Concedere un autografo è troppo?

Chicco Molinari

Ok, i ragazzini a volte sono troppo insistenti. Ma c’è un obbligo morale di accontentarli. Invece alcuni pro tirano dritto. Altezzosi e antipatici

Mentre guardavo il recente Arnold Palmer Invitational a Bay Hill in Florida, mi sono imbattuto in un’intervista con il grande campione cui è intitolato il torneo. Ci siamo messi a parlare e l’argomento è caduto sugli autografi. Arnold era esterrefatto per la superficialità e il pressapochismo con cui molti dei migliori giocatori di oggi scarabocchiano i loro nomi. Gli autografi rappresentano un interessante fenomeno. Alcuni giocatori, come Graeme McDowell, sono disposti a stare con la penna in mano fino a quando non ci sia più nessuno. Ma altri trattano coloro che li richiedono con malcelato disprezzo. Un numero sempre più crescente di giocatori sta diventando restìo verso il pubblico. Recentemente, a una gara, ho notato un pro molto famoso passare oltre, senza fermarsi, davanti a degli adulti che volevano il suo autografo.

Il suo pensiero, che conosco da sempre, è che a breve la sua firma sarebbe stata messa in vendita su eBay. Tuttavia va detto che firma sempre e comunque qualsiasi cosa quando a chiedergli l’autografo sono i bambini, poiché sa che le motivazioni che li spingono sono due: la semplice ricerca di un souvenir o la possibilità, pur se per breve tempo, di trovarsi fianco a fianco a qualcuno che ammirano. In entrambi i casi, è felice di fare il suo dovere. Prima di scrivere questo pezzo, ho ripreso in mano un mio blocchetto autografato dalle stelle degli anni Settanta che mi ha riportato ad alcuni ricordi di tanti anni fa. Anche ora, a quasi quattro decenni dall’ultima volta che ho chiesto un autografo per il mio piacere, posso vividamente ricordare alcuni dei momenti che ho condiviso con i grandi del gioco.

Poco prima dell’Open Championship del 1970 a St Andrews, allora ero un capelluto ragazzino di nove anni, mi avvicinai a Roberto de Vicenzo, con il libretto e la penna in mano. Quando ha sentito la mia richiesta per la sua firma, Roberto si è fermato e mi ha guardato negli occhi e mi chiese con un grande sorriso sul volto: “Sai il mio nome?”. “Roberto”, balbettai. “Ah, in questo caso firmo”, tuonò con il suo vocione. È vero che questa era la consuetudine, però de Vincenzo mi lasciò a bocca aperta. È stato un momento che non ho mai dimenticato. E, manco a dirlo, il grande argentino ha acquistato un tifoso a vita. Per qualità della firma, la più leggibile nel mio libro è dell’ex vincitore del Masters e dell’US Open, Billy Casper. L’avevo intercettato sulla destra del fairway della 1 dell’Old Course. Quella di Jack Nicklaus non è così riconoscibile, ma ha una scusante: ha firmato il mio libretto mentre era in mezzo di una masnada di bambini sulla stradina che porta dal green della 18 alla club house.

Lee Trevino, invece, è presente nel mio blocco più volte, a testimonianza della sua naturale empatia verso il pubblico e del livello della mia ammirazione per il suo stile di gioco. Il campione messicano era un giocatore con un campionario di colpi completo, caratteristica quasi del tutto assente dal gioco di oggi. Purtroppo, quello che una volta era una forma d’arte oggi è diventata una scienza. Inevitabilmente, molti dei nomi della mia collezione sono deceduti. Il meraviglioso Sam Snead, che ho visto in un Campionato del Mondo senior a Longniddry, è uno di questi. Il suo avversario quel giorno, era l’ex giocatore di Ryder Cup Ken Bousfi. Poi ci sono i due grandi giocatori scozzesi degli anni Cinquanta e Sessanta, Eric Brown e John Panton.

Oggi però troppo spesso vedo molti giovani cacciatori di autografi che provano l’esperienza opposta. Un famoso campione dell’European Tour è noto per attraversare le folle dei bambini con il cellulare attaccato all’orecchio. Che, però, non è nemmeno acceso. Gli autografi, invece, sono un “business” che ogni Tour dovrebbe promuovere. E, come ha detto il grande Arnie, i giocatori dovrebbero prendere più sul serio i loro tifosi. Si tratta di un piccolo ma significante investimento per il futuro del gioco che li ha resi immensamente ricchi. E sicuramente non è chiedere loro troppo.

Tiger vince. La “maglia rossa” torna in vetta al mondo.

Sunday Tiger, si diceva. Quando si vedeva la maglia rossa nel golf era domenica, così come vedere la Ferrari in Fomula 1.

Invece, la tigre, ha deciso di tornare il numero uno al mondo di lunedì, dopo una tempesta perfetta che ha colpito l’inizio del quarto giro dell’Arnold Palmer Invitational. Con questa seconda vittoria nel giro di due settimane (ottava vittoria in questo torneo) e l’assenza del “vecchio” numero uno Rory McIlroy, Tiger riprende lo scettro che più gli si addice. Proprio prima del Masters di Augusta che vedrà tutto il mondo incollato ai teleschermi.

Un Woods concentrato e sicuro anche se il gioco espresso non è stato all’altezza del talento dell’americano. Ancora qualche tee-shot di troppo nei bunker del percorso e tra la folla, come sempre, in delirio. Il putt, però, già dopo la scorsa vittoria al Cadillac Championship, inizia a dominare i green e questo è di buon auspicio per il Masters.

Rickie Fowler, in team con Tiger, ha provato fino alle fasi finali (buca 15) a lottare per la vittoria. L’effetto Tiger però si è fatto sentire e il crollo è arrivato alla 16esima buca, par 5, dove “Mr. Orange”, finendo due volte in acqua ha segnato un terribile triplo bogey. Per Fowler gara finita e la consapevolezza di non riuscire a dominare la pressione di Tiger.

Ottimo il torneo per Justin Rose che però non è riuscito dopo il 65 della prima giornata a mantenere un gioco di alto livello tutta la settimana. Rimane comunque l’unico ad aver impensierito il vincitore, fermando lo score a -11  mentre Tiger era ancora in campo.

Buono il recupero di Francesco Molinari che chiude in 32esima posizione. Piazzamento per lui e la felicità per il secondo posto del fratello Edoardo nel Maybank Malaysian Open. Dodo sta recuperando e twitter esplode di felicità.

Tiger è tornato il numero uno, Rory adesso ha di nuovo qualcuno da battere.

Aspettando il Masters i tifosi di “maglia rossa” possono tornare, con orgoglio, a riempiere le bacheche facebook di chi “tanto Tiger è un giocatore finito” con le immagini più belle dall’Arnold Palmer Invitational.

Tiger Woods: 69-70-66-70 e nuovo numero 1 al mondo.

Swing your life

 

 

 

Rory e i rumors: con Palmer, Nike e l’asta di beneficenza per la vettura che l’ha scortato

Il Numero Uno del mondo, Rory McIlroy, è spesso al centro di voci e notizie, non solo per le sue prestazioni in campo ma anche per la sua vita personale. L’interesse sul giovane talento è sempre alto e in questo periodo non è solo la sua presenza al Barclays Singapore Open ad essere sotto i riflettori. Sono infatti almeno tre le notizie che lo coinvolgono in prima persona.

La prima è quella, ancora non confermata, che lo vorrebbe coinvolto in uno storico passaggio da Titleist a Nike. Ma non solo, stando alle ultime voci, il suo nome sarebbe solo il primo di una lista di star che il gigante sportivo vorrebbe assoldare. A quanto pare, il contratto da 20 milioni di dollari all’anno di McIlroy sarebbe solo la punta di un iceberg multimilionario che Nike starebbe costruendo per dare un ulteriore impulso alla sua già fortissima presenza nel mondo sportivo. Gli altri nomi che vengono associati a una prossima firma con lo swoosh sono Gary Woodland, Kyle Stanley e il coreano Seung-yul Noh (tutti sotto Titleist al momento).

La seconda news che riguarda Rory è collegata al leggendario Arnold Palmer. Di recente, infatti, il campione americano aveva fatto una battuta dicendo che “spezzerà le braccia di Rory” se questi non farà il suo debutto al’Invitational di Bay Hill. La risposta di Rory è arrivata in occasione di una conferenza stampa a Singapore: “Beh, allora credo che dovrò giocare il Masters con un braccio solo”. Ahia!

Infine c’è la storia della vettura della polizia che l’ha scortato al Medinah per l’ultima giornata di Ryder Cup: l’auto verrà messa all’asta per devolvere il ricavato a enti di beneficenza locali. Interrogato in merito a questa iniziativa, Rory ha detto: “Ho visto che la macchina segnava 130mila km… non penso che la comprerò! Comunque è un’ottima idea se il ricavato della vendita andrà alla comunità”. Tagliente!