Non ne posso più di Twitter (o quasi)

POULTER twitter

Non ho nulla contro il famoso social network. Però ho voluto chiudere il mio account  per un po’ di tempo, perché ero stufo di continuare a bloccare gli idioti. Che, dopo Augusta, sono diventati davvero troppi

Come molti di voi sanno Twitter ha rappresentato molto per me. A dire il vero, un po’ per tutti noi golfisti: Tiger Woods, con i suoi oltre tre milioni e duecentomila follower è in cima alla classifica dei golfisti più seguiti, anche se ha raccontato di non essere quello che digita di più. Rory McIlroy è secondo (con 1,6 milioni di follower) e io sono appena dietro di lui. Non c’è dubbio che Twitter sia un fantastico mezzo per connettere tantissime persone, più di quelle che molti giornali riescono a raggiungere. Amo la libertà e l’immediatezza che questo strumento consente e il fatto che ne ho il completo controllo. Adoro chiacchierare con il 99,9 per cento di quelli che mi seguono. Ci divertiamo tantissimo ed è fantastico dare alle persone la possibilità di vedere che cosa faccio. Sono davvero fiero di quello che nella vita ho ottenuto, nonostante le mie umili origini, e voglio essere un’ispirazione per le persone che non sono nate con grandi possibilità. A fronte di ciò, purtroppo è inevitabile incontrare anche soggetti che sono totalmente idioti.

Spesso si tratta di individui tristi e soli, che a mezzanotte e mezza sono ancora in piedi e hanno bevuto troppe birre. Gestirli è diventato davvero pesante e, dopo il Masters ho deciso di smettere di twittare, esasperato non tanto da un singolo messaggio quanto dall’accumularsi di troppe parole cattive. Non mi interessano quei soggetti patetici, convinti che sia motivo di vanto far vedere ai propri amici quanto siano capaci di infastidire qualcuno. La vita è troppo breve per sprecare del tempo con queste soggetti. Scambiare due battute va bene; ma quando si supera il limite, non ci si può dover preoccupare di chi offende e mi sono stufato di passare il mio tempo a bloccare gli idioti. È un peccato, perché la maggior parte delle cose che vengono caricate su Twitter sono stupende. Tornerò tra un po’ di tempo; ma se continueranno queste cattiverie che non ho voglia di leggere, pagherò qualcuno che filtri i messaggi prima che io li legga e che blocchi coloro che non si comportano in modo appropriato.

Mancare il taglio ad Augusta è stato davvero deludente. Il problema è stato che non ho colpito la palla per niente bene. È stato il primo taglio che ho mancato lì, in nove volte che ci sono stato. E stare seduto a casa nel weekend non è stata una bella sensazione. Durante la giornata di giovedì ho preso solo due fairway, non proprio una grande premessa per giocare bene. Quello della settima buca è il drive più difficile del percorso; e ancora una volta quella buca mi è costata la gara. Dal momento che il green è profondo solo 4 metri e 87, non vuoi doverlo attaccare con qualcosa che non sia un ferro corto, e quindi bisogna tirare un drive lungo e dritto. Visto che la 7 mi aveva già dato problemi in passato, avevo trascorso il pomeriggio di mercoledì sul tee (invece di giocare il Par-3 Contest) a praticare il drive, cercando di colpire in modo meno secco la palla. Sfortunatamente, in entrambi i giri che ho giocato, ho tirato un po’ troppo a destra e ho trovato la mia palla in mezzo agli alberi. Uscito di scena, devo dire che la conclusione del torneo è stata davvero entusiasmante.

Nessun giocatore sa cambiare così repentinamente come Angel Cabrera. Lui è allo stesso tempo impeccabile e sregolato ma, dopo un respiro profondo, non cede mai e il suo up-and-down alla 72esima buca – dopo aver visto imbucare Adam Scott dal fairway – è stato davvero impressionante. Sono comunque contento per Adam, che conosco dalla fine degli anni Novanta e di cui sono grande amico. Tutti sapevano che sarebbe potuto essere il vincitore di un Major, ha solo avuto bisogno di un tempo maggiore di quello che gran parte delle persone (e lui stesso) si aspettava. Il fatto che si sia saputo rialzare dopo la delusione di Lytham ci ha mostrato quanto il suo sia un carattere forte. Se si guarda al suo gioco da tee a green ci si aspetterebbe che vincesse ogni settimana. E, quando putta bene, lo fa.

I fondamentali del volo – Raramente gli amateur prestano attenzione agli agenti esterni che potrebbero influenzare il volo della palla e non mi riferisco solo al vento. Una palla volerà molto più lontano in altitudine, a Phoenix, che si trova 457 metri sopra al livello del mare e presenta un’aria più leggera. Anche la mancanza di umidità è un fattore importante, quanto la temperatura, che influenza in modo considerevole il volo della palla. In Arizona, in primavera, si possono raggiungere i 30° e ciò ha un effetto importante sulla palla.

US Open e dubbi – Credo che sia tempo che cambi qualcosa nella USGA. I passati Us Open sono stati davvero noiosi. E anche l’ultimo, a Merion, non è stato granché. Gli appassionati non vogliono venire a vedere per tutta la settimana i giocatori approcciare per uscire dal rough alto e tosto. Credo che si dovrebbe cambiare mentalità.

Il Masters che non ti aspetti

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Tutti davano per scontata la vittoria di Tiger Woods. Ma quando mai il golf è prevedibile? Ad Augusta è successo di tutto, tranne ciò che si ipotizzava

Avrebbe dovuto vincere Tiger. Se lo aspettavano tutti. Qualsiasi media medio (pardon per il gioco di parole) aveva già annunciato la quinta Giacca Verde del fenomeno con tabelle, caccia al record e via dicendo… Una frase scontata afferma che la pallina è rotonda e una volta di più lo si è visto. Tiger non ha vinto; però, a ripagare tutti delle perdute speranze ci ha pensato il supremo e ignoto sceneggiatore del Masters che, ancora una volta, non ha sbagliato un’inquadratura. Alti e bassi, cadute senza scampo e risalite (tanto per parafrasare Battisti) lungo le discese ardite dell’Augusta National. Ancora più ardite per la pioggia che rende più abbordabili le sadiche aste delle prime 9 rallentando i green, però come sempre infastidisce i giocatori.

Adam Scott ce l’ha fatta a dispetto dei fantasmi che aleggiavano sul suo capo a otto mesi di distanza dalla disfatta del Royal Lytham. Sotto l’acqua ha esultato piangendo, ridendo, alzando le braccia al cielo, abbracciando il caddie in uno sfogo di adrenalina da esplosione. Lui, primo nella storia a far attraversare alla Giacca Verde la dogana australiana. Mai un successo nel Masters per un “canguro” contro le 15 vittorie nei Major. Scott ha saputo stringere i denti e tenere. Lui del quale lo scorso luglio era stato scritto di tutto. Non parliamo dei social network dove era stato invitato a smettere di giocare, dove gli avevano detto (posso scriverlo?) che aveva gli attributi di un criceto e i Soloni avevano sentenziato che non avrebbe mai e poi mai più vinto un Major.

Pfui!, deve aver pensato. Queste nuove generazioni sono evidentemente fatte così. McIlroy frana miseramente al Masters e vince un Major due mesi dopo, Scott perde l’Open Championship e trionfa ad Augusta due Major dopo. Sinceramente credevo che l’aver imbucato il putt per il birdie alla 18 che avrebbe potuto dargli la vittoria o, alla peggio lo spareggio com’è stato, gli avesse tolto la carica psicologica per affrontare il prosieguo della gara. Ma sono ragazzi fatti così. Non sono solo atleti dai fisici scolpiti, dal gioco completo. Sono anche preparati psicologicamente. Adam usa il controverso putter che, se R&A e l’USGA proseguiranno nel loro intento verrà bandito a partire dal 2016. Questo varrà anche per Keegan Bradley vincitore del PGA Championship nel 2011, per Webb Simpson (US Open nel 2012) e Ernie Els (British Open 2012). Il nostro sceneggiatore ha anche pensato di far chiudere la gara alla 10. Per la terza volta in cinque anni la seconda buca del play-off si è rivelata decisiva.

Tutt’altro giocatore rispetto a Scott è Angel Cabrera: non certamente un fisico statuario, amante dei piaceri della vita con la prevalenza della tavola (lo ricordo a Is Molas nel 2001 quando per una settimana mangiò sempre nello stesso ristorante dei quantitativi industriali di porceddu accompagnato da una bottiglia di limoncello), un talento naturale tipico dei sudamericani con una rara sensibilità nelle sue manone. Avrei voluto che vincessero tutti e due per motivi diversi, se lo sarebbero meritato fosse solo per lo straordinario gioco messo in mostra nell’ultima giornata e, soprattutto, nelle ultime buche. Altro che criceti! Botte e risposte degne di due veri campioni che hanno scaldato la folla bagnata dal “sole liquido” come chiamano qui la pioggia.

Orgoglio australiano che ha infiammato il pubblico presente, vestito in verde/oro (i colori dello sport in Australia), anche per il terzo posto di Jason Day che si è bruciato lo spareggio per due bogey alla 16 e alla 17 e il quarto di Marc Leishman che non ha retto la pressione e ha contenuto con un giro in par. A -5 Tiger Woods. Che dire? Sfortunato perché troppo bravo? Gli è veramente successo di tutto e di più. Le polemiche hanno riempito tweet su tweet con golfisti e pro equamente divisi in innocentisti e colpevolisti. Passate 12 ore anche i suoi più accaniti detrattori, Faldo in testa, hanno dovuto rimangiarsi le cattiverie lanciate appena scoppiata la bomba “I giocatori della mia generazione quando violavano una regola si autosqualificavano.

Ora è cambiata la regola e dobbiamo accettarla”. Leggi l’opinione di Silvio Grappasonni, sempre molto addentro alle “segrete cose” e informato sulla penalità a Woods e sulla penalizzazione di Tianlang Guan per gioco lento. È molto facile punire un bambino dilettante di 14 anni e cento giorni. È invece difficilissimo farlo con i grandi che sono a capo del “sindacato” dei giocatori e che a fine mese retribuiscono i giudici col loro compenso. Penalizzare un Kevin Na, notoriamente lentissimo, o Jason Day che lo è altrettanto, significherebbe vedersi messi nel mirino e, alla meno peggio, redarguiti per aver punito un giocatore di punta. Non vale nemmeno più di tanto l’opinione di David Feherty (ex giocatore ora seguitissimo e bravo commentatore) che sostiene “bastava vedere quanta gente è andata sabato a seguire Tiger. Non si poteva squalificare”. E questo è il cane che si morde la coda.

mp.gennaro@golftoday.it

Il fairplay del fairway

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Bravo Scott. Ma che classe Cabrera: quell’abbraccio finale tra vincitore e sconfitto vale più di mille lezioni sulla correttezza in campo. Il calcio prenda esempio

Questa edizione del Masters è stata fantastica; ma mi resterà negli occhi, come immagine più bella, l’abbraccio alla fine del play-off fra un vero signore, gentleman e fuoriclasse come Angel Cabrera e il campione Adam Scott: l’abbraccio sincero e spontaneo fra due atleti che hanno dato il massimo. È stato un gesto istintivo per Cabrera, consueto nel golf; ma io ogni volta mi stupisco di tanta sportività e ne rimango impressionato perché vengo da uno sport dove, al termine di una gara, ci si detesta. È stato emozionante anche vedere lo stretto legame di Cabrera col figlio che gli faceva da caddie e l’unione fra i due.

Sono stato molto felice per la vittoria di Scott, soprattutto dopo la disavventura dell’Open Championship. Sarebbe potuta diventare una batosta che avrebbe potuto lasciare il segno per tutta la carriera. Per me la forza di un atleta è sapersi rialzare e non buttarsi giù nelle difficoltà; e Scott ha dimostrato alla grande di saperlo fare. Grande merito va anche a Steve Williams che ha vinto il suo 14mo Major. Non ci sono caddie con un tale curriculum e, a parte qualche dichiarazione fuori luogo rilasciata dopo l’interruzione del suo rapporto con Tiger, trovo sia bravissimo e conferma la mia teoria che il caddie conta, eccome!

Ho pensato molto a Alex Del Piero, nell’ultima giornata. Lui si trova nella mia stessa situazione perché, vivendo come un emigrante (di lusso) in Australia ed essendo appassionatissimo di golf, dev’essere rimasto molto coinvolto. Ancora di più sapendo che nessun australiano, prima di Adam Scott, aveva mai vinto il Masters. Provo anch’io lo stesso coinvolgimento visto che, vivendo in Inghilterra, mi faccio trascinare dalle prestazioni sportive degli atleti britannici. Nel caso di Alex, poi, ha assistito a un vero e proprio trionfo con tre atleti nei primi cinque giocatori. È insolito, poi, pensare che la diretta tv delle ultime 9 buche, il tifo e l’esultanza finale si svolgono quando da loro è lunedì mattina… Non ho potuto non pensare a quanto sarebbe bello (e sono certo che succederà prima o poi) se anche noi avessimo Manassero e i due Molinari, nelle ultimissime partenze e nel team leader, in lotta per la conquista di un titolo Major. Italiano a parte, è nota la mia passione per Tiger e, ovviamente, mi è molto spiaciuto per lui. Era in una forma strepitosa e, se non avesse colpito l’asta con quel colpo sfortunato e tutto quello che è successo in conseguenza, sarebbe stato l’uomo da battere. Ma non sono i “se” che fanno la storia.

Mi è piaciuta l’applicazione della nuova regola e il fatto che nel golf sia possibile ricorrere al “common sense” e venga tenuta in conto la buona fede. È bello vedere che i giudici prendono in considerazione le dichiarazioni dei giocatori e ci si parla con spirito di collaborazione. Altro che il calcio, in cui si discute per giorni davanti a una moviola…

Un altro spunto che mi ha fatto pensare e sul quale ho riflettuto è stato lo scontro generazionale. Da una parte Langer, Cabrera, Couples a contendersi il successo contro trentenni rampanti come Day e Scott. Questo è l’ennesimo motivo per cui amo infinitamente il golf: non credo che ci siano altri sport (a parte, forse, il biliardo) dove ci si può misurare con concorrenti di venti o trent’anni di meno. Ciò anche se le possibilità di incontro sono più rare, perché un trentenne disputa 30/35 eventi l’anno mentre un 50enne deve essere più selettivo, pianificare la propria “schedule” con cura e solitamente non supera le 15 gare.

Tranquillo, Adam, hai vinto e le paure son finite. La giacca verde nella terra dei canguri

Nessun golfista, domenica sera/notte è andato a letto prima delle 2 di notte. Lo dimostrano Facebook, Twitter e tutto il mondo Internet che dopo la vittoria di Adam Scott al Masters di Augusta, sono diventati un bacino incontenibile di complimenti e immagini dell’australiano più atteso degli ultimi anni.

Scott, alla seconda buca di play off (la difficile 10 di Augusta) ha battuto con un deciso birdie il già campione Masters Angel Cabrera che ha lottato come un eroe a fianco del figlio-caddie fino alla fine. “Pato” (il papero) Cabrera è riuscito ad andare al play off con un birdie di risposta al giovane australiano che aveva chiuso le 72 buche con un incredibile putt imbucato per il -9.

La prima buca di play off è stata, come di consueto, la 18 che dopo due approcci corti di entrambi i giocatori ha visto segnare due par per il pareggio.  Tutto rimandato alla 10 dove solo Scott ha saputo imbucare una delle due palle ben piazzate in green con i secondi colpi.

Una vittoria giusta e da molti tifata. Forse perchè “Cabrera l’aveva già vinto” o forse perchè “Scott se lo meritava dopo il secondo posto all’Open Championship”. La cosa più importante è che il Torneo con la giacca più verde del mondo riesca sempre a consacrare campioni incredibili e dal carisma magnetico, il tutto, regolarmente condito da emozioni e suspance da sala parto.

Vince dunque un australiano, il primo dalla terra dei canguri ad indossare “l’abito” dei soci di Augusta, il club più bello ed esclusivo del mondo. Vince anche un ragazzino cinese di 14 anni, Tianiang Guan, che batte il record di Matteo Manassero come più giovane giocatore amateur a passare il taglio al Masters.

Vincono anche Tiger e l’eleganza del golf. Pochi nella loro carriera hanno avuto un colpo di sfortuna cosi plateale (palla in acqua alla 15 dopo aver colpito di volo l’asta), condito da una penalità accettata con rispetto e sportività. Questo è il golf e il quarto posto di Tiger è un piazzamento che va applaudito con la stessa intensità con la quale si stringerebbe oggi la mano a Scott.

Viva il Masters e le ore piccole.Viva Scott che ha superato i mostri e le paure della seconda posizione.

…ma soprattutto VIVA quell’abbraccio di Cabrera a Scott che aveva il sapore di: “tocca a te, sei giovane”.

Dormi bene Adam, tranquillo, adesso sei un Major Champion

Swing your life

Sul green soffia il vento dell’Europa

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In quel pomeriggio soleggiato ad Augusta, mentre dieci giocatori si contendevano il titolo a suon di birdie, dal pentolone dei bei colpi e degli errori è uscita una nuova classificazione mondiale. Questa non è una notizia ma una realtà: quattro giocatori in lotta per il titolo provenivano da continenti differenti. Charl Schwartzel (Africa), Adam Scott (Australia), Angel Cabrera (Sud America) e KJ Choi (Asia).

Tiger Woods, che teneva alto l’onore degli Stati Uniti in classifica, avrebbe potuto riunirsi ai leader, se non fosse inspiegabilmente crollato nell’Amen Corner. E la migliore speranza dell’Europa, Rory McIlroy, ha visto infrangersi i suoi sogni di gloria sulle seconde nove buche. Detto questo, la metà dei detentori dei più importanti titoli sono europei. E tutti i campioni in carica nei Major appartengono all’European Tour. Due sono sudafricani, e nessuno si chiama Els e Goosen. Ma quel che è grave è che nessuno è americano.

Per la prima volta che chiunque possa ricordare, nessun giocatore americano è in possesso di un titolo Major. E se un nuovo ordine mondiale domina il golf, il nuovo ordine americano sembra essere in ribasso come un relitto nel mare impetuoso del cambiamento tra l’invecchiare delle stelle e l’arrembaggio dei nuovi. Ci sono solo 11 americani nei top 36 del World Golf Ranking e solo tre, Tiger Woods, Phil Mickelson e Jim Furyk, hanno vinto un Major.

Dopo il Masters del 2006 ce n’erano 18, tanto per gradire. Degli ultimi 13 Major, solo quattro sono stati vinti da americani e due di loro sono stati vinti da Lucas Glover e Stewart Cink, due giocatori al di là di ogni immaginazione. Se Woods sia in crescendo è una questione di opinioni, una congettura. Mickelson ha 40 anni e nessun altro sa quanto sia difficile per lui giocare con l’artrite psoriasica e il trattamento che segue per tenere a bada la malattia. Steve Stricker è il numero 9, ha 44 anni e non ha mai vinto un Major, soprattutto perché la maggior parte dei campi sono lunghi e lui non ci arriva più. I giocatori di media lunghezza possono raggiungere i par 5 in due al John Deere Classic o al Transition, ma non all’US Open. Jim Furyk, numero 13, ha vinto per tre volte sul PGA Tour nel 2010, ma ha anch’egli 40 anni.

Poi ci sono i giocatori più giovani, nessuno dei quali è una vera stella anche se stanno studiando per diventarlo. Grandezza di gioco oggi significa vincere i Major e gli americani non ne sembrano in grado al momento.

Dustin Johnson è il numero 12, ma le sue possibilità di vincerne uno sono affondate nel rough di Pebble Beach nel corso dell’US Open 2010 e nella sabbia alla 72ma buca del PGA Championship. Nick Watney dovrebbe avere grandissime opportunità, ma il potenziale significa semplicemente che non ha ancora fatto nulla.

È 14mo nel Ranking mondiale, grazie soprattutto alla vittoria nel WGC-Cadillac al Doral. Ma ha vinto solo tre volte sul PGA Tour. Bubba Watson, 32 anni, ha disputato il play-off con Kaymer al PGA, ma ha consegnato il titolo all’attuale Numero Uno centrando il lago. Anthony Kim, 25 anni, è stato una star della Ryder Cup nel 2008, ma non è ancora completamente guarito da un intervento chirurgico a un pollice. Rickie Fowler è l’oggetto non identificato. A 22 anni non ha ancora vinto sul PGA Tour e il suo più grande successo è stato il mezzo punto ottenuto con Edoardo Molinari nel match di singolo lo scorso anno in Ryder Cup. Ha un grandissimo potenziale, ma deve dimostrarlo.

Il livello del gioco americano ha sempre stimolato i nostri giocatori, che, per migliorare, sono emigrati nel PGA Tour, vedi i Faldo, Langer, Ballesteros, Woosman & Co. Ora che il resto del mondo ha imparato, dovrebbero venire gli americani in Europa a fare lo stesso!

mp.gennaro@golftoday.it