Thomas Bjorn con una gran volata finale vince il Nedbank Golf Challenge; Molinari 12°, Manassero 22°

Thomas BJORN

Thomas Bjorn, con una gran volata finale sottolineata da un parziale di 65 (-7) colpi per uno score di 268 (67 70 66 65, -10), si è imposto nel Nedbank Golf Challenge.

Due gli azzurri in campo: Francesco Molinari, che si è piazzato al 12° posto con 282 (76 70 69 67, -6), risalendo dal 17°, e Matteo Manassero, 22° con 290 (72 74 72 72, +2).

Bjorn, 43enne di Silkeborg, ha portato a quindici i titoli nel circuito, dove in tanti anni di carriera è terminato per ben 60 volte tra i primi tre, regolando lo spagnolo Sergio Garcia e il gallese Jamie Donaldson, secondi con 270 (-18).

Bjorn, al quale sono andati 1.250.000 dollari su un montepremi di 6.500.000 dollari, è partito rendendo tre colpi al leader Donaldson, ha recuperato con tre birdie e un eagle nelle prime dieci buche, poi con la sequenza eagle-birdie ha dato la stoccata decisiva rendendo vani gli otto bridie che Garcia aveva accumulato fino alla 15ª per poi cedere definitivamente con l’unico bogey alla 16ª (65, -7). Bjorn si è poi concesso il lusso di un bogey del tutto ininfluente sull’ultimo green, mentre Donaldon è andato a ritmo troppo lento per difendere il primato acquisito dopo tre turni (70, -2 con tre birdie e un bogey).

Molinari, come spesso gli accade, ha condotto un buon giro finale rimontando cinque posizioni. Dopo quattro birdie e due bogey in uscita ha messo a segno altri tre birdie nel rientro. Manassero ha effettuato ancora un turno nel 72 del par, il terzo della serie, con quattro birdie e quattro bogey.

The Open: Folla immensa e obiettivo distrutto. Di Maria Pia Gennaro

francescomolinariopen

L’unico record battuto ieri è stato il valore della lente della telecamera della ESPN rotta con un potente shank da Thomas Bjorn con il secondo colpo alla 1. 80mila eurini esatti e tanto spavento per il cameramen.

A parte ciò nulla di nuovo sotto il caldissimo e infuocato sole di Gullane dove è iniziato il 142mo Open Championship. Risultati più che promettenti al mattino con un Zach Johnson che balza prepotentemente al comando in 66 colpi, mentre nel pomeriggio gli score si sono nettamente alzati a causa di fairway e green sempre più veloci per la calura soffocante. “Glassy”, li ha definiti Graeme McDowell (+4), ovvero vetrificati e non posso pensare a cosa succederà nei prossimo giorni viste le previsioni di tempo splendido.

Lo so, non si è mai contenti, però in un campo del genere, con delle bandiere i limite del possibile, con un rough che in certi casi arriva ai femori, i green di marmo, lo spettro di Hoylake 2006 si avvicina a grandi passi. Per quanto riguarda i green questa notte sono stati addirittura bagnati a mano senza utilizzare gli sprinkler e sono stati rasati due volte a 4 mm con uno stimpmeter di 10.5 contro l’11 di ieri.

E tutto, dicono, a favore di Tiger: sorridente ma concentrato, all’attacco ma apparentemente determinato a interrompere il quinquennio di digiuno In questo momento sta rimontando e teniamo presente che la mattina il campo è più abbordabile rispetto al pomeriggio.

Sono in campo anche i nostri. Uno sbarbato Francesco Molinari tranquillo e pacato come al solito. Sempre affiancato dal “siamese” Denis Pugh. Meno tranquillo Manassero che ieri avevamo sentito ottimista ma che non vediamo messo bene se non si renderà autore di una delle sue rimonte.

A proposito vediamo praticamente impossibile un rientro in gioco di Donald e Mcilroy, spenti e l’ombra di sé stessi. A proposito dell’ultimo, poi, c’è stata una forte polemica con Faldo che l’ha accusato di praticare poco. Visto che “Sir” ha chiuso con lo stesso score, io mi guarderei allo specchio… In ogni caso Rory è assolutamente uno zombie che si aggira sul percorso come caduto dal cielo per il troppo peso…

Pubblico delle grandi occasioni con 55mila spettatori nei primi giorni di pratica, e ho scritto pratica!

Il nuovo che avanza

guan tian lang

Manassero ha centrato il terzo titolo prima dei vent’anni. Guan Tian-Lang, 14 anni, giocherà ad Augusta. McIlroy ha vinto due Money List. L’elenco potrebbe continuare e dimostra l’irruenza dei baby campioni nel gioco di oggi. Che sta cambiando e dobbiamo rendercene conto

Questo nostro sport sta dimostrando sempre più che l’età media si sta “mostruosamente” abbassando. Il golf è ormai dei giovani, con campioni che, appena dopo lo svezzamento, impugnano bastoni per dare vita a performance di tutto rispetto e a un cambio generazionale su cui c’è molto da pensare. È ovviamente il caso di Rory McIlroy, il primo che viene in mente, vincitore delle due money list ai lati dell’Atlantico, seguito da una pletora di coetanei – alcuni anche ben più giovani – che si rincorrono per abbattere record su record. Il nostro Matteo, con lo squillante successo di Singapore (a discapito del trentenne Louis Oosthuizen, ritenuto ormai quasi “obsoleto”), è diventato il più giovane vincitore di sempre ad aggiudicarsi tre tornei prima del compimento dei vent’anni continuando quella striscia positiva, ormai difficilmente ricordabile a mente, di primati frantumati. Uno, però, l’ha già perso: è stato il più giovane giocatore ad Augusta ma, due soli anni dopo, sarà sostituito da Guan Tian-Lang, un liceale cinese quattordicenne che, vincendo l’Asian-Pacific Amateur Championship in Thailandia, è diventato il più giovane qualificato per il Masters. Ma era già stato il più giovane partecipante a un torneo dell’European Tour nel China Open quando aveva solo 13 anni. Tian-Lang, che pesa solo 56 chili, usa con rara maestria il belly putter ma avrà tempo per adeguarsi alle nuove regole che entreranno in vigore fra alcuni anni.

Poi ci sono gli altri: Ryo Ishikawa, astro giapponese, ha 21 anni, stessa età dell’altro idolo orientale, il sudcoreano Seung-Yul Noh. Tutti con lo smartphone in sacca, impegnati sui social network (twitter su tutti), con il coraggio di cambiare tattica, ferri e colori (osano persino con il rosa) e tutti carichi di rivalità. Andy Zhang, altro quattordicenne, ha partecipato all’US Open e fa imbestialire la vecchia guardia con la sua preparazione al simulatore. E Lydia Ko a 15 anni ha già vinto nell’LPGA Tour. Vanno velocemente perseguendo la missione di dare una nuova immagine al golf, come spiega Manassero: “Questo non è uno sport da vecchi, non è uno sport da ricchi e non è uno sport da pigri”. I ventenni sono diventati bandiere; lo stesso Manassero è stato scelto come ambasciatore al comitato olimpico prima del voto per includere il golf nel programma di Rio 2016 e McIIroy, con anticipo imbarazzante, è già stato nominato futuro portabandiera dell’Irlanda del Nord. Piacciono, rappresentano e trascinano. Solo un paio di anni fa la stella era Tiger Woods e i suoi avversari gente in media più vecchia di lui. Ora, un baby prodigio dopo l’altro, il parco favoriti è stato stravolto e destinato ad aumentare esponenzialmente secondo ciò che affermano gli stessi campioni, a cominciare da Woods.

La felice avventura di Guan Tian-Lang (ormai da tre anni il vincitore dell’Asian-Pacific Amateur Championship ha diritto a scendere in campo ad Augusta) ci riconduce alla sempre maggiore importanza che l’Oriente sta acquisendo nel circuito europeo.

La crisi, questa stramaledetta crisi, ha provocato una strage fra gli sponsor, a favore di Paesi come Cina, Corea, Giappone, India e altri dove i montepremi non scarseggiano; anzi, sono ricchissimi. I giocatori amano il loro Tour, ma sono estremamente infastiditi dalla sparizione di numerosi tornei come il Czech Open, il Castello Masters, il Madrid Open, il Mallorca Classic e, per ultimo, l’Andalucia Masters. Va bene che sono stati annunciati due nuovi eventi in Sudafrica prima di Natale, ma la maggior parte delle compagnie internazionali ha dichiarato di essere molto più interessata ai mercati emergenti piuttosto che a quelli stagnanti del vecchio continente. Brutta cosa… Il primo a essere arrabbiato è Thomas Bjorn, presidente e portavoce dei giocatori del Tour europeo, che comprende la situazione spagnola che, a suo dire, fa a pugni con il prosieguo di sponsorizzazioni consistenti negli altri sport nel resto d’Europa. Ed è questa, a mio parere, una delle ragioni della “fuga dei bastoni” verso gli Stati Uniti che impoverisce i field nostrani.

Stati Uniti dove due braccia vengono finalmente recuperate al golf. A dispetto dei molti problemi con i quali si dibatte un’America che passa da cicloni a tempeste di neve, il buon Barack tornerà a calcare i prati verdi nutrendo la sua passione rimasta per ben 87 giorni profondamente sedata dall’estenuante campagna elettorale. L’ultima sua apparizione in campo è stata il giorno del suo compleanno; e questa pausa è stata la più lunga di tutta la sua vita di golfista visto che, in 44 mesi del suo mandato, ha giocato ben 104 volte. Per le quali, però, nessuno l’ha attaccato: cosa sarebbe accaduto da noi se Berlusconi (o chi per esso) avesse fatto solo 9 buche in putting green? E questo vale per qualsiasi altro nostro politico, poco distratto dal golf (e da altri sport “snob”), perché poco ci si ricava. E mi sembra di essere stata chiara. Se non fosse stato anno di elezioni, avrei scommesso sul fatto che Obama sarebbe stato fra gli spettatori a Medinah. Il presidente, ligio, ha invece seguito i consigli di Keith Koffler. E ha ottenuto il risultato sperato.

mp.gennaro@golftoday.it

Alla 1 contro Lefty (e gli altri)

Bahrain

Non capita a tutti di sfidare Montgomerie, Casey e Bjorn. Magari in pieno deserto, tra le lingue di fuoco dei pozzi di petrolio. Ecco come è andata

Su questo numero avrei tanto voluto parlare di Augusta. Per seguire il torneo al meglio mi ero perfino attrezzato con un televisore HD. Però poi mi sono reso conto che sarei stato in Sudafrica e pertanto non ho potuto vederlo come avevo sperato. Con molto dispiacere, perché mi hanno detto che, soprattutto per il gioco corto, è stato straordinario. Tutto rimandato al prossimo Major! Dopo Pasqua ho avuto una settimana pienissima, perché dal Sudafrica sono volato direttamente in Bahrein dove era stato organizzato un evento dal Dipartimento dello Sport per la promozione di alcuni giochi con l’organizzazione di IMG. È stato molto divertente, ma anche stancante: sono atterrato alle 5 del mattino del venerdì dal Sudafrica e alle 7 è suonata la sveglia… devo dire che non ci siamo annoiati! La mattina ho presenziato a una conferenza stampa al National Stadium seguita da una football session con i ragazzini. Nel frattempo ci sono state altre riunioni anche per il tennis e il golf. Nel pomeriggio abbiamo partecipato a una Celebrity-Am dove io ero la celebrity e ho giocato con tre dilettanti locali. Il campo, molto difficile, è stato disegnato da Montgomerie: in pieno deserto, con i pozzi di petrolio a fianco che emettevano lingue di fuoco dei gas di scarico, e illuminato per il gioco notturno. Per fortuna io avevo come caddie un giocatore locale che conosceva benissimo il percorso. Solo che il gioco era lentissimo: dopo sei ore avevamo fatto solo 12 buche, di cui una con la luce artificiale, quando improvvisamente si è scatenato un temporale e ci hanno fatto rientrare in hotel per il pericolo dei fulmini.

Il giorno dopo io, Ruud Gullit, il tennista Tim Henman e Joe Montana (uno dei migliori quarterback nella storia della NFL) siamo stati abbinati ad altrettanti pro e cioè, rispettivamente, a Thomas Bjorn, Suzann Pettersen, Colin Montgomerie e Paul Casey. Sono stato molto contento di incontrare Joe Montana, una persona tranquillissima, e Tim Henman, un grandissimo giocatore anche a golf: è scratch, quasi più lungo di un professionista e con uno straordinario gioco corto. Ero un po’ preoccupato di incontrare Gullit, perché credevo che avesse dei problemi con me dopo che, nel 1998, avevo preso il suo posto come allenatore al Chelsea; ma mi sono reso conto che ha superato la cosa e abbiamo chiacchierato normalmente. Probabilmente, più che altro, era una mia paura. La formula di gara prevedeva che ogni sei buche le coppie cambiassero avversario. Nel primo turno, grazie a un mio par alla 1 e a tutti gli altri abbiamo battuto Colin e Tim; nel secondo siamo stati sconfitti da Paul e Joe; mentre nel terzo (sono molto fiero di due birdie che ho fatto), abbiamo sconfitto Ruud e Suzann Pettersen, la proette con le gambe più belle del Tour, abbronzata… un gran bel vedere! E gioca bene. Ho molto invidiato Gullit.

Sono partito per la gara con almeno 5/600 persone che osservavano. Se fai praticare a un atleta uno sport che non è il suo, si agita come chiunque; infatti non c’è stato niente che mi abbia impaurito come tirare quel drive alla 1. Anche Henman, che pure è abituato a giocare a Wimbledon, era emozionato! I pro li ho trovati abbastanza simpatici, soprattutto Colin, colto, arguto e divertente. E poi con quella sua risata contagiosa… Bjorn è stata una scoperta perché faceva battute che non mi sarei aspettato e ha anche vinto la gara individuale al play-off contro Casey, con il quale aveva terminato appaiato a -4. Dopo aver giocato con loro mi sono reso conto che il golf dei pro è proprio un altro sport. Forse è per questo che ci hanno premiati mettendo i tappeti sul green. Dal Bahrein poi sono volato a Milano il sabato notte per partecipare alla Milano City Marathon con il pettorale della nostra Fondazione. È stata una bellissima esperienza (nonostante il tempo pessimo), anche se la gara è stata portata avanti principalmente da Massimo Mauro, dal mio amico Nando e da mio fratello, mentre io ho corso solo la parte finale.

L’anno che verrà

manassero kinder

Tra appuntamenti di rappresentanza e gare di cartello ci si avvia alla fine della stagione. Iniziando già a pensare alla prossima. Che si preannuncia davvero frizzante

Cari amici di Golf Today, il mese di settembre è stato molto divertente e sto già iniziando a pensare alla prossima stagione. Ma prima voglio raccontarvi della Finale del Kinder +Sport Golf Trophy 2011, a cui ho partecipato in qualità di testimonial, insieme a Diana Luna, al Circolo Golf Torino. Sono stato accolto in modo splendido, mi sono divertito ed è stata proprio una bella giornata! Quando sono arrivato, i bambini stavano ancora giocando: è stato bellissimo vedere 120 giovanissimi in una Finale: erano tantissimi! Prima della premiazione mi hanno quasi travolto per firmare autografi e con le loro buffe domande; ma quando si tratta dei bambini è sempre divertente. Vogliono sapere di tutto: quali sono i miei amici sul Tour, cosa succede alle gare eccetera. Le stesse cose, d’altronde, che volevo sapere io quando avevo 8-10 anni.

Poi sono stato al Vivendi Seve Trophy e, anche lì, è stata una bellissima ed entusiasmante esperienza. Ci tenevo molto a qualificarmi e mi sono goduto tutta la settimana. A mio parere, le due squadre erano molto simili, alla pari. Noi però non siamo partiti molto bene; forse perché – nonostante ci conoscessimo tutti personalmente – non eravamo altrettanto rodati a livello di squadra, dal punto di vista del gioco. Qualcuno non aveva mai giocato insieme al compagno e quindi non è stato facile. Anche il capitano, Van de Velde, ci aveva visti giocare poche volte; certamente ci conosceva di nome e di persona, ma meno sul campo, perciò il suo lavoro è stato difficile, e in qualche circostanza non ha fatto, a mio parere, le scelte migliori. Sono d’accordo con ciò che ha detto McGinley in un’intervista, durante la quale ha sostenuto che il vero “uomo squadra” è Westwood; non perché sia il Numero Due al mondo, ma perché giocherebbe con chiunque.

Per me sarebbe un personaggio davvero carismatico per la prossima Ryder Cup. Lee ha tanta esperienza e non si fa condizionare da nulla. Ha proprio il gioco da uomo squadra e dà una fiducia incredibile. Tira lungo e dritto con consistenza. Ha le capacità giuste. È di poche parole, ma in un match play può cambiare le cose con un semplice sguardo. La gente ha timore di giocare con lui, perché non ti dà respiro. Mi piacerebbe moltissimo essere abbinato a lui, perché riesce a infonderti davvero tanta sicurezza. Fra gli altri giocatori europei, un altro uomo squadra è stato Thomas Bjorn. Sa fare il capitano (e l’ha già fatto al Seve Trophy 2009), si sa comportare bene in questo ruolo e anche lui ha molta esperienza. Sa parlare a noi ragazzi e gioca ancora molto bene. Aveva il compito di giocare come primo con Westwood e si è impegnato a fondo. Per noi è stata una vittoria fondamentale in quel momento perché ci ha dato slancio; battere Lee, il loro uomo squadra, è stato importante. Per noi era lui l’uomo squadra e ha fatto un po’ anche da capitano.

Per il 2012 ho intenzione di giocare una decina di gare (tra cui Major e WGC) negli Stati Uniti. E poi le stesse, più o meno, che ho fatto quest’anno in Europa. Forse taglierò qualcosa a fine anno e giocherò un po’ di più in America. Lì l’inizio dell’anno mi piace, le gare e i campi mi si addicono. Giocherò con Rory, che farà lì la sua stagione ma verrà di tanto in tanto anche in Europa. Il Tour europeo perde molto senza di lui, che ne è il fulcro. Ma purtroppo è difficile mettere in competizione il nostro Tour con quello americano. Nonostante sia più forte, molti giocatori sono basati là.

Il Tour europeo sta vendendo bene i suoi giocatori, ma a livello di calendario e organizzazione fa un po’ più di fatica, anche se sta crescendo e noi giocatori ci troviamo benissimo. Ad esempio, Rory è felice di tornare a Wentworth, a Crans e a giocare l’Open d’Irlanda. Noi siamo affezionati ma nessuno si pone il problema di essere alla pari con il PGA. Certi numeri non si riescono ad avere in Europa. Nonostante tutto Kaymer, Westwood e tantissimi altri sono ancora member del Tour europeo. Per i giocatori non è facile prendere una decisione. Ma per Rory è stata indiscutibile, dopo aver vinto l’US Open è palese che lui giochi meglio sui campi americani.