Provaci ancora, Manny

Tornano a vincere gli europei, ma il nostro Matteo è ancora in crisi. Cosa aspettarci dal futuro?

 Finalmente sono tornati a giocare bene tutti i golfisti europei di un certo livello: Luke Donald, Lee Westwood, Martin Kaymer, Rory McIlroy. Anche Francesco Molinari sta facendo bene. L’unico in affanno, in previsione della Ryder Cup, è Ian Poulter, che si è anche fatto male. Fa piacere vedere che finalmente tutti quelli che avevano fatto molto bene nel 2010 e 2011, cioè gli eroi di Ryder e gli ex Numeri Uno, stanno tornando ai massimi livelli. Meno male, perché c’è stato un attimo di “vuoto”, in questo momento senza Tiger e con Matteo un po’ in difficoltà, di poche emozioni, con tutti questi ragazzotti americani alla Jimmy Walker che stanno vincendo ma, ad eccezione di Spieth, sono anonimi. Tiger manca moltissimo, e si vede anche negli USA dal calo di audience in tv. Mancava anche Rory, che ha registrato alcune Top 10, ma, come ha detto lui stesso, senza mai essere in lotta; arrivava da dietro nel weekend quando ormai era già fuori gara. Certo, arrivare tra i Top 10 vuol dire che giocare bene. E lui l’ha dimostrato. È un giocatore talmente forte che, quando tutto gira per il verso giusto, diventa straordinario. Per me, potrebbe in parte rimpiazzare Tiger. Senza Rory, Tiger e Matteo, il panorama è piuttosto piatto. A parte Spieth, quelli come Patrick Reed, Harris English, Webb Simpson e anche Matt Kuchar (che è un giocatore pazzesco) anche se vincono non trasmettono grandi emozioni. È un periodo di ricambio generazionale e bisogna accontentarsi di questo, soprattutto in America. In Europa, invece, se tornano a giocare bene Westwood & Co. siamo a posto.

Sono contento che Adam Scott sia Numero Uno, è un bel ragazzo e gioca bene. Ma per me resta un forte Numero Due che non può rimpiazzare Tiger. A proposito di numeri due, aspettiamo che torni a giocare bene Henrik Stenson, ma non sarà facile dopo l’anno che ha passato; è difficile tornare a quei livelli, ma prima o poi ce la farà. E aspettiamo che ritorni a giocare bene anche Matteo Manassero. In questo momento sta vivendo una situazione complicata. Può capitare un periodo “no”, fa parte del golf, specie per chi, come lui, non ha mai avuto una crisi da quando gioca. Purtroppo il suo calo salta di più agli occhi, perché i giocatori italiani di altissimo livello sono pochi. Gli spagnoli o i francesi sono tanti, si alternano e stanno facendo bene tutti. Per me è una crisi a metà tecnica e a metà fisica, perché Matteo sta crescendo e il suo corpo sta cambiando. Tutte queste cose ti condizionano, perché perdi le tue certezze quando vai in campo. Ma l’importante è continuare a lavorare nel verso giusto ed essere convinti di quello che si fa. Matteo fuori dal campo ha una mente molto lucida e analizza in maniera straordinaria quello che succede; non prende mai decisioni d’impulso. Sono convinto che molto presto tornerà a giocare bene. Adesso sta tirando storto e su campi come Wentworth va in difficoltà. Sbaglia tanto, con bogey, doppi e tripli; una cosa che uno del suo calibro non dovrebbe mai fare. Sbaglia tanto soprattutto dal tee, come dicono i suoi numeri, ma bisognerebbe vederlo meglio in campo per dare un giudizio più obiettivo. La sua grande lucidità però lo tirerà fuori. Non credo sia un problema di materiali, quello ormai l’ha superato. Infine, non bisogna sottovalutare la responsabilità di essere il campione in carica; tutti si aspettavano una sua grande prestazione e la pressione a Wentworth è aumentata.

Chicco nell’ultimo mese ha fatto benissimo, in America ha avuto ottimi piazzamenti (sesto al The Players) anche se poi in Spagna ha giocato male nel week end. A Wentworth ha giocato ad alti livelli ma si sa che quel campo gli piace (negli ultimi anni è arrivato settimo, nono e settimo) perché adatto al suo tipo di gioco. Francesco gioca molto bene sui campi difficili perché sbaglia poco, ma gli manca un pizzico di cattiveria. La sua qualità di gioco è fantastica ma potrebbe avere quella convinzione in più. Poteva vincere a Wentworth, ma avrebbe dovuto fare una super prestazione contro gente come Bjorn che ha fatto il fenomeno fino al terzo giro. Comunque, è sicuramente tra i 15 migliori al mondo come colpitori di palla.

Un ultimo commento sul gioco lento: è allucinante. È inaccettabile impiegare più di cinque ore in tre per fare 18 buche, come è successo sia in Spagna che a Wentworth. Devono fare qualcosa, non si può andare avanti così! Altro che bando del puttone: equipaggiamento libero per tutti ma penalità per chi gioca lento. Dovrebbero preoccuparsi solo di questo, tutto il resto è inutile. Secondo me contribuisce a questo andazzo l’avvento dei “motivatori”, con i loro metodi di visualizzare i colpi e le routine per massimizzare la performance: cose che, a gioco lungo, ti “fondono”. Cinque minuti per tirare un colpo sono troppi, questi giocatori fanno bene 13 buche e poi scoppiano perché non hanno più testa; oppure giocano bene una settimana e poi non passano il taglio per quattro. Giocano in modo troppo artificiale. Ok la visualizzazione, ma senza esagerare. Ci sono anche altre cause: sono al limite come numero di giocatori e i campi sono sempre più difficili e lunghi con tanti trasferimenti. Ma la ragione principale è che a chi gioca lento non succede nulla. Le multe servono a poco. Uno o due colpi di penalità, inflitti con maggior frequenza, sono l’unico deterrente possibile.

È sempre la gara più bella

Il Masters rimane il torneo più avvincente, perché regala uno spettacolo unico e mille considerazioni. Che adesso valutiamo insieme

Il Masters è sempre la gara più bella in assoluto.

Per merito del campo piuttosto che del field, perché queste gare le giocano sempre gli stessi giocatori, di base i 50 migliori al mondo. Devo dire che hanno un capolavoro di campo, che esalta lo spettacolo. Ti ricordi le ultime edizioni? Una più bella dell’altra. Le ultime tre, poi, sono state pazzesche: Schwartzel, con i quattro birdie finali; Bubba, con quel colpo straordinario; e il rush finale di Scott. Il tutto senza che ci fosse Tiger in contention. Anche questa volta è definitivamente uscito dalla lotta per la vittoria dopo le prime 9 di domenica e si è visto un gran golf con Cabrera e Scott che hanno giocato veramente bene sotto pressione a grande vantaggio dello spettacolo. Cabrera, se ha voglia di giocare, è ancora fortissimo. Solo che ora sembra l’abbia solo tre o quattro settimane all’anno. Ha cambiato un po’ lo stile di vita: ha divorziato, si è messo un po’ più a regime. Lui è proprio della vecchia guardia, se gli fai fare la vita da atleta dopo un anno scappa. Ancora adesso ogni tanto sparisce dalle gare e si prende una pausa, è un personaggio unico che, secondo me, non ha mai guardato o fatto un video. Assolutamente il contrario di Scott, che è molto costruito. In questo caso ha vinto la macchina sull’istinto. Sono contento per Adam, dopo quanto gli è successo all’Open Championship. E pensare che ha vinto senza imbucare. Ha messo pochissimi putt, quasi nulla, tranne quello decisivo e alla 72ma buca: un putt mostruoso di una difficoltà rara.

Poi c’è stato il pasticcio Tiger. La verità non è piacevole, in quanto il comitato si era accorto del droppaggio errato ma l’aveva giudicato ininfluente. Si sono trovati spiazzati quando Woods ha parlato del suo errore in conferenza stampa. Non potevano certamente dire: “Lo sapevamo”. A quel punto sarebbe partita una raffica di domande: “Perché glielo avete fatto fare?”, “Perché non glielo avete detto alla 18?”. Hanno cercato di salvarsi, appellandosi alla decisione 33.7 che dice che poteva essere comminata la penalità a discrezione del comitato anche a score chiuso, riconoscendo la buona fede del giocatore. A quel punto sono scattate le polemiche sul web (twitter in testa) con metà mondo favorevole alla squalifica, perché la maggior parte dei suoi detrattori sosteneva che – anche se tecnicamente la regola esiste – moralmente Tiger avrebbe dovuto ritirarsi. Quando questi impicci diventano di pubblico dominio il Comitato si trova con le mani legate. Trovo che Tiger non ne esca male; chi ne esce male è il Comitato.

C’è poi la questione dell’attribuzione delle penalità o delle squalifiche, che talvolta non è molto giusta. Bisogna cominciare a punire dall’alto non dal basso. È troppo comodo punire un ragazzino come Guan quando, ad esempio, un Jason Day è lentissimo. È comunque fortissimo e sono certo che a breve vincerà un Major. Ha doti maggiori (e 24 anni) rispetto a un Donald o un Westwood, che sono sempre lì ma manca loro l’acuto.

I nostri due italiani hanno toppato completamente la gara. Francesco ha giocato malissimo intorno ai green (cambia poco lo score finale), mentre Matteo non era contento del gioco con i ferri. All’Augusta National se si mancano più di cinque o sei green è un niente fare doppio bogey, perché se si finisce pure dalla parte sbagliata non si può metterla vicino con l’approccio e i tre putt sono dietro l’angolo.

Per concludere, due considerazioni.

La prima riguarda Bernhard Langer: stiamo parlando di un giocatore di un altro livello, che su tre giri può ancora vincere. Ha ancora, a 56 anni, un gioco fantastico (anche se non mi dà molta emozione) con un’altissima qualità di colpi. Si è sempre detto che gioca i ferri in modo straordinario, però mi sono reso conto che è ancora migliore col gioco corto. Potrei dire che approccia quasi come Seve. La seconda è sui giocatori europei, che stanno giocando male: in tutte le gare non fanno risultato. Sono stati “bastonati” da gennaio e questo nonostante giochino tutti in America. Non ce la fanno. A un certo punto, il migliore era proprio Langer; poi, chi è terminato più in alto è stato il bravissimo Olesen. L’unico che ha brillato è stato Martin Laird, nato in Scozia. Ma è scozzese come io sono comasco…

Anno nuovo, soliti problemi

kuchar mahan

Tolti i due Nike, è calma piatta: non si profila all’orizzonte un giocatore capace di stimolare l’intero movimento. Che soffre parecchio del gioco lento, contro cui non si fa niente. Per fortuna, in Italia abbiamo segnali incoraggianti

L’inizio del 2013 è stato abbastanza noioso. Non abbiamo visto grandi novità. Se non scendono in campo Tiger Woods o Rory McIlroy o non ci sono da tifare i nostri azzurri, il panorama è piatto. Purtroppo non vedo giocatori emergenti “fighi”. Gli stessi Westwood o Donald sono in ombra e, quel che è peggio, non ci si accorge della loro mancanza. Questo trend non è confortante, perché conferma una volta di più che chi conta è sempre e solo Tiger Woods. Mi chiedo chi potrebbe catalizzare l’attenzione se, per un qualsiasi motivo, Woods uscisse dai giochi. Forse Webb Simpson, che con la sua laurea in teologia ha assunto le sembianze di un diacono? Teniamo le dita incrociate sperando che Tiger giochi bene. La finale dell’Accenture fra Kuchar e Mahan è stata emozionante come vedere “La corazzata Potëmkin”, in quanto a suspence. La gara match play è tanto bella ai primi turni, quanto noiosa alla fine. Se facessero come al Volvo (formula a gironi) potrebbe essere più divertente; ma potrebbero giocare solo in 16 e perderebbe lo stato di WGC. Io metterei in calendario un altro WGC con la formula consueta ma, ripeto, non match play.

Due parole anche sulla piaga ormai inguaribile del gioco lento. I dirigenti del PGA Tour continuano a “parlare-proibire-permettere-discutere” dei vari putter lunghi, ma non fanno nulla per evitare che ci si metta anche quattro minuti e mezzo per tirare un colpo. E questo accade abitualmente, anche in match play: l’abbiamo visto nell’Accenture, dove in semifinale hanno impiegato quattro ore per fare 14 buche. Ormai negli Stati Uniti non riescono più a completare il venerdì le prime 36 buche. È vergognoso, perché impiegando cinque ore sembra che si giochino delle gare di circolo. Non viene rispettato il regolamento, molti giocatori si prendono anche tre minuti per giocare un colpo. Questa è diventata la media e temo sia troppo tardi per porre rimedio sia perché hanno permesso che diventasse un’abitudine con troppa tolleranza, sia perché il problema è stato sottovalutato per troppo tempo. Hanno redatto il regolamento senza punire fin da subito; e ormai rischiamo di non uscirne. Analizzando a fondo la situazione, bisogna ricordare che nei Tour comandano i giocatori e, di conseguenza, è proprio la loro associazione che paga gli stipendi agli arbitri; è quindi facile immaginare che, quando un arbitro deve dare la penalità, questo fatto lo senta.

Sono molto contento per Lorenzo Gagli e per Matteo Del Podio. Francesco Molinari non si può prendere in considerazione, perché finora ha giocato poco; ma resta una sicurezza. Sono invece preoccupato per Edoardo Molinari. Spero non si sia “incartato” troppo con il nuovo allenatore o con i nuovi attrezzi per l’allenamento, anche se sono certo che lui, che ha un’intelligenza superiore, si renderà conto di come tornare competitivo come nel 2010. Gagli mi ha parlato benissimo di Matteo Del Podio. Sta giocando bene, fiducioso della stagione e tranquillo. Del Podio ha un grande potenziale, ma deve abituarsi a giocare ai livelli dell’European Tour. Deve rendersi conto che ogni colpo sul Tour vale oro e che, pertanto, non ci si può permettere di buttarne via alcuno. Bisogna imparare a dimenticare e non arrabbiarsi mai, perché giocare ad alto livello vuol dire anche questo. Tanto di cappello ad Alessandro Tadini che a 38 anni ha ottenuto la carta quest’anno: è un esempio di costanza e determinazione per i giovani. Sono invece perplesso per la base. Gli allenatori lavorano sempre sui numeri piccoli e fra dieci anni, se non allarghiamo la base e facciamo il salto di qualità, non ci ritroviamo nessuno.

Osservando il calendario mi sono reso conto di quanto sia faticoso. Capisco perché molti giocatori giochino stabilmente sul PGA Tour. È molto più comodo rispetto all’Europa, dove si viaggia il doppio. Il fatto di aver perso sette gare in Inghilterra ha influito non poco. I big a questo punto pensano che negli USA si spostano bene, hanno montepremi di sette milioni di dollari, hanno il sole… Il loro maggior interesse diventano i Major, non guardano più al World Ranking. E sono più di uno i grandi che fanno questo ragionamento. A proposito di Major: ti saluto confessandoti che non vedo l’ora che arrivi il Masters.