sia essa una valigia dell’era pre-trolley o un quadro sfrattato dalle pareti di casa per l’arrivo di nuove opere o una vecchia sacca. Oppure, come in questo caso, un legno 3 dell’anno 2000: un “Big Bertha Steelhead” che mi aveva accompagnato (e devo dire felicemente) nei primi passi post handicap. Poi, come sempre accade, era stato soppiantato da successori via via più tecnologici, perché (e anche questo è un classico) quando i colpi cominciano a far cilecca non si pensa tanto a migliorare lo swing quanto a cambiare l’attrezzo. Però da quel legnetto ormai “vintage” non mi ero mai separato del tutto, rifiutandomi di darlo in cambio all’acquisto di qualcuno dei suoi eredi. Era rimasto lì, fra le carabattole che in ogni casa si accumulano: non era più in sacca, ma c’era.

E siccome la vita è fatta di coincidenze, mi son trovato ad arrampicarmi su per la botola del soppalco per richiamare in servizio – su richiesta di mia moglie – un abat jour da tempo dismesso, proprio nei giorni in cui la vita golfistica era tormentata da un’improvvisa inefficacia nei colpi lunghi dal fairway. Tra oggetti d’ogni genere, ecco l’apparizione: una folgorazione, quasi. Chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte – come il Napoleone de Il 5 maggio – ho rivisto d’improvviso le traiettorie alte e profonde che partivano da quell’antenato. E ho risentito quel suono argentino, tipico di quel modello e mai più riscontrato in altri, che segnalava subito la corretta esecuzione del colpo. Se avevi colpito nello sweetspot avvertivi una nota acuta, come quella di una corda di arpa pizzicata con maestria. La nostalgia, si sa, è canaglia per definizione.

Dimentico del resto (l’abat jour), ho tirato giù il bastone e, secondo programma prestabilito, ho raggiunto gli amici al Circolo per la partitella di tardo pomeriggio estivo (le più belle dell’anno). Dopo il tee shot sul primo par 5 ho estratto la ripudiata Durlindana e, in un dolcissimo e acuto “tiiin”, ho visto la pallina atterrare a centro pista, circa 170 metri dopo. Gli amici, che avevano vissuto con me il recente tormento di legni flappati o rattonati, si son complimentati per il cessato allarme, senza scoprire però il segreto della soluzione. Non hanno buon orecchio, i tapini (specie uno di loro). La faccio breve: è andata avanti così, cioè bene. Non che tutto fosse perfetto; ma a ogni colpo buono cresceva la fiducia nello strumento, tanto da accettare serenamente anche un paio di vangate non ideali, nella convinzione di potermi rifare. Come quando, in un par 3 di 165 metri, l’ho stampata per il birdie poco oltre l’asta. Un trionfo.

Tornato a casa di ottimo umore, ho trovato mia moglie indaffarata attorno all’angolo dove stava operando gli spostamenti di mobilio senza i quali pare che, periodicamente, le donne non possano sopravvivere. «Ecco», mi ha detto, «ho sistemato tutto. Mi dai l’abat jour che era nel soppalco?». Panico. Avendo completamente rimosso l’affare-illuminazione alla vista del legno 3, mi ritrovavo a rischiare la consueta accusa di inadempienza domestica. O, peggio, di rimbambimento senile. «Ho avuto una splendida idea», ho replicato con prontezza sorprendente anche per me. «Domani porto dall’elettricista quel bellissimo legno 3, comprato il mese scorso. Gli faccio innestare dei led sulla testa e ne vien fuori una lampada che non ha nessuno. Che ne dici?». La sventurata non rispose (sempre Manzoni che mi perseguita). Ma il suo silenzioso scoramento voleva dire molte cose. E nessuna era lusinghiera, per me.

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