Il lato oscuro della Ryder

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Mi sorgono delle domande e non è la prima volta che succede, nella mia vita professionale. Adesso è la Ryder Cup che mi preoccupa. O, almeno, certi aspetti della sfida biennale tra due team, composti ognuno da dodici giocatori, che pretendono di rappresentare l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Lasciamo perdere la cronaca di questa recentissima edizione e analizziamo quattro aspetti che mi rendono un po’ perplesso.

1. Il processo di selezione europea

Negli anni, da che le gare sono diventate sempre più competitive e quindi qualcosa per cui valga la pena preoccuparsi, l’European Tour, nella sua saggezza non infinita, ha continuamente cercato di aggiustare il sistema con cui vengono identificati i dodici giocatori incaricati di sfidare questi dannati yankee. Il che va bene, nel senso che ottenere un tale compito è chiaramente cosa ambìta, ora che qualsiasi edizione è generalmente decisa per un punto o due. Ma ecco il punto: l’intero processo è diventato troppo complicato e/o contorto. Nel giorno in cui sono stati designati i primi dieci giocatori della squadra europea, i migliori 12 europei nel World Ranking erano: Luke Donald, Rory McIlroy, Lee Westwood, Justin Rose, Graeme McDowell, Martin Kaymer, Francesco Molinari, Sergio Garcia, Ian Poulter, Peter Hanson, Paul Lawrie e Nicolas Colsaerts. Contemporaneamente, i 10 giocatori del team identificati dal sistema vigente (e leggermente confusionario), che considera i punti delle liste “Europa” e “Mondo”, erano: McIlroy, McDowell, Rose, Lawrie, Molinari, Westwood, Hanson, Kaymer e Garcia. Aggiungici i successivi due della lista “Mondo” – Poulter e Colsaerts – e avrai il team. Lo stesso team. Che perdita di tempo!

2. La bandiera “europea”

La bandiera dell’Unione Europea – blu a stelle gialle – è stata “sequestrata” dal team del Vecchio Continente e sventolata a ogni Ryder Cup da un po’ di tempo a questa parte. Ma cosa farà l’insieme dei cervelli dell’European Tour quando un giocatore proveniente da un Paese non appartenente all’UE (Norvegia, Islanda o Svizzera) farà parte della squadra? Non so cosa scommettere…

3. Chi rappresentano i team?

In ogni Ryder Cup, i team contrapposti pretendono di rappresentare “l’Europa” e “gli USA”. Ma non è così. La realtà è che la sfida è combattuta da due squadre che rappresentano rispettivamente l’European Tour e il PGA Tour: un fatto che rende nullo e vuoto lo sbandierato patriottismo. Solo quando un nativo europeo non membro dell’European Tour (come lo svedese Carl Pettersson) o altri nativi europei che giocano negli Stati Uniti (come lo scozzese Martin Laird e l’inglese Brian Davis) saranno tutti potenziali giocatori di Ryder Cup, allora tutti potremo davvero ritenere che la squadra rappresenterà l’Europa. Ma nessuno parla di “ET vs PGAT”, come in effetti è. Se si riconoscesse questa situazione, la nazionalità dei partecipanti sarebbe irrilevante e quelli come Ogilvy, Scott, Cabrera, Jaidee e Oosthuizen sarebbero dei potenziali giocatori. Naturalmente questo non accadrà mai, perché il PGA Tour ha inventato un’altra manifestazione “succhiasoldi” chiamata Presidents Cup per coloro che sono nati fuori da Europa e USA. In altre parole, amici, è tutta questione di soldi.

4. Il ruolo dei capitani

Ai primi di settembre (quindi prima che si giocasse la Ryder) ho avuto modo di scambiare qualche parola con Fred Couples, che per due volte ha avuto il ruolo di capitano non giocatore nella Presidents Cup. Quando gli ho chiesto cosa ne pensasse dell’incarico che era stato chiamato a ricoprire (assistente del capitano Davis Love III), l’ex vincitore del Masters è scoppiato a ridere. “Non starò sul tee a consigliare a qualche giocatore che bastone usare. Sia che vinciamo noi o gli altri. I capitani ricevono troppe critiche quando perdono e troppo credito quando vincono”. Il che può essere un piccolo shock per ex-leader come Colin Montgomerie e Paul Azinger, che hanno trasformato la loro presenza come capitani di Ryder in un lavoro full time, sia prima che dopo la gara. Un cinico, a questo punto, potrebbe quindi concludere che la cosa abbia più a che fare con un reddito che sale piuttosto che con la vittoria di un trofeo. Ma non posso commentare. Ai lettori di Golf Today l’ardua sentenza…

Rafael Cabrera Bello vince l’Omega Dubai Desert Classic.

Lo spagnolo Rafael Cabrera Bello (270 – 63 69 70 68, -18) ha vinto l’Omega Dubai Desert Classic. Buon comportamento dei fratelli Molinari, con Francesco 16° (278 – 70 68 69 71, -10) e con Edoardo 24° con 280 (69 72 68 71, -8), qualche incertezza per Matteo Manassero, 42° con 284 (71 70 70 73, -4), e retrovia per Federico Colombo, 81° con 299 (74 69 79 77, +11), che comunque ha fatto buona esperienza in una delle sue prime apparizioni sulla massima ribalta continentale.

Cabrera Bello, 28enne di Las Palmas, in Gran Canaria, ha colto il suo secondo titolo nel circuito superando nel giro finale l’inglese Lee Westwood (271 – 69 65 67 70, -17), che sembrava avviato al successo dopo la leadership conquistata nel terzo turno. Il numero tre mondiale, invece, ha perso ritmo e ha lasciato via libera all’avversario, mentre non è riuscito ad accelerare neanche lo scozzese Stephen Gallacher (271 – 69 65 68 69), anch’egli al secondo posto. Al quarto con 273 (-15) il tedesco Marcel Siem, al quinto con 274 (-14) il nordirlandese Rory McIlroy, numero due nella classifica mondiale, il danese Soren Kjeldsen, il sudafricano George Coetzee e lo scozzese Scott Jamieson.

Ha ceduto il tedesco Martin Kaymer, numero 4 del world ranking, da quinto a 13° con 277 (-11) alla pari con l’americano Ben Curtis, e sono rimasti sempre fuori dalle posizioni che contano lo statunitense Fred Couples, 33° con 282 (-6), il suo connazionale John Daly, 37° con 283 (-5), il thailandese Thongchai Jaidee, 42° con 284 (-4), lo scozzese Colin Montgomerie, 74° con 293 (+5), e l’iberico Miguel Angel Jimenez, 79° con 296 (+8).

Cabrera Bello, che ha intascato 315.532 euro su un montepremi di 1.924.292 euro, ha girato in 68 (-4) colpi con quattro birdie, dei quali tre decisivi nelle buche di ritorno compreso quello vincente alla 17. Westwood, partito con un eagle, ha rallentato con un bogey, poi dopo un birdie alla 13 ha lasciato il titolo all’iberico con cinque par. Gallacher è stato piuttosto alterno con un eagle, tre birdie e due bogey, che hanno pesato come macigni sul suo piazzamento.

Andatura regolare per Francesco Molinari (due birdie e un bogey) e per Edoardo Molinari (tre birdie, due bogey), entrambi autori di un 71 (-1). Molto altalenante Manassero che, per il 73 (+1), ha messo insieme quattro birdie, un bogey e due doppi bogey. Nel 77 (+5) di Colombo tre bogey e un doppio bogey.