Largo ai giovani

ye wocheng

Le nuove generazioni di campioni arrivano dalle Academy dell’Estremo Oriente. Guan Tianlang a 14 anni ha polverizzato al Masters ogni record di età. Mentre sull’European Tour arriva il 12enne Ye Wocheng

Mi ripeto: adoro vedere giocare i giovani! Così ho accettato con entusiasmo l’invito del Presidente di Villa d’Este Giancarlo Rizzani e per una giornata ho fatto un bagno di gioventù. Inutile dire: “Ai miei tempi…” allora sì che il golf era uno sport per persone agée. Ora tutto è cambiato. A parte il fenomeno Teodoro Soldati c’erano altri 14enni che ho visto giocare con piglio da veterano e che, una volta ancora, mi ha fatto pensare che il golf è ora dominato dalle giovani star, anche in campo professionistico. Le giovani speranze azzurre sono moltissime anche se i numeri nel nostro Paese sono ancora troppo bassi. Permettetemi un inciso. Lo saranno sempre più fintanto che ci saranno presidenti di circolo che chiudono le porte o che, è un caso limite, non permettono più l’ingresso come “ospiti indesiderati” a ex soci che per mille e un motivo diverso, hanno abbandonato quel circolo. Circolo? Vabbé, lasciamo stare…

Chiuso l’inciso che mi sono sentita di inserire perché mi prudevano le mani torniamo ad argomenti più in linea con il vero golf. I giovani stanno cambiando la faccia del golf, la globalizzazione sta livellando il gioco e le nuove star arrivano da Germania, Spagna, Corea, Giappone, Cina, Sud Africa e, ovviamente, Stati Uniti anche se il grande paese non sta più dominando da qualche anno (vedi medagliere olimpico). Tutto è iniziato con le vittorie nel Masters dei vari Faldo, Ballesteros, Langer e Woosnam anche se Tiger per una dozzina d’anni ha dato l’illusione che gli americani fossero sempre dominanti ma l’incidente ha rimesso in primo piano la globalizzazione. Si è visto con Kaymer, Westwood e Donald ai vertici del World Ranking, prima che Woods tornasse ad essere Woods, con i successi in Ryder Cup, nella Solheim Cup, nella Walker Cup e solo il guizzo di Keegan Bradley nel PGA Championship ha permesso che gli “International” (come gli americani chiamano con un po’ di sufficienza gli stranieri) facessero un filotto nei quattro Major.

Il mondo si sta rimpicciolendo, ma il numero di buoni professionisti provenienti da altri paesi diventa sempre più grande. Nel primo World Golf Ranking, nel 1986, c’erano 40 giocatori internazionali tra i primi 100. Alla fine del 2011, ce n’erano 70. E’ stato un crollo del mito americano iniziato, come detto, con i successi nel Masters grazie alla tenacia di giocatori ambiziosi come Faldo e alla facilità negli spostamenti. Il golf professionistico è diventato più accessibile e ne è un esempio l’Italia, una nazione quasi senza pedigree, con Matteo Manassero che si unisce a Paesi dalla tardizione più antica come l’Irlanda con Rory McIlroy e il Giappone con Ryo Ishikawa. Accademie giovanili si stanno aprendo in Cina, e più di un maestro ha iniziato un servizio di lezione on-line tramite l’iPhone.

Paesi come la Cina, la Corea e il Giappone stanno sfornando a spron battuto prodotti delle loro Academy. Bambini che si allenano come adulti facendo una vita simile, seguiti da genitori tifosi e mandati a studiare in America. Gli esempi sono infiniti, tutti al limite del paradosso. Abbiamo Ariya Jutanugarn, dilettante 17enne thailandese, Guan Tianlang, 14enne che ha polverizzato al Masters ogni record di Matteo (che rimane il più giovane ad aver vinto un torneo del Tour) e il 12enne cinese Ye Wocheng che ha giocato il suo primo torneo dell’European Tour a 12 anni e 242 giorni. Chi non ricorda poi Michelle Wie, prima fra tutte a superare un taglio in un torneo dell’LPGA a 14 anni dopo che a 10 aveva vinto l’US Women’s Amateur Public Links? Ci sono poi le stelle emergenti cinesi: Dou Ze-Cheng, Bai Zheng-kai e Jim Liu, il più giovane vincitore del Junior US Amateur nel 2010 a 14, senza dimenticare Andy Zhang, il più giovane a giocare lo US Open a San Francisco. L’esperienza sarà importantissima per loro ma anche il carattere perché si è passati, nei Paesi orientali, da un estremo all’altro come in tutti gli sport. Sono ancora fresche le leggende sugli allenamenti delle giovanissime atlete di ginnastica alle Olimpiadi di Roma di alcune delle quali non è stata nemmeno rivelata l’età.

Va bene essere giovani ma tutto ha un limite ed è giusto, ma soprattutto salutare, che un ragazzo possa fare il ragazzo (anche se gareggia a livelli planetari). In ogni caso il lato più bello è vedere come nel golf e solo nel golf ci si possa confrontare con atleti di 30-35 anni di più e l’ultimo esempio è stata la bellissima prova offerta da Jeff Maggert al Players Championship. L’ultima considerazione riguarda ancora i giocatori americani che prodotti in serie danno vita a un gioco simile con risultati molto scadenti in caso di condizioni metereologiche avverse (un caso che tocca anche il tennis sui campi in terra rossa). Questo, forse, è anche il motivo della grande “fuga di cervelli” dal Tour europeo verso l’americano, oltre alla ricchezza dei montepremi. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Nel frattempo, largo ai giovani!

mp.gennaro@golftoday.it

È sempre la gara più bella

Il Masters rimane il torneo più avvincente, perché regala uno spettacolo unico e mille considerazioni. Che adesso valutiamo insieme

Il Masters è sempre la gara più bella in assoluto.

Per merito del campo piuttosto che del field, perché queste gare le giocano sempre gli stessi giocatori, di base i 50 migliori al mondo. Devo dire che hanno un capolavoro di campo, che esalta lo spettacolo. Ti ricordi le ultime edizioni? Una più bella dell’altra. Le ultime tre, poi, sono state pazzesche: Schwartzel, con i quattro birdie finali; Bubba, con quel colpo straordinario; e il rush finale di Scott. Il tutto senza che ci fosse Tiger in contention. Anche questa volta è definitivamente uscito dalla lotta per la vittoria dopo le prime 9 di domenica e si è visto un gran golf con Cabrera e Scott che hanno giocato veramente bene sotto pressione a grande vantaggio dello spettacolo. Cabrera, se ha voglia di giocare, è ancora fortissimo. Solo che ora sembra l’abbia solo tre o quattro settimane all’anno. Ha cambiato un po’ lo stile di vita: ha divorziato, si è messo un po’ più a regime. Lui è proprio della vecchia guardia, se gli fai fare la vita da atleta dopo un anno scappa. Ancora adesso ogni tanto sparisce dalle gare e si prende una pausa, è un personaggio unico che, secondo me, non ha mai guardato o fatto un video. Assolutamente il contrario di Scott, che è molto costruito. In questo caso ha vinto la macchina sull’istinto. Sono contento per Adam, dopo quanto gli è successo all’Open Championship. E pensare che ha vinto senza imbucare. Ha messo pochissimi putt, quasi nulla, tranne quello decisivo e alla 72ma buca: un putt mostruoso di una difficoltà rara.

Poi c’è stato il pasticcio Tiger. La verità non è piacevole, in quanto il comitato si era accorto del droppaggio errato ma l’aveva giudicato ininfluente. Si sono trovati spiazzati quando Woods ha parlato del suo errore in conferenza stampa. Non potevano certamente dire: “Lo sapevamo”. A quel punto sarebbe partita una raffica di domande: “Perché glielo avete fatto fare?”, “Perché non glielo avete detto alla 18?”. Hanno cercato di salvarsi, appellandosi alla decisione 33.7 che dice che poteva essere comminata la penalità a discrezione del comitato anche a score chiuso, riconoscendo la buona fede del giocatore. A quel punto sono scattate le polemiche sul web (twitter in testa) con metà mondo favorevole alla squalifica, perché la maggior parte dei suoi detrattori sosteneva che – anche se tecnicamente la regola esiste – moralmente Tiger avrebbe dovuto ritirarsi. Quando questi impicci diventano di pubblico dominio il Comitato si trova con le mani legate. Trovo che Tiger non ne esca male; chi ne esce male è il Comitato.

C’è poi la questione dell’attribuzione delle penalità o delle squalifiche, che talvolta non è molto giusta. Bisogna cominciare a punire dall’alto non dal basso. È troppo comodo punire un ragazzino come Guan quando, ad esempio, un Jason Day è lentissimo. È comunque fortissimo e sono certo che a breve vincerà un Major. Ha doti maggiori (e 24 anni) rispetto a un Donald o un Westwood, che sono sempre lì ma manca loro l’acuto.

I nostri due italiani hanno toppato completamente la gara. Francesco ha giocato malissimo intorno ai green (cambia poco lo score finale), mentre Matteo non era contento del gioco con i ferri. All’Augusta National se si mancano più di cinque o sei green è un niente fare doppio bogey, perché se si finisce pure dalla parte sbagliata non si può metterla vicino con l’approccio e i tre putt sono dietro l’angolo.

Per concludere, due considerazioni.

La prima riguarda Bernhard Langer: stiamo parlando di un giocatore di un altro livello, che su tre giri può ancora vincere. Ha ancora, a 56 anni, un gioco fantastico (anche se non mi dà molta emozione) con un’altissima qualità di colpi. Si è sempre detto che gioca i ferri in modo straordinario, però mi sono reso conto che è ancora migliore col gioco corto. Potrei dire che approccia quasi come Seve. La seconda è sui giocatori europei, che stanno giocando male: in tutte le gare non fanno risultato. Sono stati “bastonati” da gennaio e questo nonostante giochino tutti in America. Non ce la fanno. A un certo punto, il migliore era proprio Langer; poi, chi è terminato più in alto è stato il bravissimo Olesen. L’unico che ha brillato è stato Martin Laird, nato in Scozia. Ma è scozzese come io sono comasco…

Ecco il più giovane mai invitato al Masters. Con i complimenti di Poulter

Poco dopo aver conquistato il WGC-HSBC Champions, Ian Poulter stava già tessendo le lodi di Guan Tialang. Il cinese è infatti entrato nella storia come il più giovane di sempre, a soli 14 anni, ad aver diritto a giocare il Masters.

Il talentuoso giocatore si è guadagnato un tee time all’Augusta National vincendo l’Asia-Pacific Amateur Championship in Thailandia. Guan ha tenuto duro dopo un iniziale vantaggio di cinque colpi con giri da favola in 66 e 64 all’Amata Spring Country Club. Il suo successo arriva cinque mesi dopo che il compatriota Andy Zhang ha preso parte all’US Open di San Francisco alla stessa età.

Quando Guan debutterà all’Augusta National il prossimo aprile batterà il record precedente del nostro Matteo Manassero, che aveva 16 anni quando ha giocato il primo Major dell’anno nel 2010.

Guan si sta velocemente facendo strada come l’ultimo fenomeno del golf asiatico, dopo esser diventato il più giovane giocatore a gareggiare in un evento del Tour europeo con il China Open di inizio anno. Anche il giapponese Ryo Ishikawa e il sud coreano Noh Seung-yul hanno fatto la loro comparsa sulla scena mondiale mentre andavano ancora a scuola, tracciando la strada per la prossima generazione di golfisti asiatici.

Poulter, che ha vinto il suo secondo WGC in due anni, è rimasto così impressionato dall’impegno di Guan e dalla vista della Old Tom Morris Cup di fronte a lui, da commentare: “Ho appena realizzato che ha vinto ed è incredibile. È un ragazzo speciale ed è fantastico per il golf asiatico e per la Cina. Dimostra quanto questo sport si sia sviluppato nel Paese negli ultimi pochi anni e di quanto sia destinato a diventare sempre più forte. Mercoledì scorso ho tenuto una golf clinic per ragazzi qui a Mission Hills e ho scoperto che c’è del vero talento tra i ragazzi dagli otto anni in su. Quindi tra quattro/otto anni saranno una forza che dovremo prendere in considerazione”.

Il nuovo che avanza

guan tian lang

Manassero ha centrato il terzo titolo prima dei vent’anni. Guan Tian-Lang, 14 anni, giocherà ad Augusta. McIlroy ha vinto due Money List. L’elenco potrebbe continuare e dimostra l’irruenza dei baby campioni nel gioco di oggi. Che sta cambiando e dobbiamo rendercene conto

Questo nostro sport sta dimostrando sempre più che l’età media si sta “mostruosamente” abbassando. Il golf è ormai dei giovani, con campioni che, appena dopo lo svezzamento, impugnano bastoni per dare vita a performance di tutto rispetto e a un cambio generazionale su cui c’è molto da pensare. È ovviamente il caso di Rory McIlroy, il primo che viene in mente, vincitore delle due money list ai lati dell’Atlantico, seguito da una pletora di coetanei – alcuni anche ben più giovani – che si rincorrono per abbattere record su record. Il nostro Matteo, con lo squillante successo di Singapore (a discapito del trentenne Louis Oosthuizen, ritenuto ormai quasi “obsoleto”), è diventato il più giovane vincitore di sempre ad aggiudicarsi tre tornei prima del compimento dei vent’anni continuando quella striscia positiva, ormai difficilmente ricordabile a mente, di primati frantumati. Uno, però, l’ha già perso: è stato il più giovane giocatore ad Augusta ma, due soli anni dopo, sarà sostituito da Guan Tian-Lang, un liceale cinese quattordicenne che, vincendo l’Asian-Pacific Amateur Championship in Thailandia, è diventato il più giovane qualificato per il Masters. Ma era già stato il più giovane partecipante a un torneo dell’European Tour nel China Open quando aveva solo 13 anni. Tian-Lang, che pesa solo 56 chili, usa con rara maestria il belly putter ma avrà tempo per adeguarsi alle nuove regole che entreranno in vigore fra alcuni anni.

Poi ci sono gli altri: Ryo Ishikawa, astro giapponese, ha 21 anni, stessa età dell’altro idolo orientale, il sudcoreano Seung-Yul Noh. Tutti con lo smartphone in sacca, impegnati sui social network (twitter su tutti), con il coraggio di cambiare tattica, ferri e colori (osano persino con il rosa) e tutti carichi di rivalità. Andy Zhang, altro quattordicenne, ha partecipato all’US Open e fa imbestialire la vecchia guardia con la sua preparazione al simulatore. E Lydia Ko a 15 anni ha già vinto nell’LPGA Tour. Vanno velocemente perseguendo la missione di dare una nuova immagine al golf, come spiega Manassero: “Questo non è uno sport da vecchi, non è uno sport da ricchi e non è uno sport da pigri”. I ventenni sono diventati bandiere; lo stesso Manassero è stato scelto come ambasciatore al comitato olimpico prima del voto per includere il golf nel programma di Rio 2016 e McIIroy, con anticipo imbarazzante, è già stato nominato futuro portabandiera dell’Irlanda del Nord. Piacciono, rappresentano e trascinano. Solo un paio di anni fa la stella era Tiger Woods e i suoi avversari gente in media più vecchia di lui. Ora, un baby prodigio dopo l’altro, il parco favoriti è stato stravolto e destinato ad aumentare esponenzialmente secondo ciò che affermano gli stessi campioni, a cominciare da Woods.

La felice avventura di Guan Tian-Lang (ormai da tre anni il vincitore dell’Asian-Pacific Amateur Championship ha diritto a scendere in campo ad Augusta) ci riconduce alla sempre maggiore importanza che l’Oriente sta acquisendo nel circuito europeo.

La crisi, questa stramaledetta crisi, ha provocato una strage fra gli sponsor, a favore di Paesi come Cina, Corea, Giappone, India e altri dove i montepremi non scarseggiano; anzi, sono ricchissimi. I giocatori amano il loro Tour, ma sono estremamente infastiditi dalla sparizione di numerosi tornei come il Czech Open, il Castello Masters, il Madrid Open, il Mallorca Classic e, per ultimo, l’Andalucia Masters. Va bene che sono stati annunciati due nuovi eventi in Sudafrica prima di Natale, ma la maggior parte delle compagnie internazionali ha dichiarato di essere molto più interessata ai mercati emergenti piuttosto che a quelli stagnanti del vecchio continente. Brutta cosa… Il primo a essere arrabbiato è Thomas Bjorn, presidente e portavoce dei giocatori del Tour europeo, che comprende la situazione spagnola che, a suo dire, fa a pugni con il prosieguo di sponsorizzazioni consistenti negli altri sport nel resto d’Europa. Ed è questa, a mio parere, una delle ragioni della “fuga dei bastoni” verso gli Stati Uniti che impoverisce i field nostrani.

Stati Uniti dove due braccia vengono finalmente recuperate al golf. A dispetto dei molti problemi con i quali si dibatte un’America che passa da cicloni a tempeste di neve, il buon Barack tornerà a calcare i prati verdi nutrendo la sua passione rimasta per ben 87 giorni profondamente sedata dall’estenuante campagna elettorale. L’ultima sua apparizione in campo è stata il giorno del suo compleanno; e questa pausa è stata la più lunga di tutta la sua vita di golfista visto che, in 44 mesi del suo mandato, ha giocato ben 104 volte. Per le quali, però, nessuno l’ha attaccato: cosa sarebbe accaduto da noi se Berlusconi (o chi per esso) avesse fatto solo 9 buche in putting green? E questo vale per qualsiasi altro nostro politico, poco distratto dal golf (e da altri sport “snob”), perché poco ci si ricava. E mi sembra di essere stata chiara. Se non fosse stato anno di elezioni, avrei scommesso sul fatto che Obama sarebbe stato fra gli spettatori a Medinah. Il presidente, ligio, ha invece seguito i consigli di Keith Koffler. E ha ottenuto il risultato sperato.

mp.gennaro@golftoday.it