I Nicknames nel golf

JASONDUFNER

Sono tanti i professionisti che, nella storia dello European Tour e del PGA Tour, hanno ricevuto un soprannome dai media o dai fans. Vi siete mai chiesti, da dove provengano certi nicknames? O perché alcuni professionisti abbiano avuto l’onore e l’onere di riceverne uno? Andiamo a scoprirlo insieme ripercorrendo alcuni tra i più famosi soprannomi della storia del golf.

Uno tra i più recenti è sicuramente il “Dufnering” di Jason Dufner, diventato non solo un nickname ma persino un modo di dire. Secondo i media americani la parola “dufnering” fa riferimento alla posizione semisdraiata che l’ha reso personaggio. Oltre ad aver introdotto un nuovo vocabolo nel dizionario americano, Dufner viene chiamato “The Duf” dai suoi colleghi e amici.

Se, invece, vi dico “lefty”, chi vi viene in mente? Naturalmente Phil Mickelson. Il soprannome nasce infatti dal suo modo di giocare a golf: è mancino.

Abbiamo poi, il famoso Golden Bear alias Jack Nicklaus. Durante gli anni della sua carriera, Nicklaus fu soprannominato così per il modo aggressivo in cui era solito giocare. Ora l’immagine dell’orso d’oro è diventata l’icona del suo brand di abbigliamento.

Woody Austin è stato invece soprannominato “Aquaman” perché, durante la Presidents Cup del 2007, immerse per scherzo il viso dentro una pozzanghera vicino a un green. Qualche giorno dopo Austin si presentò persino sul percorso indossando una maschera da sub.

Come dimenticare invece il “grande squalo bianco”? Greg Norman ricevette il soprannome da un giornalista durante il Masters del 1981. Da quel giorno, Norman è conosciuto più semplicemente come “lo squalo”.

E da ultimo, Arnold Palmer detto “The King”. Perché? Beh, è stato uno dei più celebri professionisti della storia del golf ed è stato la prima star della tv sportiva, nata negli anni ’50. Questi i nicknames di alcuni famosi professionisti. Ma voi… come vi fate chiamare sui campi da golf?

Giornalisti allo sbaraglio

Tiger Woods Elin Nordegren

Perché i reporter, quando incontrano un giocatore di golf, non fanno delle domande come queste?

“Come ti senti?”. “Che bastone hai usato alla buca 12?”. “C’è un nuovo putter nella tua sacca?”. “C’è tua moglie con te questa settimana?”.

Ho un po’ esagerato (solo un po’), ma la qualità delle domande effettuate ai golfisti in televisione è stata a lungo un grande problema per quelli come noi che cercano vere illuminazioni. Forse per il fatto che i vari network e canali sono impegnati nella promozione dei Tour – e così evitano qualsiasi argomento anche solo minimamente negativo o controverso – coloro che sono incaricati di intervistare i pro immancabilmente falliscono nel tentativo di chiedere qualcosa che vada al di là di assolute banalità. Il che, per essere onesti, è ciò che la maggior parte dei giocatori vuole. Dio non voglia che vengano provocati in qualche modo!

Tutto questo rende il recente, e imbarazzante, scambio tra Kelly Tilghman di Golf Channel e il giocatore del PGA Tour Matt Every ancora più straordinario.

“La parola ‘perso’ è proprio adatta a descrivere te e il tuo gioco di circa due anni fa, quando sei stato arrestato per droga e sospeso dal PGA Tour”, dice la Tilghman. “Dev’essere stata un’esperienza difficile. Portaci indietro a quel periodo e raccontaci com’è stato”. Comprensibilmente colto di sorpresa, Every – che ha la capacità oratoria di un perditempo da spiaggia californiano – incespica e brancola sulla sua strada cercando di evitare un momento da brivido. A essere sinceri, nessuno dei due ne è uscito con molto onore…

Ma ecco il problema. In questo nuovo mondo apparentemente coraggioso, dobbiamo aspettarci che la Signora Tilghman insegua ogni intervistato in modo così “affascinante”? Se lo facesse, potrebbe andare vagamente così.

“Dustin Johnson, parliamo dei tuoi due arresti per guida in stato di ebbrezza. Eri un po’ punk all’epoca?”.

“Quindi, Sergio, hai sputato in qualche buca di recente? E come pensi si sia sentito chi è venuto dopo di te, quando ha tirato fuori la palla dalla buca?”.

“Grazie per esser qui con noi, Bubba. Ora, puoi dirci qual è la capitale della Francia?”.

“Ok Nick Faldo, ti sei affrettato a dire che il povero Every dovrebbe fare un corso da PR dopo la mia recente intervista con lui. Ma tu l’hai mai fatto, soprattutto ripensando a quando hai ringraziato la stampa ‘dal profondo del tuo c****’ dopo aver vinto l’Open Championship del 1992 a Muirfield?”.

“Tiger, sull’onda dei tuoi vari tradimenti, possiamo dire che il tuo rapporto con le donne sia maturato del tutto?”.

“Ecco, Greg. Stiamo per portarti indietro a tutti quei Major che hai gettato al vento. Pensi che quei fallimenti siano stati causati da qualche pecca nella tua tecnica, o forse ti sei fatto prendere dal panico quando si è trattato di imbucare?”.

“Ben Crane, puoi dirci perché sei così dannatamente lento nel gioco? Da uomo di Dio quale sei, non pensi che sia una mancanza di rispetto verso i tuoi compagni? O almeno cattiva educazione?”.

“Cristie Kerr, l’anno scorso ti sei ritirata dai singoli della Solheim Cup adducendo la scusa di un doloroso infortunio al polso. Ma, meno di due settimane dopo, ti sei presentata al tee di partenza di un ricco torneo del LPGA Tour, il primo di cinque consecutivi in cui hai registrato tre Top 10. È stata un’impresa molto coraggiosa o forse stavi fingendo un po’?”.

“Ora Elliot Saltman, quale pensi debba essere la punizione per un giocatore che viene scoperto a rimpiazzare la palla più vicina alla buca dopo averla marcata in green?”.

“Robert Allenby, hai giocato delle vere schifezze durante la Presidents Cup dello scorso anno. Sei pronto ad assumertene la responsabilità? O stai ancora incolpando i tuoi compagni di squadra per le tue mancanze?”.

“Ok John Daly, quanti inviti pensi di meritarti? E, puoi ricordarci quanti eventi hai abbandonato?”.

“Sig. Commissario Finchem, ha mai preso una decisione che influenzasse direttamente, e a lungo termine, il bene del gioco piuttosto che il benessere finanziario, e a breve termine, dei suoi già benestanti membri?”.

“Steve Williams, puoi appoggiare la tua sacca laggiù. Ora, quante gare hai vinto in realtà?”.

“Ecco, Ross Fisher. Puoi dirci perché  tratti i giornalisti con tanto disprezzo, anche se, dobbiamo ammetterlo, leggermente meglio rispetto alla media dei professionisti del Tour?”.

E infine… una domanda speciale proprio per la Signora Tilghman: “Kelly, provi ancora un po’ di rancore per la tua breve sospensione da Golf Channel a seguito dei tuoi sfortunati commenti sulle persone di colore e il “linciaggio”?”.

Ma quanto mi costi

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Sono tramontati i tempi di Old Tom Morris e Willie Park Senior, vincitori di soli onori. Oggi i tornei e gli sponsor assicurano montepremi favolosi, con cifre da capogiro. Ma non siate invidiosi: a volte si vince, ma spesso si perde

Non dovremmo mai dimenticarci che, in quanto professionisti, noi golfisti siamo in una posizione molto privilegiata. Essere ben pagati per girare in bellissime località esotiche è già di per sé un’esperienza straordinaria. Per di più, siamo pagati per fare qualcosa che amiamo (e che avremmo probabilmente fatto anche con un ritorno economico molto più modesto, se non nullo). Questa non è una cosa che possono dire in tanti. Nessuno può negare che al vertice del golf professionistico ruotano moltissimi soldi, ma agli inizi non era certo così: i vincitori dei primi quattro Open, dal 1860 al 1863 (Old Tom Morris e Willie Park Senior, entrambi due volte), non ricevettero alcun premio in denaro!

Un secolo dopo, Tony Jacklin ricevette un assegno di 4.250 sterline, quando vinse l’Open Championship del 1969 a Royal Lytham & St Anne’s; e dieci anni dopo, nel 1979, Seve Ballesteros ne ritirò uno di 15.000 sterline, quando conquistò il suo primo Open su quello stesso campo. Nick Faldo intascò “solo” 85mila sterline per la vittoria dell’Open a St Andrews nel 1990. “Solo” in confronto alle 900mila che si è portato a casa Darren Clarke a luglio, dopo la sua vittoria al Royal St George’s, tra premi di gara e incentivi dagli sponsor. Cifre che fanno capire come la remunerazione dei pro sia totalmente cambiata nel tempo. A marzo scorso, l’autorevole rivista inglese Golf World (da una cui costola è nato Golf Today) ha pubblicato la “Rich List”, che rivelava la Top 50 dei golfisti che avevano guadagnato di più nel 2010. E, devo ammetterlo, era molto affascinante scorrere quei nomi e, soprattutto, quelle cifre.

La lista includeva i guadagni sia “dentro” che “fuori” dal campo, e la Top 5 era composta nell’ordine da: 1. Tiger Woods (con 74.294.116 dollari); 2. Phil Mickelson (40.185.933); 3. Arnold Palmer (36.000.000); 4. Greg Norman (30.009.270); 5. Jack Nicklaus (25.175.000). Io ero “solo” 18mo nella lista; ma spero di guadagnare qualche posizione nel 2011, anche se ho davvero sprecato l’occasione nell’ultimo Major dell’anno, l’US PGA Championship all’Atlanta Athletic Club, in Georgia. È stato incredibilmente caldo tutta la settimana, con temperature che talvolta sfioravano i 48 gradi, ma non vale come scusante. I bogey arrivavano uno dietro l’altro: se non avessi perso un colpo a buca nelle ultime quattro del giovedì e non ne avessi persi cinque nelle prime quattro buche il sabato, le cose sarebbero andate molto diversamente. Sfortunatamente il nostro gioco è tutto fatto di “se” e “ma”.

Comunque, tornando ai vari premi, c’è un’enorme remunerazione nel nostro sport, se giochi bene. Certo, se mettiamo a confronto i migliori golfisti con i migliori calciatori, c’è ancora una grande differenza. Ma sono consapevole che la popolarità mondiale del calcio sia pesantemente maggiore di quella del golf, per cui se diamo una rapida occhiata ai compensi di Rooney, Torres, Messi, Kakà, Ronaldo e li confrontiamo con quelli di Luke, Westy, Rory, G-Mac e i miei, possiamo vedere come calciatori mediamente bravi guadagnino molto di più dei migliori golfisti. A ogni modo, per quanto possa sembrare poco credibile, non sono i soldi a motivarmi. So che è facile da dire nella mia posizione; ma non mi sono mai soffermato troppo sull’entità del montepremi di un torneo. E se sono in lotta per la vittoria, gli zeri dell’assegno passano in secondo piano: il titolo, il trofeo e i punti del ranking per me contano ben di più.

Quando metto a punto il mio calendario gare non penso al montepremi. Gioco comunque in tutti i più grandi tornei, magari pensando a quanto sia bello il campo o alle insidie che nasconde un percorso. Questi sono i fattori alla base delle mie scelte, e saranno sempre più importanti di qualsiasi altra cosa. È bello, nel golf, essere motivati dalla passione e dal desiderio di vincere. Poi, se il gioco viene ricompensato anche dal punto di vista economico, è ancora meglio!