Quel piccolo miracolo di sentirsi europei

Esiste sulla carta, ma in realtà il nostro continente è ancora frazionato negli interessi di ogni singola nazione. Lo sport è l’emblema di questa divisione: campionati e tifosi separati per bandiera. Con una sola eccezione: la Ryder Cup

di Massimo De Luca

L’Europa, intesa come reale entità politica, ha un’esistenza, per così dire, intermittente. Ci accorgiamo che c’è quando viaggiamo nel Continente e non abbiamo più bisogno di passaporto né del cambiavalute. Ci accorgiamo che non c’è quando si devono affrontare problemi scottanti (l’immigrazione, per esempio) e un Paese di frontiera come il nostro si ritrova solo a gestire emergenze terribili. C’è quando, purtroppo, si deve sottostare a vincoli di bilancio rigidissimi, modulati su economie a differente velocità dalla nostra (e da quella di tanti altri); non c’è quando si sentirebbe il bisogno di una reale politica estera comunitaria che, invece, è ben lungi dall’essere realizzabile. Nello sport l’Europa è una finzione: lo dimostra la stessa esistenza di campionati europei per tutte le discipline sportive (dal calcio all’atletica al nuoto a tutto il resto), dove ognuno gareggia per la propria nazione. Solo una volta ogni due anni l’Europa sportiva esiste e quella volta coincide con la Ryder Cup. Provate a pensarci: vi capita in qualche altra occasione di ascoltare il bellissimo Inno alla Gioia di Beethoven, scelto come inno ufficiale della Comunità? Se non siete deputati o funzionari del Parlamento Europeo, immagino di no. C’è qualche altra occasione in cui ci si trovi a tifare Europa? Certamente no. Questo è il piccolo miracolo della Ryder Cup: trasmettere un soffio di vita a quella strana creatura di laboratorio, formata da 28 pezzi diseguali, che, per il resto del tempo, se ne sta quasi sempre lì, gigante immobile privo di una mente unica.

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