Sul green soffia il vento dell’Europa

masters-green-jacket

In quel pomeriggio soleggiato ad Augusta, mentre dieci giocatori si contendevano il titolo a suon di birdie, dal pentolone dei bei colpi e degli errori è uscita una nuova classificazione mondiale. Questa non è una notizia ma una realtà: quattro giocatori in lotta per il titolo provenivano da continenti differenti. Charl Schwartzel (Africa), Adam Scott (Australia), Angel Cabrera (Sud America) e KJ Choi (Asia).

Tiger Woods, che teneva alto l’onore degli Stati Uniti in classifica, avrebbe potuto riunirsi ai leader, se non fosse inspiegabilmente crollato nell’Amen Corner. E la migliore speranza dell’Europa, Rory McIlroy, ha visto infrangersi i suoi sogni di gloria sulle seconde nove buche. Detto questo, la metà dei detentori dei più importanti titoli sono europei. E tutti i campioni in carica nei Major appartengono all’European Tour. Due sono sudafricani, e nessuno si chiama Els e Goosen. Ma quel che è grave è che nessuno è americano.

Per la prima volta che chiunque possa ricordare, nessun giocatore americano è in possesso di un titolo Major. E se un nuovo ordine mondiale domina il golf, il nuovo ordine americano sembra essere in ribasso come un relitto nel mare impetuoso del cambiamento tra l’invecchiare delle stelle e l’arrembaggio dei nuovi. Ci sono solo 11 americani nei top 36 del World Golf Ranking e solo tre, Tiger Woods, Phil Mickelson e Jim Furyk, hanno vinto un Major.

Dopo il Masters del 2006 ce n’erano 18, tanto per gradire. Degli ultimi 13 Major, solo quattro sono stati vinti da americani e due di loro sono stati vinti da Lucas Glover e Stewart Cink, due giocatori al di là di ogni immaginazione. Se Woods sia in crescendo è una questione di opinioni, una congettura. Mickelson ha 40 anni e nessun altro sa quanto sia difficile per lui giocare con l’artrite psoriasica e il trattamento che segue per tenere a bada la malattia. Steve Stricker è il numero 9, ha 44 anni e non ha mai vinto un Major, soprattutto perché la maggior parte dei campi sono lunghi e lui non ci arriva più. I giocatori di media lunghezza possono raggiungere i par 5 in due al John Deere Classic o al Transition, ma non all’US Open. Jim Furyk, numero 13, ha vinto per tre volte sul PGA Tour nel 2010, ma ha anch’egli 40 anni.

Poi ci sono i giocatori più giovani, nessuno dei quali è una vera stella anche se stanno studiando per diventarlo. Grandezza di gioco oggi significa vincere i Major e gli americani non ne sembrano in grado al momento.

Dustin Johnson è il numero 12, ma le sue possibilità di vincerne uno sono affondate nel rough di Pebble Beach nel corso dell’US Open 2010 e nella sabbia alla 72ma buca del PGA Championship. Nick Watney dovrebbe avere grandissime opportunità, ma il potenziale significa semplicemente che non ha ancora fatto nulla.

È 14mo nel Ranking mondiale, grazie soprattutto alla vittoria nel WGC-Cadillac al Doral. Ma ha vinto solo tre volte sul PGA Tour. Bubba Watson, 32 anni, ha disputato il play-off con Kaymer al PGA, ma ha consegnato il titolo all’attuale Numero Uno centrando il lago. Anthony Kim, 25 anni, è stato una star della Ryder Cup nel 2008, ma non è ancora completamente guarito da un intervento chirurgico a un pollice. Rickie Fowler è l’oggetto non identificato. A 22 anni non ha ancora vinto sul PGA Tour e il suo più grande successo è stato il mezzo punto ottenuto con Edoardo Molinari nel match di singolo lo scorso anno in Ryder Cup. Ha un grandissimo potenziale, ma deve dimostrarlo.

Il livello del gioco americano ha sempre stimolato i nostri giocatori, che, per migliorare, sono emigrati nel PGA Tour, vedi i Faldo, Langer, Ballesteros, Woosman & Co. Ora che il resto del mondo ha imparato, dovrebbero venire gli americani in Europa a fare lo stesso!

mp.gennaro@golftoday.it