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Amen Corner. Tutti i golfisti sanno cosa sia: il terribile “angolo” di Augusta, che comprende la buca 11, 12 e 13. Si tratta di White Dogwood, Golden Bell e Azalea, le tre buche più belle e anche più difficili da conquistare, che ogni anno recano non pochi problemi ai tanti campioni, costretti a passare tra le loro insidie. Buche decisive, che non poche volte hanno cambiato le sorti del torneo e che, proprio per questo, inducono i professionisti … a “pregare che vada tutto bene”.

Da ciò, verrebbe automatico dire, il nome Amen Corner. Ma non si deve cadere nel tranello: le preghiere c’entrano nulla. Per scoprirlo occorre tornare indietro al 1958, quando a vincere il Masters fu un giovane ragazzo di nome Arnold Palmer. Era la sua prima vittoria a un Major e, possiamo dire, avvenne in un modo davvero inaspettato e quasi incredibile.

Piovve molto la sera prima e durante la mattinata dell’ultimo giro di quel Masters. Tanto, da allagare parte del percorso e da costringere gli organizzatori a introdurre una nuova regola locale: un giocatore avrebbe potuto droppare senza penalità, qualora la sua pallina fosse stata ‘impicciata’ nel terreno.

Una regola, che i golfisti amatoriali oggi conoscono bene, ma che allora fu una novità. Ebbene, proprio al par 3 della 12, Arnold Palmer tirò un ferro che superò il green e sfortunatamente si impicciò nel rough, posto appena dietro. L’arbitro presente sulla buca, ignaro della regola locale introdotta quel giorno, disse a Palmer di giocare la palla così come si trovava. Arnie non batté ciglio.

Mise un alza pitch vicino alla pallina per segnare dove fosse e approcciò. Chiuse la buca con un 5, doppio bogey, mancando un corto putt per il bogey. Una volta riposta la bandiera, si diresse nel rough doveva aveva lasciato l’alza pitch e, memore della regola locale ma soprattutto consapevole dell’errore dell’arbitro, dichiarò di voler giocare una seconda palla dal punto in cui giaceva la prima. Così droppò e … chiuse la buca in par!

A quel punto, nessuno – compresi i giudici – sapevano realmente quale punteggio Palmer avesse ottenuto alla 12. Dal canto suo, The King continuò imperturbabile a giocare: alla 13, un par 5 di 435 metri, tirò un perfetto drive in centro pista e con il secondo colpo – un fantastico legno tre – prese il green. Fu per lui una passeggiata centrare il putt di cinque metri per l’eagle.

Alla 14 Palmer ebbe la conferma del proprio punteggio: i giudici – proprio per quella famosa regola locale, introdotta per le cattive condizioni del campo – decisero di tenere valido il secondo colpo droppato alla 12, assegnandogli così il par sullo score. Due colpi in meno e la consapevolezza di essere il nuovo vincitore del Masters.

“Nel pomeriggio prima dell’inizio del recente Masters, una cerimonia meravigliosamente suggestiva si è svolta nel punto più lontano dell’Augusta National – giù nell’Amen Corner – dove il Rae’s Creek si interseca con il fairway della 13 vicino al tee, poi scorre parallelo al bordo frontale del green della corta 12 e infine vortica a fianco del green della 11”.

Così scriveva Herbert Warren Wind, celebre penna di Sports Illustrated, di quella memorabile giornata del 1958. E fu proprio grazie a lui, che il soprannome “Amen Corner” entrò a far parte di Augusta e del Masters. Il giornalista volle infatti coniare un termine forte e orecchiabile, per descrivere le gesta messe in campo da Palmer, con capacità e fermezza, in un momento topico di quel Masters. Una sorta di nickname che avrebbe dovuto identificare proprio quell’angolo – il fairway della 11, l’intera buca 12 e il tee della 13 – in cui The King vinse il suo primo Major.

Così Wind cominciò a pensare a quale espressione con la parola “corner” potesse utilizzare, all’infuori del noto corner definito nel calcio. L’unica che gli venne in mente, fu il titolo di una canzona sentita anni prima, diretta da Milton Mezzrow e registrata dalla Bluebird Record: “Shouting in the Amen Corner”. La canzone di per sé aveva nulla di particolare, ma quell’espressione, Amen Corner, aveva qualcosa di speciale. La inserì nel suo articolo e la usò per identificare l’angolo decisivo dell’Augusta National, inconsapevole di quale grande tradizione del Masters sarebbe andato così a creare.

Un’intuizione che calza davvero a pennello: il nome è perfetto per identificare le tre temibili buche, diventate ormai uno dei luoghi più conosciuti dello sport internazionale. E alla fine, ricordando il brutto 8 alla 12 di Sam Snead e di Billy Casper o il 13 – avete letto bene – di Tom Weiskopf alla stessa… verrebbe anche da dire, che affidarsi alla preghiera potrebbe sempre aiutare gli audaci campioni.

amen

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