Si vince con la testa. Di Manassero

manassero

Lui stesso si diceva demotivato e deluso. Poi è andato a Singapore e ha messo tutti a tacere (avversari, condizioni climatiche e critiche). Matteo è così: imprevedibile e inarrestabile

Matteo è un giocatore incredibile. In una recente intervista aveva dichiarato di aver avuto una stagione difficile, di sentirsi un po’ demotivato e di aver perso fiducia dopo il torneo di Shanghai dove non aveva fatto un gran risultato. La sua massima ambizione era riuscire a tirare più lungo e questo è stato, forse, ciò che l’ha messo in crisi nella stagione. Alberto Binaghi, il suo allenatore, l’ha giustamente convinto che al momento è meglio non assecondare questo suo desiderio, in quanto ora il suo drive vola assolutamente dritto e “fermo”, in totale e pieno controllo; cosa che non è capitata a quei giocatori che hanno lavorato a lungo sull’acquisto di potenza, perdendo in precisione e accuratezza (uno su tutti, Jeev Milkha Singh che ora è molto erratico e imbrocca una gara all’anno). Con Binaghi, Manassero è stato ad Abu Dhabi la settimana prima del torneo di Singapore e ha lavorato molto sulla qualità dei colpi. Visto il risultato, i due hanno pienamente centrato il problema: per migliorare fisicamente non c’è molto tempo a disposizione.

Matteo è raramente libero, perché quando non è in giro per il mondo ha una lunga serie di impegni legati alla sua immagine (interviste, company day, Pro-Am…) da onorare. Bisogna saper scegliere e Manassero ha scelto bene, visto che in stagione ha collezionato due secondi posti, un terzo, una vittoria e alcune Top Ten. Ora è 43mo nel mondo e 13mo nella Race to Dubai. I conti si fanno alla fine, però ha iniziato la stagione che era sceso nel World Ranking al 58mo posto. Non deve fare l’errore di guardare giocatori come McIlroy: lui ha un altro tipo di gioco. Con questo, non voglio dire che non possa diventare il Numero Uno. È solo un’altra tipologia di giocatore: vincente, ma diverso. Tirando le somme, posso dire che ha avuto una stagione fantastica, nella quale si è programmato bene. Fisicamente non è impeccabile, però è il più lucido di tutti. A Singapore, dopo otto ore di gioco, ha dimostrato di essere fortissimo, soprattutto contro un leone talentuoso come Oosthuizen che ha mancato quel corto putt alla seconda buca di spareggio; cosa che Matteo, invece, non avrebbe mai sbagliato. Mai!

A Singapore Manassero è stato un “piccolo Poulter”, anche perché si è trattato di una gara difficile da vincere per la presenza di tanti buoni giocatori su un campo molto impegnativo e in condizioni proibitive, con continue interruzioni e riprese di gioco, molta pioggia e un calore fastidioso. In queste situazioni contano quelli che hanno testa. E lui ha dimostrato di averla. Ha vinto sia mentalmente che sul piano fisico e ciò vuol dire che è allenato (leggi, a tal proposito, l’articolo a pag. 94). Pian piano migliorerà anche con la potenza, in palestra. Con due mesi di tempo, magari durante la pausa invernale, per un ragazzo così giovane non ci vuole niente. La testa, invece, non la migliori in palestra, e lui ce l’ha già ben salda sulle spalle. In più, ha ancora un gran margine di miglioramento sul gioco lungo. A Singapore ha utilizzato un driver nuovo che gli si adatta perfettamente. E ha tirato alcune bombe; oltre ai due alla 18, altri due o tre per niente male.

Mi dispiace un po’ per Francesco Molinari, che a Singapore ha giocato veramente bene. Per le sue classifiche non cambia molto, però è stato un peccato sbagliare tanti putt l’ultimo giro. Chicco ha messo in mostra un gioco spettacolare e per questo è il 29mo al mondo. Ciò significa che ha pochi giocatori davanti a sé. Ed è un peccato che uno che gioca così bene non vinca le gare. Per entrare nei primi dieci, gli ci vorrebbe la testa di Matteo. Ora aspettiamo Edoardo Molinari e Lorenzo Gagli, che hanno avuto una brutta annata per motivi diversi. Anche Gagli gioca un grandissimo golf. Abbiamo tre fenomeni e mezzo, ma sono ragazzi particolari. In campo e fuori. Sempre.

Soliti dubbi e nuove sfide

Mario Camicia

È anno di Ryder: gli europei sapranno confermare la loro supremazia? Chi vincerà i Major? Che combineranno i nostri azzurri sui diversi Tour? E lui, Tiger Woods, azzannerà di nuovo? Ai campi l’ardua sentenza

È passato l’inverno e l’anno nuovo è iniziato ricco di incertezze gravi. Non sappiamo cosa succederà dello spread e della crisi – l’imbuto cosmico per i pessimisti -, chi sarà presidente in Francia e negli Usa, se durerà il Professore o saremo nuovamente chiamati alle urne. Sono problemi che assillano i giorni e le notti di quelli per i quali il bicchiere è sempre mezzo vuoto, anzi, del tutto vuoto. Io sono ottimista, penso che bisogna sì prendere le cose seriamente, ma anche cercare di svagarsi e rallegrarsi buttandosi in ciò che ci piace e ci appassiona, senza ammorbare – e demotivare – chi ci circonda. In Italia, poche ragioni ci staccheranno dai video in occasione degli Europei di calcio, allo stesso modo in cui tutti diventeremo esperti di taekwondo, pentathlon e ginnastica ritmica di cui, per quattro anni, avevamo dimenticato l’esistenza.

Non sappiamo chi vincerà i Major e la Ryder, se gli europei confermeranno la loro supremazia; ma, nella tristezza, non sappiamo neppure chi ci lascerà per sempre. Come è successo due giorni dopo Natale, quando se n’è andato Mario Camicia, “the Voice”, ma soprattutto colui che con le sue battute, le finte gaffe e i voluti strafalcioni con i nomi ha portato al golf un pubblico enorme. Con ironia, senza prendersi mai veramente sul serio, ma insegnando agli italiani ad amare il nostro sport, ha fatto sì che centinaia di persone si avvicinassero trascinati dal suo entusiasmo e dalla sua passione, superiore a quella per la carriera di fotografo (il suo primo lavoro) o di giornalista (negava di esserlo), anche se per anni ha lavorato al fianco del maestro Franco Bevione nella prima e unica rivista di golf degli anni Sessanta. A Mario tutti hanno voluto bene, ma il ricordo di un personaggio come lui è qualcosa che resta nel cuore e che ognuno di noi conserva con pudore, senza esagerare nelle esternazioni come nel proclamarne l’amicizia intima. I centomila tesserati e gli appassionati, nonostante la sua pesante assenza, non abbandoneranno le imprese dei nostri atleti, che ormai non sono nemmeno più i Magnifici Sette ma molti di più, a cominciare dalle donne splendidamente guidate da Diana Luna – che condivide la grande esperienza di Stefania Croce e Veronica Zorzi – e dai molti giovanissimi che si cimentano nel Challenge e nell’Alps Tour. Tutti quindi incollati ai video a seguire i commenti di Silvio Grappasonni, a fianco del quale si alterneranno svariati altri professionisti “tecnici”.

A proposito di Grappasonni: è uno dei nuovi nomi che sono entrati a far parte del team dei Numeri Uno di Golf Today. Con lui, ci racconteranno la loro “Vita da Rookie” le due giovani new entry dell’European Tour, Federico Colombo e Andrea Pavan, mentre le notizie dal Tour arriveranno dal simpaticissimo Lorenzo Gagli, stella italiana che ha particolarmente brillato alla fine della scorsa stagione. Proseguono il percorso con noi Costantino Rocca, Gianluca Vialli, Marco Mascardi, Alberto Binaghi e i nostri globetrotter del turismo guidati da Roberto Rocca Rey.

Parlavo prima di Major: dalle statistiche risulta che 25 degli ultimi 100 sono stati vinti da pro con più di 36 anni, l’età di Tiger.

In meno di due anni, il grande Woods è sceso dal No. 1 del mondo oltre la 50ma posizione (ma con l’ottimo secondo posto all’Honda Classic si è assestato al 16mo posto), è stato messo da parte per un infortunio al ginocchio ed è rimasto inerme a vedere sfaldarsi la sua famiglia. Per uno sportivo che ha sempre scelto di rimanere lontano dai riflettori non dev’essere stato piacevole rimanere esposto a un tormento mediatico che ha portato in primo piano ogni piccolo particolare della sua vita privata, col piacere sadico di certi giornalisti che godono nel documentare la caduta di un grande uomo, dimenticando che stanno parlando di chi ha rivoluzionato il gioco del golf. A fine anno Tiger è tornato alla vittoria e anche i suoi più accaniti detrattori storici hanno provato piacere nel vederlo esultare, alla sua partecipazione in Presidents Cup. Due anni sono stati un lungo tempo di attesa, ma sembra che sia finalmente finita la jella, sia in senso professionale che personale. Sono troppo speranzosa se mi auguro che torni quello del 2000? Ad Abu Dhabi ci ha fatto sperare, così come a Pebble Beach ma soprattutto nell’Honda Classic con quel meraviglioso ultimo giro otto sotto. Per il momento mi accontento di ciò che ha faticosamente raggiunto, sono felice di aver vissuto il decennio del suo dominio e credo che probabilmente ci stiamo avvicinando a una nuova rivoluzione.

Clarke a parte, nel 2011 i Major sono stati vinti da “pischelli” che stanno dominando le scene per personalità, carattere e gran gioco. Sono dei veri personaggi. Mentre Tiger si leccava le ferite sono esplosi Rory McIlroy appena salito sul tetto del mondo, l’esuberante Ricky Fowler, Tom Lewis che ha incantato il pubblico britannico all’Open, Matteo Manassero che a 18 anni ha già vinto due volte sul Tour e l’idolo nipponico Rio Ishikawa.

Il mondo del golf professionistico deve molto a Tiger Woods, ma non si basa più soltanto su di lui. Il suo atteggiamento competitivo ha educato questi giovani che sono cresciuti nei suoi anni d’oro. Non hanno paura di nulla, affrontano i campi con decisione e palesano il desiderio di vittoria ogni volta che si presentano sul tee della 1. Se Tiger non vuole passare definitivamente il testimone dovrà darsi da fare, in un anno dove anche il profumo della Ryder avrà effetti inebrianti.

Vorrei infine spezzare una lancia a favore del golf e dei club italiani, alcuni dei quali in questo momento stanno vivendo un brutto momento di crisi. Tutti noi addetti ai lavori dovremmo impegnarci a sostenere il nostro amato sport, uniti e compatti, senza le gelosie e dispetti che lasciano il tempo che trovano e che alla fine sono solo maldicenze che si ritorcono contro gli autori. Ma si sa, c’è chi pur di emergere (fra i ciechi) andrebbe anche in mezzo alle gambe del diavolo…

mp.gennaro@golftoday.it

Caddie, caddie delle mie brame…

manassero binaghi

Come si sceglie questa figura importantissima? In base alla sua esperienza, al suo carattere e al suo carisma. Ma soprattutto, a seconda del feeling. Perché è una decisione davvero personale

Un compito delicato che “aspetta al varco” ogni professionista è la scelta del proprio caddie. Si tratta di una decisione molto importante, da prendere con la giusta calma e le corrette valutazioni, visto il ruolo fondamentale di questa figura, come puoi renderti conto leggendo il lungo dossier a pag. 52. La scelta, va detto subito, è molto soggettiva. È una questione di discrezione personale, del singolo giocatore in base al suo gioco e, soprattutto, al suo carattere. In effetti, non ho mai conosciuto due golfisti che cercassero le stesse caratteristiche nel proprio caddie. Guardando questa figura in modo superficiale, può sembrare che il suo lavoro sia sempre lo stesso: portare la sacca e offrire il bastone al giocatore. Ma questa convinzione è assolutamente limitata, perché ogni caddie ha un proprio modo di comportarsi: c’è chi è portato a parlare molto e chi, al contrario, è maggiormente riservato; oppure, chi ha una visione di gioco più completa e chi più analitica. Senza dimenticare quanto conta anche il modo in cui comunica con il suo giocatore. Tutti aspetti, comunque, che in campo si notano alla perfezione. In fondo, l’unica possibilità per conoscere veramente un caddie è vederlo all’opera: dalle decisioni che prende riesci a comprendere come lavora, come si comporta in campo e che tipo di carattere ha.

Dal mio punto di vista, il caddie in campo mi deve lasciare molta libertà. Anzitutto, voglio al fianco una persona con cui sdrammatizzare la tensione, scherzare e confrontarmi, chiacchierando di tutto un po’ (e non solo di golf). Poi, quando c’è da tirare il colpo, il mio caddie deve ovviamente essere preparato in tutti gli aspetti che riguardano il colpo stesso e si deve porre come consulente, perché ne ho davvero bisogno: questo significa che preferisco una parola in meno, piuttosto che una in più, che mi lasci libero di scegliere il bastone che voglio giocare. A volte una parola di troppo, anche se detta in buona fede per tranquillizzare il giocatore, in realtà deconcentra o induce maggiori dubbi. Ma io, quando sono certo che “quel” bastone è giusto, perché lo “sento” giusto, ho bisogno dell’approvazione del mio caddie, per avere sicurezza; non di una soluzione alternativa. Analizziamo anche un’altra circostanza: il caddie deve sapere che non sempre il giocatore riesce a prendere una decisione chiara. Possono esserci molti fattori a influire sul momento: la tensione di una gara importante, la consapevolezza di dover uscire bene da una buca difficile, la pressione… Il caddie ha il compito di aiutare il giocatore a sciogliere ogni dubbio, a decidere con sicurezza, ma senza imporsi perché l’ultima parola resta comunque al giocatore.

E sulle linee? Anche lì si gioca il rapporto. Ci sono caddie bravissimi a leggerle, altri che si offrono per farlo e altri, infine, che non si fidano a farlo al giocatore. A fronte di questo, anche i giocatori hanno le loro preferenze: c’è chi vuole assolutamente far da sé e chi invece gradisce un’altra opinione. Io, in generale, le leggo da solo; ma quando magari inizio a far fatica con il green o con il verso dell’erba, mi va di chiedere un parere.

Un mese tra le nuvole

matteo manassero

A Torino ho sentito il calore del pubblico, in America ho vissuto l’emozione del mio primo US Open. In entrambi i casi, però, avrei voluto vincere…

Cari amici di Golf Today, vi scrivo da Monaco dove mi trovo per il BMW International Open. Sono ancora un po’ sfasato a causa del lungo viaggio dagli USA ma che emozione volare su aerei privati, non mi era mai successo prima. Quando sono partito da Torino, subito dopo l’Open d’Italia, è stato un volo tranquillo, eravamo tra di noi, solo in sei (oltre a me c’erano Massimo Messina, Alberto Binaghi, il mio caddie Ryan, Chicco e il suo caddie). Al ritorno, invece, con altri sette giocatori siamo partiti dal Maryland a bordo di un jet privato messo a disposizione da BMW: spettacolare. Che bella vita; finisci la gara, vai in aeroporto e dopo cinque minuti stai già decollando.

A parte questo, l’esperienza al Congressional è stata emozionante. Certo, ho un po’ litigato con il putt e ho fatto leggermente fatica, ma come primo US Open è stato indimenticabile. L’atmosfera è ineguagliabile, per ogni Major è diversa. Là c’era un sacco di gente, che urlava e faceva un tifo sfrenato: era una vera festa e mi sono divertito. Penso di aver giocato bene da tee a green ma, come mi era già successo a Torino la settimana prima, ho avuto qualche problema a imbucare. Comunque, giocare insieme ai Molinari i primi due giorni è stato positivo: ci è servito per allentare un po’ la tensione e, visto che ci conosciamo bene, ci siamo divertiti insieme.

E poi Rory: incredibile. Purtroppo non l’ho visto dopo la vittoria perché sono partito subito, avrei voluto dirgli che ha fatto qualcosa di straordinario. Non ci sono parole per descrivere come ha giocato. Così tanti birdie e così pochi bogey: ha dominato il campo. Ha davvero meritato di vincere, dopo che era stato criticato tanto esageratamente al termine del Masters.

Personalmente ho trovato il campo un po’ molle, non da USGA. Ma il problema è stato la pioggia e l’umidità. Non hanno potuto farci niente. È un tracciato lungo e con tutta quell’acqua giocare è diventato difficile. Però che emozione trovarmi al tee della 1 giovedì: ero contentissimo e speravo veramente di fare bene. Ho cercato di dare il meglio, solo che mi è mancata una parte del gioco. In tre parole descriverei il mio US Open così: bello, divertente, frustrante. E poi che attesa per sapere se avevo passato il taglio! Una notte intera senza averne la certezza. Appena consegnato lo score e vista la classifica ero quasi sicuro di non averlo passato, poi ho visto che con il tempo la mia posizione migliorava e alla fine ce l’ho fatta, per un pelo!

Ho notato che noi europei abbiamo fatto bene rispetto agli americani. Nemmeno nella “loro” gara sono riusciti a emergere. Che dire, è un momento che si sta rivelando molto positivo per noi, ma loro restano sempre degli ottimi giocatori. E non solo: ho visto il video dei Golf Boys Oh Oh Oh (con Ben Crane, Bubba Watson, Rickie Fowler e Hunter Mahan). Simpaticissimi, in quel genere di cose sono i migliori. Davvero stupendo!

Buonasera, Mr. Gary

manassero

Incontro inaspettato con Player, un personaggio unico, un vero signore. Che ama particolarmente l’Italia

Eravamo ad Abu Dhabi per l’HSBC Golf Championship e, la domenica sera, io, Dodo, Chicco e Alberto Binaghi siamo andati a cena in un ristorante italiano.

Entrando, abbiamo incrociato a un tavolo Gary Player. Nessuno di noi sapeva che fosse lì, in quel locale, ma sapevamo che il giorno dopo si sarebbe svolta la sua Pro Am, quella che organizza per beneficenza al Saadiyat Classic, il suo campo. Io l’ho anche giocata! Ci siamo fermati a salutarlo. Non l’avevo mai incontrato di persona, ma sapevo che lui aveva parlato di me in un’intervista. Ero emozionato, poiché è un personaggio veramente unico, con uno spirito incredibile: ci ha raccontato che ogni mattina si sveglia alle 7,30 e fa un’ora e mezza di palestra; e questo tutto l’anno, alla faccia dei suoi 75 anni. Quando è salito sul palco a fare il discorso per la Pro Am, ad esempio, non ha fatto le scale, ma è saltato su direttamente.

È più forte di lui, deve fare il gesto atletico!

Comunque, al ristorante ci siamo presentati e poi lui si è seduto nuovamente al suo posto. Ma dopo cinque minuti è venuto al nostro tavolo e ci ha fatto i complimenti: ha parlato dell’Italia, dove viene da 50 anni perché ha un nipote che ci vive. Ci ha detto che è molto contento che noi italiani stiamo facendo bene! È proprio un bel personaggio: alla Pro Am faceva l’intrattenitore, è un mito! Faceva i suoi giochini con i bastoni: ne metteva due tra medio e indice, li teneva su, e sfidava tutti: “1000 euro a chi riesce a reggerli così”. Non ce l’ha fatta nessuno! È strepitoso, ovunque vada, crea simpatia. Come è successo anche ai Laureus World Sports Awards.

È stato un evento stupendo, nel teatro dell’Emirates Palace; hanno organizzato una serata maestosa. Il Red Carpet per arrivare all’ingresso sembrava infinito, certamente non meno di 500 metri. Era pieno di star, come Rafa Nadal (che poi ha vinto come “Sportivo dell’anno”). La serata è stata presentata da Kevin Spacey, affiancato, in certi momenti, da Morgan Freeman, che è proprio un personaggio singolare, posato e altero, sempre con la stessa espressione e un guanto sulla mano sinistra: un grande. Io partecipavo per il World Breakthrough of the Year, la sezione che premia la “Rivelazione dell’anno”. Su sei atleti in lizza, in tre (Martin Kaymer, Louis Oosthuizen e io) arrivavamo dal golf. Gli altri tre erano il francese Christophe Lemaitre (corsa), il tedesco Thomas Müller (calcio) e il francese Teddy Tamgho (salto triplo).

Gary Player ha presentato la busta con il nome del vincitore del Breakthrough of the Year. Insieme a lui c’era Blanka Vlašić, la saltatrice (Argento a Pechino e Oro ai Mondiali). Li hanno messi insieme apposta: lei, bellissima, è alta 1,93 e, con i tacchi, molto di più, lui le arrivava a stento al petto. Ma nonostante ciò, sono entrati sul palco ballando insieme, creando un’ilarità generale: Player si doveva mettere in punta di piedi per farle fare la piroetta… Alla fine, nella busta, il nome del vincitore era quello di Martin, che potete ben vedere con l’ambìta statuetta proprio sulla copertina di questo primo numero. Ma prima di questa simpatica pagina “mondana”, a inizio anno abbiamo giocato il Royal Trophy. Un’esperienza indimenticabile anche in Thailandia.

Seve ha mandato un messaggio (dopo la lettera di ottobre) al nostro team. Ci ha detto di mantenere alto il momento del golf europeo. Ci ha dato una carica enorme, così come è successo per la Ryder. Colin mi piace molto come capitano, è bravissimo. Parla tanto, non ha paura di dire anche una parola in più. Ti carica, ti dà indicazioni corrette, ti mette tranquillità. E se ci si mette, gioca ancora bene. In quel caso ha fatto 2 punti su 3. Ha vinto 7 a 1 la domenica! Ci tenevamo proprio a fare bene per mantenere alta l’importanza del golf europeo. Abbiamo vinto tutto nel 2010 e bisognava farlo anche contro l’Asia, che aveva schierato i giocatori più forti. Che ci stavano massacrando. Ma ci abbiamo creduto e siamo riusciti in un “rimontone” spettacolare: una bellissima esperienza.

Adesso ho in programma un paio di settimane a casa. Sono tranquillo perchè sto giocando tanto e sto facendo punti. All’Accenture ne ho presi più di otto. Passando solo il taglio al Transitions Championship (dal 14 al 20 marzo a Palm Harbor, in Florida) e al Palmer Invitational (la settimana successiva a Orlando) sarebbero già così tanti punti… E poi inizierò a pensare al Masters e all’US Open: devo entrare nei primi 50 e… sono (quasi) lì!