José Maria Olazábal “Principe de Asturias”

Abu Dhabi HSBC Golf Championship - Previews

José Maria Olazábal ha sempre formato, insieme all’eroe e all’amico di sempre Severiano Ballesteros, una delle coppie più celebri e vincenti del mondo del golf. Nella sua carriera ha vinto due Masters, quattro Ryder Cup in coppia con l’amico Seve, ed è stato per 300 settimane tra i dieci migliori giocatori dell’Official World Golf Ranking.

Non sono solo le vittorie da professionista ad arricchire il suo palmàres. Ha guidato la squadra Europea a una strepitosa vittoria nella Ryder Cup del 2012 e, nemmeno un mese fa, ha portato l’Europa continentale alla conquista del Seve Trophy. Non è quindi un riconoscimento imprevisto che venerdì sia stato premiato con il Premios Príncipe de Asturias de los Deportes a Oviedo, in Spagna.

Dopo 24 anni dalla vittoria nel 1989 dell’amico Seve, un altro golfista si porta a casa quello che in Spagna è considerato il premio sportivo più prestigioso. La giuria ha descritto Olazábal come uno tra i migliori giocatori della storia, celebrandone in particolare le doti di leader, manifestate con grande personalità nella Ryder Cup del 2012.

Olazábal ha così commentato: “È difficilissimo essere nominati per questo premio quindi, ad essere sincero, non avrei mai pensato di riuscire a vincerlo. È senza dubbio il premio più prestigioso che abbia mai ricevuto. Ho sempre cercato di comportarmi nel migliore dei modi, sia dentro che fuori dal campo, e spero che questo possa esserne un riconoscimento”.

Il premio spagnolo dedicato allo sport è conferito a chi contribuisce, con impegno e professionalità, a perfezionare, promuovere e far crescere lo sport in tutto il mondo.

Olazábal è così entrato a pieno titolo nel ristretto gruppo dei più importanti professionisti dello sport di Spagna.

La leggenda Seve arriva sul grande schermo

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Cinquant’anni fa un bambino spagnolo imparava a giocare a golf su una spiaggia di Marina de Cudeyo a Cantabria. Quel bambino non si divertiva a passare i pomeriggi facendo castelli di sabbia come tutti i suoi coetanei ma preferiva impugnare un ferro tre regalatogli dal fratello maggiore.

Faceva quello che gli riusciva meglio e che un giorno lo avrebbe fatto diventare un grande campione. Un campione di nome Severiano Ballesteros, per tutti conosciuto come Seve.
Scomparso nel 2011 dopo tre anni di cure per un tumore al cervello, Seve nella sua carriera ha vinto cinque Majors e cinque Ryder Cup, avendo anche guidato la classifica dell’Official World Golf Ranking per 61 settimane tra il 1986 e il 1989.

Una vita che è diventata leggenda e che ha cambiato il mondo del golf europeo, la cui storia sarà presto narrata in un film, che prende il titolo proprio dal soprannome di Ballesteros:”Seve”.
Scritto da Tom Hodgson e prodotto da The Renaissance Films and Fishcorb Films, in collaborazione con la Paramount Pictures, “Seve” sarà diretto da John Paul Davidson e arriverà nelle sale nel 2014.

Il film non racconterà però la storia, che noi tutti conosciamo, del grande campione Ballesteros, bensì la storia dei suoi primi passi nel golf fino agli inizi della carriera da professionista.
Il ruolo di Ballesteros sarà infatti interpretato da Jose Luis Gutierrez, giovane golfista di quindici anni membro della Golf Academy di Cantabria e secondo classificato allo Spanish Amateur Championship.

“Pensavo che sarebbe stato impossibile per me interpretare il ruolo di Severiano Ballesteros ma un mese dopo il casting ho ricevuto una telefonata e ho cominciato a gridare, ero scioccato! Sono onorato di calarmi nei panni di uno dei più grandi golfisti di tutti i tempi”, così ha commentato Gutierrez dopo essere stato scelto.

Il film sarà girato a Santander, Comillas e Pedrena, luoghi in cui Ballesteros è cresciuto e racconterà la storia  del Seve bambino e ragazzo, che ha iniziato a giocare a golf nella spiaggia di casa e che è sempre stato innamorato della propria terra.
Sarà un’ulteriore riconoscimento alla figura del grande campione, che tutti hanno ammirato.

Largo ai giovani

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Le nuove generazioni di campioni arrivano dalle Academy dell’Estremo Oriente. Guan Tianlang a 14 anni ha polverizzato al Masters ogni record di età. Mentre sull’European Tour arriva il 12enne Ye Wocheng

Mi ripeto: adoro vedere giocare i giovani! Così ho accettato con entusiasmo l’invito del Presidente di Villa d’Este Giancarlo Rizzani e per una giornata ho fatto un bagno di gioventù. Inutile dire: “Ai miei tempi…” allora sì che il golf era uno sport per persone agée. Ora tutto è cambiato. A parte il fenomeno Teodoro Soldati c’erano altri 14enni che ho visto giocare con piglio da veterano e che, una volta ancora, mi ha fatto pensare che il golf è ora dominato dalle giovani star, anche in campo professionistico. Le giovani speranze azzurre sono moltissime anche se i numeri nel nostro Paese sono ancora troppo bassi. Permettetemi un inciso. Lo saranno sempre più fintanto che ci saranno presidenti di circolo che chiudono le porte o che, è un caso limite, non permettono più l’ingresso come “ospiti indesiderati” a ex soci che per mille e un motivo diverso, hanno abbandonato quel circolo. Circolo? Vabbé, lasciamo stare…

Chiuso l’inciso che mi sono sentita di inserire perché mi prudevano le mani torniamo ad argomenti più in linea con il vero golf. I giovani stanno cambiando la faccia del golf, la globalizzazione sta livellando il gioco e le nuove star arrivano da Germania, Spagna, Corea, Giappone, Cina, Sud Africa e, ovviamente, Stati Uniti anche se il grande paese non sta più dominando da qualche anno (vedi medagliere olimpico). Tutto è iniziato con le vittorie nel Masters dei vari Faldo, Ballesteros, Langer e Woosnam anche se Tiger per una dozzina d’anni ha dato l’illusione che gli americani fossero sempre dominanti ma l’incidente ha rimesso in primo piano la globalizzazione. Si è visto con Kaymer, Westwood e Donald ai vertici del World Ranking, prima che Woods tornasse ad essere Woods, con i successi in Ryder Cup, nella Solheim Cup, nella Walker Cup e solo il guizzo di Keegan Bradley nel PGA Championship ha permesso che gli “International” (come gli americani chiamano con un po’ di sufficienza gli stranieri) facessero un filotto nei quattro Major.

Il mondo si sta rimpicciolendo, ma il numero di buoni professionisti provenienti da altri paesi diventa sempre più grande. Nel primo World Golf Ranking, nel 1986, c’erano 40 giocatori internazionali tra i primi 100. Alla fine del 2011, ce n’erano 70. E’ stato un crollo del mito americano iniziato, come detto, con i successi nel Masters grazie alla tenacia di giocatori ambiziosi come Faldo e alla facilità negli spostamenti. Il golf professionistico è diventato più accessibile e ne è un esempio l’Italia, una nazione quasi senza pedigree, con Matteo Manassero che si unisce a Paesi dalla tardizione più antica come l’Irlanda con Rory McIlroy e il Giappone con Ryo Ishikawa. Accademie giovanili si stanno aprendo in Cina, e più di un maestro ha iniziato un servizio di lezione on-line tramite l’iPhone.

Paesi come la Cina, la Corea e il Giappone stanno sfornando a spron battuto prodotti delle loro Academy. Bambini che si allenano come adulti facendo una vita simile, seguiti da genitori tifosi e mandati a studiare in America. Gli esempi sono infiniti, tutti al limite del paradosso. Abbiamo Ariya Jutanugarn, dilettante 17enne thailandese, Guan Tianlang, 14enne che ha polverizzato al Masters ogni record di Matteo (che rimane il più giovane ad aver vinto un torneo del Tour) e il 12enne cinese Ye Wocheng che ha giocato il suo primo torneo dell’European Tour a 12 anni e 242 giorni. Chi non ricorda poi Michelle Wie, prima fra tutte a superare un taglio in un torneo dell’LPGA a 14 anni dopo che a 10 aveva vinto l’US Women’s Amateur Public Links? Ci sono poi le stelle emergenti cinesi: Dou Ze-Cheng, Bai Zheng-kai e Jim Liu, il più giovane vincitore del Junior US Amateur nel 2010 a 14, senza dimenticare Andy Zhang, il più giovane a giocare lo US Open a San Francisco. L’esperienza sarà importantissima per loro ma anche il carattere perché si è passati, nei Paesi orientali, da un estremo all’altro come in tutti gli sport. Sono ancora fresche le leggende sugli allenamenti delle giovanissime atlete di ginnastica alle Olimpiadi di Roma di alcune delle quali non è stata nemmeno rivelata l’età.

Va bene essere giovani ma tutto ha un limite ed è giusto, ma soprattutto salutare, che un ragazzo possa fare il ragazzo (anche se gareggia a livelli planetari). In ogni caso il lato più bello è vedere come nel golf e solo nel golf ci si possa confrontare con atleti di 30-35 anni di più e l’ultimo esempio è stata la bellissima prova offerta da Jeff Maggert al Players Championship. L’ultima considerazione riguarda ancora i giocatori americani che prodotti in serie danno vita a un gioco simile con risultati molto scadenti in caso di condizioni metereologiche avverse (un caso che tocca anche il tennis sui campi in terra rossa). Questo, forse, è anche il motivo della grande “fuga di cervelli” dal Tour europeo verso l’americano, oltre alla ricchezza dei montepremi. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Nel frattempo, largo ai giovani!

mp.gennaro@golftoday.it

L’ultimo trionfo di Seve

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Dietro la mia vittoria al Volvo World Match Play c’è un maestro d’eccezione: Ballesteros ha ispirato ogni mio colpo

L’ambiente del golf è più triste dopo la morte di Seve. Al suo funerale, mi ha addolorato molto vedere la lunga marcia funebre, con i suoi figli che trasportavano mestamente l’urna e l’intero villaggio di Pedrena presente, a significare quanto contava per i suoi concittadini. Ma l’influenza di Seve è arrivata molto più lontano della Spagna. Il suo carattere unico, un misto di carisma e fascino, ha contagiato tantissime persone in tutto il mondo. Sono stato fortunato a poter giocare con lui in qualche occasione: c’era sempre qualcosa da imparare, anche solo guardandolo inventarsi dei colpi impossibili intorno al green. Ricordo quando ho giocato con lui nei primi due giri dell’Open 2006 al Royal Liverpool e, anche se quello fu il suo ultimo Open Championship, si vedeva che non aveva perso il suo magico gioco corto. L’ho ammirato così tante volte quando ero giovane, specialmente in Ryder Cup; e, crescendo, è sempre stato uno dei miei punti di riferimento. Ci sono stati parecchi anni in cui lui e José Maria Olazabal sembravano invincibili in Ryder. Il matchplay è sempre imprevedibile: ma potevi leggere negli occhi degli americani come si aspettassero già di perdere quando venivano estratti contro la coppia in cui c’era Seve. Ricordo benissimo i suoi match singoli nel 1995 all’Oak Hill contro Tom Lehman. Era lì che vedevi veramente quanto i suoi colpi di recupero fossero validi, perché riusciva a rimanere in gara anche quando non trovava il fairway dal tee. Recentemente, all’asta di Seve a Wentworth, ho comprato il suo putter: avrà un posto di prestigio in casa mia. E quando ho vinto il Volvo World Matchplay a maggio, la prima cosa che ho cercato sul trofeo è stata il suo nome. Era ripetuto cinque volte!

La vittoria al Volvo Matchplay è stata molto importante per me, perché i mesi precedenti, a essere onesti, sono stati alquanto deludenti. Sentivo di giocare bene ma non ottenevo risultati, anche se penso – guardandomi indietro – che forse sono stato troppo duro con me stesso. In effetti avevo solo bisogno di rilassarmi un po’ per far girare meglio le cose. Durante la settimana al Finca Cortesin ho battuto sia Luke Donald sia Lee Westwood; e l’ho fatto macinando risultati, più che giocando brillantemente. In effetti durante quella settimana sono incappato anche in qualche brutto colpo; però sono riuscito a tirarne alcuni davvero buoni al momento giusto. Per quella vittoria ho ricevuto messaggi molto belli; e forse il migliore è stato quello di Paul Azinger che ha twittato: “Vorrei aver potuto giocare con Ian Poulter in un matchplay o in Ryder, una volta nella vita. Per me lui è il migliore”. Alla fine di quella settimana non vedevo l’ora di giocare l’Open, anche se non sono un grande fan del Royal St George’s. So che i links non sono mai completamente “giusti” e trovo che i rimbalzi strani e gli stance un po’ goffi in cui puoi imbatterti su quel percorso lo rendano un tantino esagerato. Sono stato in Kent un paio di volte per provare il campo e cercare di conoscerlo meglio. Ma dopo un primo giro sotto il par, venerdì ho segnato un orribile 78 (il clima non ha aiutato!) che mi ha impedito di proseguire. Peccato, ci tenevo a fare bene “in casa”.

Ho saputo che la delegazione spagnola è rimasta fortemente dispiaciuta per non aver ottenuto l’assegnazione della Ryder Cup 2018 e presumo che per Germania, Olanda, Portogallo e Svezia sia lo stesso. Ma io sono molto felice che abbia vinto il National di Parigi. È un tracciato fantastico e, una volta che avranno rinnovato l’hotel, sarà meraviglioso. Il percorso è stato uno dei primi “stadi” mai costruiti e le ultime quattro buche forniscono il perfetto “finish” a qualsiasi incontro matchplay. La 15 è una specie di “piccolo par 4”, con un green a isola e pin position davvero temibili. La 16 è un pericoloso par 3, dove hai bisogno di un ferro medio o corto davvero preciso. E poi le ultime due buche sono veramente lunghe, sebbene siano par 4. La 18, soprattutto, fa trattenere il fiato fino all’ultimo, perché ti richiede un ferro lungo verso il green a isola davvero calibrato, altrimenti sei in acqua. Non vedo l’ora! Nel 2018 avrò 42 anni, ma spero tanto di ottenere la mia settima presenza in squadra.

Una grande amicizia

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La scomparsa di Ballesteros ha commosso tutti e addolorato in modo particolare chi lo conosceva bene. E adesso, più che il campione, da ammirare è soprattutto l’uomo

Sei grande Seve! Sai di essere sempre stato il migliore, come ti diceva tuo papà. Lui che ha sempre creduto in te, che ti ha incoraggiato e al quale ti sei ispirato per tutta la vita. Lui ti ha dato forza, coraggio, ma in te è sempre rimasto quello spirito di ragazzo, quella voglia di divertirti e di scherzare con gli Amici veri, quelli con la “A” maiuscola, che hai conosciuto quando non eri nessuno, quando non temevi che la gente ti si avvicinasse per interesse. Quando già avevi inanellato vittorie facendo emozionare tutto il mondo hai sempre tenuto a distanza, a volte col sorriso, a volte bruscamente, chi ti si avvicinava troppo. Sì, perché la certezza che hai sempre avuto nel tuo gioco, nelle tue immense possibilità e nel tuo Genio non ti ha dato la sicurezza assoluta. Quando sei entrato in sala stampa nel 1997 con la Ryder Cup in mano, ti sei avvicinato e mi hai scompigliato i capelli fradici chiedendomi se ero contenta. Sono riuscita a dirti solo: “Sei stato grande!”. Tu, per tutta risposta, mi hai chiesto: “Veramente?”. Ecco il lato quasi sconosciuto dell’immenso campione: quell’avere sempre un dubbio, quell’incertezza che ti ha accompagnato nella vita privata, mai sul campo, dove hai sempre osato colpi impensabili per esseri umani.

Seve, chissà se quella signora sul tee della 1 di Modena che, quando stavi per drivare, ha inavvertitamente scosso il bracciale carico di ciondoli si ricorda di come l’hai fulminata con il tuo sguardo nero, di fuoco, come solo tu sai fare. Quando vuoi, sai essere terribile col pubblico che ti adora, sai mostrare il tuo lato di hidalgo feroce, senza pietà per l’avversario. Però sai essere tenerissimo, soprattutto con i bambini. Non hai mai negato un autografo o una foto a chiunque ti chiedesse di essere immortalato con il figlioletto; così come non ti sei mai arrabbiato con mio figlio che, a meno di due anni ma già col ‘pallino’ del golf, si appropriava del tuo drive mentre eri in putting green. Io ero terrorizzata ma tu, con grandissima tenerezza, gli prendevi il drive dalle manine, lo rimettevi in sacca e lo distraevi con indescrivibili magie con il sand. Sai anche essere dolcissimo e un vero amico. Per tutta la vita.

Da quando avevi 17 anni non è passato anno senza che ci scambiassimo gli auguri di compleanno. Non è necessario sentirsi o vedersi ogni giorno per volersi bene. A volte passa tanto tempo senza incontrarsi, eppure ogni volta l’affetto torna a galla, inalterato come quando per anni abbiamo trascorso le serate a chiacchierare fino a tarda ora, seduti sulla panchina al tee della 1 di quel campo che ora porta il tuo nome a Crans, oppure come quando, per tre mesi, abbiamo giocato insieme ogni lunedì a Wentworth o a Sunningdale, o quando siamo andati a casa di Angel Gallardo a mangiare la paella.

La tua amicizia è un regalo per me e ciò che ho imparato in quei giri in cui scommettevamo chi avrebbe cucinato la sera fa parte del patrimonio di ricordi che, lo sai, porterò sempre con me. Così come la tua allegria quando abbiamo passato una sera a fare a palle di neve sul piazzale del Memphis e lo sfottermi perché diventavo rossa quando mi chiedevano l’autografo in Inghilterra solo perché ero vicino a te. Per te gli amici sono sacri, ti sei sempre fidato di loro, anche quando, come nel mio caso, sono diventati giornalisti, perché sapevi che mai avremmo scritto qualcosa che avrebbe potuto nuocerti. Nessuno dei tuoi veri amici si vanterebbe a sproposito come fanno coloro che con te hanno avuto solo rapporti di “lavoro”.

Sono enormi le emozioni che mi – e ci – hai regalato. Sono felice di aver visto i freddi britannici, golfisticamente più che nazionalisti, esultare e tifare per uno spagnolo. Il primo nella lunga storia del golf. Li hai fatti innamorare di te, li hai “scaldati”, infuocati. Hai portato il golf europeo in America quando era considerato poca cosa, hai aperto la strada a tutti i grandi di oggi che ora spadroneggiano le classifiche mondiali.

Tu sei l’idolo iberico, l’uomo che ha portato al golf decine di migliaia di persone per le quali era uno sport sconosciuto, hai fatto per il tuo Paese cose immense, hai regalato titoli, successi, vittorie, trionfi. Prima fra tutte hai sdoganato dai confini britannici la Ryder Cup, unica volta nella storia della sfida cui tu hai dato tanto. A Valderrama sei stato il capitano più grande, quello che era ovunque, quello che coccolava i suoi giocatori come figli, quello che li sgridava se fumavano (e se lo ricorda bene uno di loro, forse quello che ti ha dato la gioia più grande…).

Sai Seve, ciò che ho sempre ammirato di te è il grande orgoglio, la forza d’animo davanti alle molte difficoltà cui la vita ti ha messo di fronte. Hai avuto gloria immensa, eterna, hai avuto la gioia di tre splendidi figli, una casa-museo con trofei che in ogni momento ti hanno ricordato ciò che sei, un regalo alla tua grande famiglia agli inizi degli anni Ottanta, costruita a tua immagine e per la quale hai fatto impazzire gli architetti con cui hai trascorso ore e ore al telefono mentre eri in giro per il mondo a gareggiare.

Hai avuto anche momenti di grande sofferenza, di sfortuna e tristezza. Quel pomeriggio del 2005 al Seve Trophy quando ti sei messo a praticare da solo, mentre tutti erano in campo, mi hai detto di venire a vederti perché stavi giocando bene. Toccavi la palla come vent’anni prima. Mi guardavi e mi preannunciavi il colpo che avresti fatto: draw, fade, bassa, alta… E non hai mai sbagliato! Eri il Seve che avevo seguito per centinaia di buche e mi avevi convinto che la settimana successiva avresti vinto per la quarta volta il “tuo” Open di Spagna.

Non è stato così, ma era lo stesso Open che si stava giocando il 7 maggio, un giorno come un altro dal quale però il golf non è più lo stesso. Tu sì, tu sei sempre lo stesso: carismatico, coraggioso, combattente, ironico, divertente, cuore d’oro e d’acciaio, genio e sregolatezza, elegante, affascinante, sarcastico, amichevole. Unico.

mp.gennaro@golftoday.it

Ollie pensa molto prima di parlare; quindi ciò che dice ha molto valore

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Ero entusiasta quando ho sentito che Ollie (José Maria Olazábal) era stato scelto come capitano per la squadra europea di Ryder Cup. Sarà grandioso. È un’ottima decisione anche perché è stato presente nelle ultime due edizioni come vice e nessuno ha più passione di lui per questa gara.

Siamo tutti d’accordo che rivedere dei replay di Ollie e Seve nei loro trionfi in Ryder è ancora oggi emozionante. Hanno giocato alcuni match memorabili e per un lungo periodo sono stati quasi imbattibili. È già stato detto, ma credo che abbiano le parole ‘Ryder Cup’ scritte da qualche parte dentro di loro.

Non dimenticherò mai il discorso di Ollie al Valhalla prima dei singoli. Veniva dal cuore ed è senza dubbio il miglior discorso che io abbia mai sentito da un capitano – o vice – di Ryder. Se non riesci a reagire dopo parole del genere vuol dire che c’è qualcosa che proprio non va in te.

Quello che mi piace di Ollie è che pensa molto prima di parlare; quindi tutto ciò che dice solitamente ha molto valore. È affascinante da ammirare nella stanza del team, perché ha un’influenza molto rilassante. Ci sarà un’aura immensamente rassicurante su di noi sapendo che il comandante è lui. È uno di quelli che non parla molto; non ne ha bisogno. Ma quando lo fa, lo ascoltano tutti.

Inoltre considero brillante la sua scelta di limitare le wild card a due (invece che tre) e ribaltare l’ordine d’importanza tra Race to Dubai e World Ranking, il che vuol dire che il team verrà composto prima dalla lista europea e poi da quella mondiale. Come lui, penso che sia il modo migliore per assicurarsi il team più forte. Sarà molto, molto eccitante cercare di conquistarsi un posto per Medinah; e sarà meraviglioso giocare per lui.

Anche se ormai giochiamo a golf praticamente tutto l’anno, c’è qualcosa di particolarmente avvincente nella primavera, e specialmente nella settimana del Masters. Anche se non è l’inizio ufficiale della stagione, è l’inizio della stagione dei Major; quest’anno è stata la mia settima partecipazione ad Augusta e non vedevo l’ora di iniziare. Adoro il campo e nelle mie “sette volte” non sono mai andato oltre il 33mo posto. L’anno scorso sono partito bene con un doppio 68 ma poi, purtroppo, non ho mantenuto il ritmo nel weekend a causa di qualche pull di troppo. Quest’anno sono partito proprio male con un 74, ma fortunatamente il secondo giro mi sono ripreso con 69, poi 71 e 73: una prestazione un po’ altalenante che non mi ha soddisfatto molto. Il mio obiettivo è sempre quello di scalare la classifica, anno dopo anno. Questa volta sono arrivato 27mo. Vedremo la prossima.

Penso spesso ai colpi che sono necessari per fare bene ad Augusta. Alla 10 per esempio, il colpo perfetto sarebbe un draw molto violento – di quasi 30 metri – con la palla bassa in modo che rotoli nella discesa. Date le difficoltà di lavorare la palla con le moderne tecnologie, quest’anno ho pensato di usare il legno 3.

Dal mio debutto nel 2004 il campo è diventato parecchio più lungo. I green e i fairway non sono cambiati molto, ma hanno spostato indietro i tee e aggiunto alberi. Negli spogliatoi si è spesso parlato di come abbiano riportato un po’ di divertimento al campo, il che è sempre benvenuto. È ciò che tutti (spettatori, giocatori e pubblico televisivo) vogliono. Prima dell’anno scorso (che non è stato aiutato dal tempo freddo e umido, bisogna dirlo) non ci si divertiva molto, e troppi giocatori uscivano dal campo arrabbiati e depressi. Quest’anno, invece, è stato grandioso da quel punto di vista.

Quando guardavo il Masters da ragazzino, una delle cose più eccitanti delle ultime nove buche della domenica era che anche un giocatore che aveva sei o sette colpi di svantaggio poteva chiudere con un 29 o 30 e mettersi tra i primi. Per anni questo non è accaduto, nonostante eagle e birdie; ma già l’anno scorso sembrava essere cambiato qualcosa. Ed ecco che Charl ci ha regalato quattro birdie nelle ultime quattro buche dell’ultimo giro. Che forza, speriamo che il trend rimanga lo stesso anche nei prossimi anni!

Buonasera, Mr. Gary

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Incontro inaspettato con Player, un personaggio unico, un vero signore. Che ama particolarmente l’Italia

Eravamo ad Abu Dhabi per l’HSBC Golf Championship e, la domenica sera, io, Dodo, Chicco e Alberto Binaghi siamo andati a cena in un ristorante italiano.

Entrando, abbiamo incrociato a un tavolo Gary Player. Nessuno di noi sapeva che fosse lì, in quel locale, ma sapevamo che il giorno dopo si sarebbe svolta la sua Pro Am, quella che organizza per beneficenza al Saadiyat Classic, il suo campo. Io l’ho anche giocata! Ci siamo fermati a salutarlo. Non l’avevo mai incontrato di persona, ma sapevo che lui aveva parlato di me in un’intervista. Ero emozionato, poiché è un personaggio veramente unico, con uno spirito incredibile: ci ha raccontato che ogni mattina si sveglia alle 7,30 e fa un’ora e mezza di palestra; e questo tutto l’anno, alla faccia dei suoi 75 anni. Quando è salito sul palco a fare il discorso per la Pro Am, ad esempio, non ha fatto le scale, ma è saltato su direttamente.

È più forte di lui, deve fare il gesto atletico!

Comunque, al ristorante ci siamo presentati e poi lui si è seduto nuovamente al suo posto. Ma dopo cinque minuti è venuto al nostro tavolo e ci ha fatto i complimenti: ha parlato dell’Italia, dove viene da 50 anni perché ha un nipote che ci vive. Ci ha detto che è molto contento che noi italiani stiamo facendo bene! È proprio un bel personaggio: alla Pro Am faceva l’intrattenitore, è un mito! Faceva i suoi giochini con i bastoni: ne metteva due tra medio e indice, li teneva su, e sfidava tutti: “1000 euro a chi riesce a reggerli così”. Non ce l’ha fatta nessuno! È strepitoso, ovunque vada, crea simpatia. Come è successo anche ai Laureus World Sports Awards.

È stato un evento stupendo, nel teatro dell’Emirates Palace; hanno organizzato una serata maestosa. Il Red Carpet per arrivare all’ingresso sembrava infinito, certamente non meno di 500 metri. Era pieno di star, come Rafa Nadal (che poi ha vinto come “Sportivo dell’anno”). La serata è stata presentata da Kevin Spacey, affiancato, in certi momenti, da Morgan Freeman, che è proprio un personaggio singolare, posato e altero, sempre con la stessa espressione e un guanto sulla mano sinistra: un grande. Io partecipavo per il World Breakthrough of the Year, la sezione che premia la “Rivelazione dell’anno”. Su sei atleti in lizza, in tre (Martin Kaymer, Louis Oosthuizen e io) arrivavamo dal golf. Gli altri tre erano il francese Christophe Lemaitre (corsa), il tedesco Thomas Müller (calcio) e il francese Teddy Tamgho (salto triplo).

Gary Player ha presentato la busta con il nome del vincitore del Breakthrough of the Year. Insieme a lui c’era Blanka Vlašić, la saltatrice (Argento a Pechino e Oro ai Mondiali). Li hanno messi insieme apposta: lei, bellissima, è alta 1,93 e, con i tacchi, molto di più, lui le arrivava a stento al petto. Ma nonostante ciò, sono entrati sul palco ballando insieme, creando un’ilarità generale: Player si doveva mettere in punta di piedi per farle fare la piroetta… Alla fine, nella busta, il nome del vincitore era quello di Martin, che potete ben vedere con l’ambìta statuetta proprio sulla copertina di questo primo numero. Ma prima di questa simpatica pagina “mondana”, a inizio anno abbiamo giocato il Royal Trophy. Un’esperienza indimenticabile anche in Thailandia.

Seve ha mandato un messaggio (dopo la lettera di ottobre) al nostro team. Ci ha detto di mantenere alto il momento del golf europeo. Ci ha dato una carica enorme, così come è successo per la Ryder. Colin mi piace molto come capitano, è bravissimo. Parla tanto, non ha paura di dire anche una parola in più. Ti carica, ti dà indicazioni corrette, ti mette tranquillità. E se ci si mette, gioca ancora bene. In quel caso ha fatto 2 punti su 3. Ha vinto 7 a 1 la domenica! Ci tenevamo proprio a fare bene per mantenere alta l’importanza del golf europeo. Abbiamo vinto tutto nel 2010 e bisognava farlo anche contro l’Asia, che aveva schierato i giocatori più forti. Che ci stavano massacrando. Ma ci abbiamo creduto e siamo riusciti in un “rimontone” spettacolare: una bellissima esperienza.

Adesso ho in programma un paio di settimane a casa. Sono tranquillo perchè sto giocando tanto e sto facendo punti. All’Accenture ne ho presi più di otto. Passando solo il taglio al Transitions Championship (dal 14 al 20 marzo a Palm Harbor, in Florida) e al Palmer Invitational (la settimana successiva a Orlando) sarebbero già così tanti punti… E poi inizierò a pensare al Masters e all’US Open: devo entrare nei primi 50 e… sono (quasi) lì!