Questione di talento

tiger coach

Secondo una teoria, la predisposizione naturale nello sport è ininfluente. O, addirittura, non esisterebbe. A pensarci bene, però, si tratta di conclusioni un po’ affrettate

Un paio di settimane fa sono stato allo Stanford Bridge, lo stadio del Chelsea, perfettamente attrezzato con ristoranti, palestre e sale conferenze. Ogni anno qui viene organizzato un convegno sui leader: nel football, nelle performance, nello sponsorship. Trattano un’infinità di argomenti, tutti interessantissimi, di fronte a rappresentanti di business, calcio e pubblicità; ed è davvero difficile scegliere in quale sala andare. Per esempio a me è capitato di essere molto indeciso fra la conferenza sui Mondiali 2022 e quella su cosa si insegnano a vicenda sport e business. Quello che mi ha colpito maggiormente è stato l’intervento di Matthew Syed, per otto anni miglior giocatore di tennis da tavolo del Commonwealth e due volte olimpionico, diventato poi commentatore ed editorialista del Times. Nel 2009 è stato nominato “Miglior Giornalista Sportivo”.

Avevo già sentito parlare di lui e del suo ultimo libro “Bounce: Mozart, Federer, Picasso, Beckham and the Science of Success”. Ho ascoltato con grande attenzione l’esposizione della sua teoria secondo la quale il talento non esiste ed è inutile sottolineare, magari a un figlio, quanto ne abbia. Secondo Syed il talento non esiste nella genetica. Il successo di una persona in campo sportivo è dovuto alla quantità e alla qualità di ore che ogni atleta dedica alla pratica di un determinato sport. Il suo è stato un intervento spiegato con molta chiarezza e di cui avevo già discusso con altre persone, al punto che sono arrivato a chiedermi se io abbia sfruttato davvero tutta la mia predisposizione fisica e se chiunque, con la giusta dose di allenamento, possa raggiungere alti livelli. Syed ci ha invitati a leggere le biografie delle sorelle Williams, spinte al tennis dal padre a quattro anni. Poi ha fatto l’esempio di Beethoven che, a sei anni, intratteneva già la nobiltà: il padre era pianista e utilizzava un sistema d’insegnamento innovativo per quei tempi. Parimenti, ha proseguito Syed, anche Michael Jackson che ha iniziato da piccolissimo. E, per restare nel nostro campo (quello da golf) ha infine fatto l’esempio di Tiger Woods, che a due anni già aveva confidenza con lo swing e a cinque aveva praticato tante ore quante un normale amateur in tutta una vita.

Ci avevo già pensato e vorrei che chi mi legge ragionasse su quanto ho scritto. Io non sono d’accordo con la teoria di Syed. Rispetto il suo pensiero, però a me è capitato di andare a vedere ragazzi che a cinque anni giocano a pallone nel cortile di casa con i coetanei che hanno praticato le stesse ore e notare che quello bravo ha “qualcosa” in più. Se questi ragazzi li prendi e li metti in un ambiente organizzato dove possono rivivere le stesse qualità e quantità di insegnamenti, uno dei due sarà più bravo e il talento farà sempre la differenza fra quello che è un professionista e l’altro che è un campione. So di non aver parlato di golf ma mi ci collego con facilità, perché ho notato quanto i 22/23enni di oggi siano più avanti rispetto a una generazione fa. Tiger ha rivoluzionato il sistema: sono più atletici, praticano dodici ore al giorno, utilizzano sistemi computerizzati e mental coach; e raggiungono grandi livelli prima, rispetto agli anni Ottanta e Novanta. Rimane il fatto che mi sono chiesto: “Se mio padre mi avesse messo a suonare il piano e ci avessi dedicato lo stesso impegno che ho dedicato al calcio, avrei raggiunto gli stessi risultati?”. Non ne sono per nulla certo. Anche perché ho spesso preso a prestito la frase di Gary Player che diceva: “…Fortuna, …fortuna: si chiama ‘allenamento’! Io più mi alleno e più ho fortuna”.