Buca5 sestriere_2014-2015

Fine luglio 2014, un mattino. Arrivo al Golf di Sestriere, di cui sono presidente da nove anni e incrocio sguardi cupi. I green e i tee di partenza sono “tatuati” da striature rossicce mai viste. Ci si sbilancia in qualche ipotesi, dai macchinari da taglio a un fungo misterioso, chissà perché proliferato a 2.000 metri. Due giorni dopo, sprofondiamo nello sconforto: green, avant-green e tee di partenza di 18 buche sono deserto che avanza! Siamo ad agosto, clou di un’attività dai mesi contati, l’ombra di un sogno fuggente quale può essere la stagione golfistica a simili quote. Arriva Alessandro Bertolini, tecnico scientifico e massimo esperto in piani di analisi dei terreni, titolare dell’AGEC, società che si occupa della manutenzione di ben quaranta campi in Italia e di molti altri all’estero, fra i quali Dar Es Salam, la perla del re del Marocco, a Rabat. Il sospetto è immediato, inquietante: sabotaggio!

Mai accaduta una cosa del genere in Italia. I soci e gli amici non ci abbandonano, continuando a scorazzare mestamente sui fairway, oasi smeraldine tra un drive dal bunker (a questo si erano ridotti i poveri tee) e l’inevitabile sequela di putt su gruviere di sabbia. La sentenza non tarda: crimine ecologico-sportivo perpetrato a mezzo di idrocarburi, cosparsi a iosa soprattutto nei punti più reconditi del campo. Dei vandali nessuna traccia, ma il Golf di Sestriere è tornato miracolosamente agli onori del mondo grazie al lavoro del nostro staff, diretto magistralmente da Bertolini, taumaturgo capace di un’impresa impossibile, considerando che il colle, da novembre a giugno, va in letargo, sepolto da una coltre di neve che, non di rado, va rimossa con i gatti delle nevi. Stupefatto dal capolavoro che ha resuscitato un circolo storico a rischio chiusura, ho approfittato della costante presenza di Bertolini per informarmi sulle normative dei trattamenti, tasto dolente in un momento in cui è di vitale importanza l’ottimizzazione dei costi.

Sapevate che, seppur in una sorta di vuoto legislativo, i fitofarmaci, fungicidi insostituibili per debellare ad esempio il Dollar Spot (la lebbra che divora l’agrostide sui green), contemplano l’ottemperanza dei cosiddetti “tempi di rientro”, ovvero da 24 a 48 ore di inaccessibilità per golfisti e operai? D’altronde, se pensiamo che l’Agrostis capillaris è un’erba che, per sua natura, dovrebbe vivere a una lunghezza di un metro e mezzo, invece che ai 3 millimetri delle nostre superfici rasate, è intuibile la nocività di tali sostanze. Attualmente ne esistono già di naturali all’80 per cento ma, tra breve, si dovrà passare all’eco-totalità, con un incremento dei costi dal 50 al 70%, pena multe superiori a 100.000 euro e denunce penali per presidenti e responsabili. Dunque, non si scherza. Oltretutto, la chimica è curativa, nel senso che in piena stagione la proliferazione di un fungo viene annientata da bombardamenti ad hoc, a differenza del biologico o, più correttamente, dei prodotti in assoluta assenza di tossicità, utili solo alla prevenzione mediante profilassi mirate, in base alle caratteristiche di climi e suoli. Aumenti di spesa in arrivo? Consoliamoci pensando al risparmio dei green fee persi, oltre al disagio dei “carrellanti”, nei giorni di chiusura del campo per trattamenti, non pianificabili al pari dell’improvvisa comparsa di una malattia; ma soprattutto all’idea di non ammalarci per una… pallina da Golf.

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