Cercasi golf di una volta

varese

…e anche golfisti di un tempo. I giocatori corretti e da prendere come esempio sono moltissimi, ma le infiltrazioni nocive ci sono e si sentono. Troppo e purtroppo

C’era una volta uno sport che pochi conoscevano e ancora meno praticavano. C’erano una volta Signori, Signore e giovani (pochi) che lo praticavano. I bambini non certo per scelta loro, perché – volenti o nolenti – quarant’anni fa i genitori si seguivano senza proferir verbo, accettando le scelte che loro facevano per noi. Come si tolleravano le decisioni di mamma e papà, si seguivano alla lettera le regole che questo sport imponeva. Regole che venivano inculcate dai segretari di circolo e dai maestri, pena terribili punizioni, non solo da parte delle commissioni sportive ma, in primis, dai genitori.

Ma che sport era? Il golf, ovviamente. Sport o gioco – come in molti ancora lo considerano – dalla lunga, lunghissima storia, insegnata a noi ragazzini dai “grandi vecchi” del circolo, ognuno dei quali aveva aneddoti incredibili che rendevano il golf ancora più affascinante e coinvolgente. C’era una grande competitività, certo; ma c’era anche un grande rispetto per il campo, gli adulti, le regole, l’etichetta. Noi ragazzi del Golf Club Varese siamo cresciuti sotto lo scudiscio di Ettore Muzio, un segretario che non finiremo mai di ringraziare. Nessuno del gruppo dei “ragazzi grandi” (Massimo, Filippo, Paolo, Tomaso, Antonio, Pino, Cristina, Marina, l’altra Marina) e di quello dei “più piccoli” (Paola, Costanza, Esa, Davide, Nicola, Dario), nonché nessuno di tutti gli altri è mai incorso in sanzioni. Qualche squalifica per mancata firma sullo score ci stava, per una sorta di giovanile vaghezza totale. Eravamo vivaci, a dir poco. Come si suol dire, ne abbiamo combinate peggio che Bertoldo; però ci siamo divertiti, stando sempre alle regole. Ci scatenavamo nelle tre sole gare del calendario federale a noi riservate che si giocavano a settembre: i Campionati Nazionali Cadetti e Juniores (eravamo in 120 in tutta Italia fra maschi e femmine e si giocava sullo stesso campo), i campionati di circolo a squadre e la mitica Coppa d’Oro Angelo Moratti alla Pinetina, dove l’ex Presidente nerazzurro un anno ci mise a disposizione i suoi preziosi giocatori come caddie.

Regole rispettate in modo ferreo anche dagli adulti, ovviamente. Grandi Signori che organizzavano le partite fra loro, magari scommettendo anche cifre rilevanti fino al semplice caffè, ma sempre nella più piena correttezza, con pochi gesti di stizza, ridicole sceneggiate o inutili arrabbiature. Sfottò, prese in giro e scherzi erano all’ordine del giorno, ma guai a infrangere una regola. Le Signore erano anch’esse molto competitive. Mi basta ricordare come, per almeno cinque anni, a noi ragazze di Varese è stato imposto di non poter ritirare il premio riservato alle signore perché li vincevamo tutti, ma di poter competere solo per lo Juniores. Non ricordo assolutamente che qualcuno dei nostri genitori si sia ribellato. In silenzio, si accettavano le decisioni. Certo, eravamo in 20mila in tutta Italia e l’educazione familiare era differente.

Non dimenticherò mai un episodio che spiega bene lo spirito di tanti anni fa. Giocavo la mia quasi settimanale partitella con coetanei a Varese. Tutti giocatori bassi di handicap ma dal gioco altalenante se in giornata negativa. Alla 5 uno di noi, a causa di un push, finisce sotto il fairway sulla destra dove “uomo bianco non aveva mai messo piede”. Arriviamo in pista e chiediamo se avesse trovato la palla. Dagli inferi ci arriva la sua risposta positiva e noi, che non lo vedevamo, continuiamo a giocare arrivando in green. Dopo un paio di minuti dalle piante, sempre a destra, emerge il nostro compagno. In palio c’era una ricca merenda, quindi chiediamo: “Quanti ne hai, tre?”; prontamente arriva la risposta: “Nove: drive, ho fatto out col secondo, flappa, out col quinto, poi sono andato nel vallone, ariflappa e finalmente sono qui”. Un fatto che parla da solo.

E non erano tutte rose e fiori: chi faceva il furbo avrebbe avuto di chi pentirsi. Ai “ladri” venivano comminate squalifiche pesantissime, accettate con le orecchie basse senza ricorrere ad avvocatoni, giudici, genitori compiacenti che pagano pesanti parcelle per vestire d’angelo il loro piccino indisciplinato, o adulti che continuano imperterriti a giocare con la supponenza di chi ha arrogato scuse improponibili, suggerite dai loro legulei, paragonabili a quelle della nostra patetica politica italiana: “non so…”, “non ho visto…” o “non c’ero e, se c’ero, dormivo…”, “non avevo gli occhiali…”. Ovviamente non si deve fare di ogni erba un fascio, ma girando molti circoli questo editoriale me l’hanno proprio tirato fuori con i denti. Anche perché, come dico spesso, io vengo considerata alla stregua di un confessionale misto a un cestino delle proteste.

A proposito di denti, non credevo che ci fossero in giro personaggi che ne possiedono di così taglienti, che mi portano a dire che questo golf non mi appartiene più. Squallidi e vigliacchi individui che, rigorosamente sotto pseudonimo, usano i social network per scatenare un festival dei veleni diventando delatori del tal giornale, del tal personaggio, del tal circolo. Oppure, e qui si ride, vestono panni che non sono propriamente i loro. Costoro si attribuiscono meriti che non hanno, millantano incarichi e pezzi di carta, inventano rapporti (inesistenti) con le alte sfere, si autoesaltano con proclami scritti in un italiano “per chi viaggia e chi lavora”, senza alcun senso della punteggiatura. A loro consiglio di ritornare alla scuola elementare (senza far vedere il proprio nome su Google alla maestra), anziché parlare di lauree. Sono buona: faccio loro un regalo al modo di Totò: “,…;:;?;;.!”.

C’era uno volta uno sport che pochi conoscevano e ancora meno praticavano. Ora c’è con grandi numeri, ma io vorrei che tornasse come quando lo praticavamo nella correttezza. “AAA Cercasi golf di una volta”; per il bene del gioco, ovviamente.

mp.gennaro@golftoday.it