Quanto tempo bisognerebbe impiegare per effettuare un colpo? Secondo uno studio che ha analizzato 25 giocatori della Hall of Fame, appena pochi istanti pena la perdita di sicurezza e concentrazione. Ma la realtà degli amateur è molto diversa…

Tutto in otto secondi di Bob Carney – foto di Hugh Kretschmer

È una domanda semplice, ma importante: quanto tempo bisognerebbe impiegare per effettuare un colpo di golf? Passando al setaccio la maggior parte dei manuali si trova molto materiale sul “timing” ma poco sul tempo. È il motivo per cui un nuovo libro intitolato “Golf’s 8 Second Secret: what separates golf’s greatest champions”, scritto dal professionista PGA Mike Bender insieme a Michael Mercier (amateur di ottimo livello), ha acceso un dibattito in merito. Gli autori sostengono che un colpo – dal momento in cui si posiziona il piede anteriore, ci si mette sulla palla e si effettua lo swing fino al finish – dovrebbe impiegare otto secondi. Si inizia però a contare questo lasso di tempo solo dopo che il giocatore ha attentamente valutato le condizioni del colpo, registrato i pensieri sullo swing e trovato la concentrazione. In altre parole, vai e colpisci.

Bender e Mercier hanno studiato dozzine di grandi del gioco tramite filmati tv, film e anche vecchie sequenze fotografiche. E hanno visto che questo è il tempo che regolarmente impiegavano da Bobby Jones a Mickey Wright e Phil Mickelson. Altri, come Lee Westwood, tendono a metterci di più o meno tempi diversi, soprattutto sotto pressione, e questo porta a problemi. Gli autori aggiungono che prima ancora la routine pre-colpo del giocatore dovrebbe durare non più di 10/12 secondi, per un totale quindi di 20.

Nei nostri campi, siamo altrettanto veloci? A giudicare da uno studio americano non ufficiale sui dilettanti, la maggior parte dei “giocatori del week-end” non ci si avvicina nemmeno. Sono dei “precisini da check-list”, che verificano le cose da fare e quelle da evitare mentre si posizionano sulla palla, a volte per addirittura 20 secondi. E se aggiungiamo la routine pre-colpo, il tempo raddoppia.

Anche se Bender e Mercier pensano che tutti noi possiamo imparare a colpire in otto secondi, alcuni dei coach più illustri del golf non la pensano così. Sono d’accordo, però, su tre cose: bisognerebbe fare lo swing senza attardarsi sulla palla; questo tempo dovrebbe essere lo stesso per ogni colpo; e, comunque, si tratta di una questione personale.

I coach concordano con il libro in merito alla procedura di tiro. Sostengono che “pensare” il colpo possa durare quanto si vuole. I pro del Tour, per esempio, tendono a impiegare più tempo per decidere se rischiare o meno intorno al green. Ma una volta che la decisione è presa, la prova e l’esecuzione non devono durare più di 20 secondi. L’idea è quella di passare dal calcolo consapevole all’azione istintiva: immagini, decidi, senti e infine agisci. Mischiare i passaggi, come discutere della scelta del bastone quando si è già sulla palla, porta a performance scadenti.

«Se impieghi troppo tempo sulla palla, i tuoi piedi s’inchiodano», avverte l’istruttore Dean Reinmuth. «Di conseguenza l’intera parte inferiore del corpo resta bloccata, la parte superiore diventa più veloce, e il tuo movimento sembra rapido, ma la realtà è che ci hai messo troppo».

Lo psicologo sportivo Gio Valiante concorda con gli autori su un punto: «Si parla di circa 20 secondi dalla routine al finish. Ma è un range di tempo. Alcuni ce ne mettono 23, altri 17. Non può essere uguale per tutti. Tutti emuliamo i migliori giocatori del mondo. Ma loro non emulano nessun altro».

Solo Jack Nicklaus, tra i 25 giocatori della Hall of Fame che Bender e Mercier hanno studiato, seguiva una variante della regola degli otto secondi: trascorreva meno tempo sulla routine pre-colpo e stava molto più a lungo sulla palla, sempre però per un tempo totale di 18/20 secondi. «Quasi sempre sotto pressione c’è la tendenza a metterci più tempo», ricorda lo psicologo sportivo Bob Rotella. «Ma il vero problema è quando passano troppi secondi tra l’ultimo sguardo all’obiettivo e lo swing. Io cerco di insegnare ai miei pazienti di seguire il primo istinto, che è frutto di sicurezza e dedizione. Il secondo può essere pieno di timori e dubbi». Di solito Rotella chiede ai suoi pazienti di eseguire uno swing di pratica, fluido e rilassato; e poi raccomanda loro di costruire una routine su quello.

Josh Zander, un professionista istruttore di Golf Digest che ha giocato l’US Open 1992, avverte che, a prescindere dal tempo impiegato, ci si deve sentire pronti a colpire. «A volte conto fino a quattro quando mi approccio alla palla. Poi vedo un’immagine del colpo e il mio cervello mi dice che siamo pronti. Non so se siano otto secondi o meno. Ma il segreto è partire quando il cervello ci dà il segnale. Ricordate il modo in cui Sergio Garcia grippava e ri-grippava il bastone? Non iniziava finché non era pronto».

Bender e Mercier sono convinti che otto secondi sia il tempo “perfetto”: oltre sarebbe dannoso per la sicurezza e la concentrazione. Ed è proprio il motivo per cui Garcia e Westwood non hanno mai vinto un Major, sostengono.

Lo psicologo sportivo Richard Coop ha studiato la teoria dei 20 secondi una decina di anni fa. La sua conclusione è che più importante di un tempo costante è cosa accade durante quel lasso di tempo. «Molti giocatori hanno dei rituali ma non delle routine», spiega. «In altre parole, passi in rassegna il rituale dei movimenti, ma non ci sei veramente dentro, come con una routine». Pertanto, il consiglio di Coop sul tempo è: «Scopri cosa fai sulla palla che ti richiede così tanto tempo e ancora non funziona, ed eliminalo».

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