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La Ryder Cup torna in America. Chapeau per il gioco messo in campo in questi tre giorni dai campioni statunitensi. Hanno giocato meglio di noi, magari anche con un pizzico di fortuna in più. Ma se fino a ieri sera si poteva ancora sperare in un rovesciamento di fronte a favore di noi europei, già dalle prime battute pomeridiane era facile intuire come sarebbe andata a finire. Perché se prendi l’esperienza di uno come Phil Mickelson e la unisci al carisma di Patrick Reed, al coraggio di Rickie Fowler, alla classe di Dustin Johnson e alla forza di Brandt Snedeker… Era difficile uscirne vincitori. Si dice sempre che le gare importanti si vincono intorno al green e così è stato. Gli americani hanno imbucato ovunque, dalle corte ma soprattutto dalle lunghe distanze. Hanno centrato putt incredibili, costringendo spesso noi europei a pareggiare la buca con il birdie.

Sono stati tutti fantastici, superiori e più in forma, sia mentalmente che nel gioco. Davis Love III ha studiato tutto nei minimi dettagli: dalla cena a casa di Jack Nicklaus per formare meglio il gruppo dei possibili giocatori alla scelta delle Wild Cards. Ma soprattutto non ha sbagliato nemmeno un accoppiamento, argomento che in campo europeo porta un po’ di amarezza. Se solo Clarke avesse lasciato la coppia Garcia-Bello anche ieri pomeriggio, chissà come sarebbe andata a finire. Ma con i se e con i ma, purtroppo la storia non si fa. E forse ci ha messo lo zampino anche il destino.

Sembrava scritto che dovesse essere il match di Westwood contro Moore a consegnare il trofeo in mano statunitense. A fargli raggiungere quel 14 1/2 necessario per vincere. Un match che il campione inglese ha perso alla 18, nonostante fosse in vantaggio fino al tee della 16 per 2up. Proprio lui, il giocatore più discusso, che durante il 4-ball di ieri ha letteralmente buttato via un punto insieme a Danny Willett. Inutile stare qui a recriminare, gli americani sono stati più forti. Phil Mickelson ha incantato sia nei match a squadre ma soprattutto nel match di oggi contro Garcia, ma anche lo spagnolo non è stato da meno.

Lefty ha imbucato putt pazzeschi, compreso il birdie alla 18. Nulla ha potuto un grande Sergio, che ha pareggiato il match e che forse è stato il migliore tra i veterani. L’unico, ad aver dimostrato passione e voglia fino alla fine. Un vero Ryder player. Non solo Lefty però, perché decisivo è stato anche il carismatico Reed. È stato travolgente, ha messo in campo un gioco perfetto per tutti i tre giri, specialmente oggi contro un impotente McIlroy, che ha sprecato davvero tanto. Rory ha sbagliato due putt consecutivi dalla corta distanza, putt che avrebbero sicuramente aiutato a ribaltare il risultato finale.

Proprio il suo match, insieme a quello di Justin Rose contro Fowler, sono stati i punti decisivi per la vittoria americana. Anche il campione inglese protagonista delle Olimpiadi di Rio avrebbe potuto portarsi in vantaggio già dalla 12, quando ha perso l’occasione di andare 1up. E in Ryder, le occasioni è sempre meglio non sprecarle. Un match, che sembrava facile e conquistabile – perché Fowler siamo sinceri, non ha brillato come i compagni – si è trasformato in una sconfitta sul green della 18.

Grande merito va però alle nostre matricole, specialmente a Cabrera Bello e a Thomas Pieters. Entrambi hanno registrato una vittoria dietro l’altra, sia in coppia che nei singoli. Sono stati i soli, insieme a Stenson e Kaymer, ad aver vinto quest’oggi. A dimostrazione, ancora un volta, che forse Bello qualcosa di buono poteva farla anche ieri in quattro palle con l’amico connazionale Sergio Garcia. Addirittura Thomas Pieters ha registrato un grande record per una matricola: quattro match vinti su quattro, meglio di Garcia nel 1999 quando ne vinse tre.

Un importante segnale per il futuro, perché ora non bisogna fare altro che pensare al 2018 di Parigi, quando potremo rifarci, anche a livello di tifo, visto quello decisamente scorretto e antisportivo di Hazeltine. I complimenti vanno fatti comunque a tutti: a Danny Willett, a Matthew Fitzpatrick, molto giovane con grandi prospettive davanti a sé. Ad Henrik Stenson e ad Andy Sullivan, anch’egli carismatico potrebbe diventare il Reed Europeo. A Chris Wood, calmo e preciso, che ha portato Dustin Johnson fino alla 18, e a Martin Kaymer.

Forse, in fondo, doveva finire proprio così: in onore e in ricordo del grande Arnold Palmer. Questa Ryder Cup è soprattutto per lui.

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