“I miei se e i miei ma per il capitano Ryder” di Maria Pia Gennaro.

Un salto di un metro dopo il putt imbucato da tre metri e la coppa d’oro riconsegnata nelle mani del capitano europeo Sam Torrance. Non contento subito dopo il tuffo nel freddo lago della 18. Questa è l’immagine di Paul McGinley che non scorderò mai. Correva l’anno 2002, eravamo a The Belfry e il 35enne nordirlandese, al suo debutto nella sfida, si è rivelato decisivo per la vittoria, così come lo è stato nelle due successive edizioni.

Uomo-squadra per eccellenza, McGinley è il sogno ideale di ogni capitano perché possiede tutte le qualità di un giocatore come devozione, umiltà e spirito di sacrificio ideali per far parte del team di Ryder Cup. Ottimo gregario, questo piccolo ma grande uomo, non ha certamente le qualità di McIlroy o Poulter – attuali punte di diamante – non buca lo schermo e non è dotato di particolare carisma. Non ha nemmeno quella cattiveria necessaria per dare la carica per spronare i suoi giocatori. E’ un ottimo giocatore, sa lottare, ha un bel palmarés ma… ci sono tanti ma.

Proprio i suoi punti di debolezza mi fanno dubitare del suo “capitanato”. Ovviamente è amato da tutti i giocatori a cominciare da Rory McIlroy che ne ha sostenuto l’elezione con una sorta di “outing” lunedì ad Abu Dhabi bocciando la candidatura dell’ultimo secondo di Colin Montgomerie. E rifiutando indirettamente anche Darren Clarke che, purtroppo, ha qualche problema relazionale con alcuni giocatori e avrebbe rischiato di trovarsi in squadra la metà degli elementi non propriamente felici di averlo come capitano. Trovo che Bjorn e Jimenez non siano mai stati in contention per motivi diversi a cominciare dalla ben nota simpatia del primo e della nazionalità del secondo.

Personalmente io avrei votato lo scozzese e non concordo minimamente con le dichiarazioni di George O’Grady che sostiene che il ruolo di capitano dev’essere ricoperto una volta sola. Colin si sa imporre (non che ci sia bisogno di avere un polso di ferro con cotali campioni…) però trasmette sicurezza, ha un’esperienza smisurata (anche se Paul ha due vicecapitanati alle spalle) e, a dispetto di quanto si affermi sul suo carattere, è un grandissimo pr.

Non dimentichiamo che a Gleneagles avremo di fronte un team guidato da Tom Watson – mica cotiche! – dotato di tutte le qualità possibili e immaginabili per farne un grande capitano.

Maria Pia Gennaro

Ps: Dormo pochissimo per abitudine e, al risveglio, mi collego con la tv per sentire le – solitamente tragiche – ultime notizie. Da due mattine, mi devo segnare martedì 15 e mercoledì 16 gennaio 2013, al momento dell’accensione su Rai 1 ho sentito due notizie di golf! Non era mai successo e, quasi quasi, sono stata ripagata del pagamento del canone… Datemi retta: se ne parlerà da quest’anno, eccome se ne parlerà.

Il lato oscuro della Ryder

team europeo ryder cup

Mi sorgono delle domande e non è la prima volta che succede, nella mia vita professionale. Adesso è la Ryder Cup che mi preoccupa. O, almeno, certi aspetti della sfida biennale tra due team, composti ognuno da dodici giocatori, che pretendono di rappresentare l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Lasciamo perdere la cronaca di questa recentissima edizione e analizziamo quattro aspetti che mi rendono un po’ perplesso.

1. Il processo di selezione europea

Negli anni, da che le gare sono diventate sempre più competitive e quindi qualcosa per cui valga la pena preoccuparsi, l’European Tour, nella sua saggezza non infinita, ha continuamente cercato di aggiustare il sistema con cui vengono identificati i dodici giocatori incaricati di sfidare questi dannati yankee. Il che va bene, nel senso che ottenere un tale compito è chiaramente cosa ambìta, ora che qualsiasi edizione è generalmente decisa per un punto o due. Ma ecco il punto: l’intero processo è diventato troppo complicato e/o contorto. Nel giorno in cui sono stati designati i primi dieci giocatori della squadra europea, i migliori 12 europei nel World Ranking erano: Luke Donald, Rory McIlroy, Lee Westwood, Justin Rose, Graeme McDowell, Martin Kaymer, Francesco Molinari, Sergio Garcia, Ian Poulter, Peter Hanson, Paul Lawrie e Nicolas Colsaerts. Contemporaneamente, i 10 giocatori del team identificati dal sistema vigente (e leggermente confusionario), che considera i punti delle liste “Europa” e “Mondo”, erano: McIlroy, McDowell, Rose, Lawrie, Molinari, Westwood, Hanson, Kaymer e Garcia. Aggiungici i successivi due della lista “Mondo” – Poulter e Colsaerts – e avrai il team. Lo stesso team. Che perdita di tempo!

2. La bandiera “europea”

La bandiera dell’Unione Europea – blu a stelle gialle – è stata “sequestrata” dal team del Vecchio Continente e sventolata a ogni Ryder Cup da un po’ di tempo a questa parte. Ma cosa farà l’insieme dei cervelli dell’European Tour quando un giocatore proveniente da un Paese non appartenente all’UE (Norvegia, Islanda o Svizzera) farà parte della squadra? Non so cosa scommettere…

3. Chi rappresentano i team?

In ogni Ryder Cup, i team contrapposti pretendono di rappresentare “l’Europa” e “gli USA”. Ma non è così. La realtà è che la sfida è combattuta da due squadre che rappresentano rispettivamente l’European Tour e il PGA Tour: un fatto che rende nullo e vuoto lo sbandierato patriottismo. Solo quando un nativo europeo non membro dell’European Tour (come lo svedese Carl Pettersson) o altri nativi europei che giocano negli Stati Uniti (come lo scozzese Martin Laird e l’inglese Brian Davis) saranno tutti potenziali giocatori di Ryder Cup, allora tutti potremo davvero ritenere che la squadra rappresenterà l’Europa. Ma nessuno parla di “ET vs PGAT”, come in effetti è. Se si riconoscesse questa situazione, la nazionalità dei partecipanti sarebbe irrilevante e quelli come Ogilvy, Scott, Cabrera, Jaidee e Oosthuizen sarebbero dei potenziali giocatori. Naturalmente questo non accadrà mai, perché il PGA Tour ha inventato un’altra manifestazione “succhiasoldi” chiamata Presidents Cup per coloro che sono nati fuori da Europa e USA. In altre parole, amici, è tutta questione di soldi.

4. Il ruolo dei capitani

Ai primi di settembre (quindi prima che si giocasse la Ryder) ho avuto modo di scambiare qualche parola con Fred Couples, che per due volte ha avuto il ruolo di capitano non giocatore nella Presidents Cup. Quando gli ho chiesto cosa ne pensasse dell’incarico che era stato chiamato a ricoprire (assistente del capitano Davis Love III), l’ex vincitore del Masters è scoppiato a ridere. “Non starò sul tee a consigliare a qualche giocatore che bastone usare. Sia che vinciamo noi o gli altri. I capitani ricevono troppe critiche quando perdono e troppo credito quando vincono”. Il che può essere un piccolo shock per ex-leader come Colin Montgomerie e Paul Azinger, che hanno trasformato la loro presenza come capitani di Ryder in un lavoro full time, sia prima che dopo la gara. Un cinico, a questo punto, potrebbe quindi concludere che la cosa abbia più a che fare con un reddito che sale piuttosto che con la vittoria di un trofeo. Ma non posso commentare. Ai lettori di Golf Today l’ardua sentenza…