Golf prossimo venturo

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Senza la pretesa di prevedere il futuro, divertiamoci a ipotizzare gli scenari della stagione 2014

Anche se la stagione di golf 2014 inizia già nel 2013, approfitto di questa breve pausa per fare dei pronostici sulla prossima annata. Visto che i miei pronostici sul calcio sono apprezzatissimi su Sky – e ultimamente ne sbaglio pochissimi – questo mese voglio divertirmi a farne qualcuno anche per la prossima stagione di golf, soprattutto per quello che riguarda Tiger Woods. La domanda è: riuscirà finalmente ad aggiungere un Major al suo già importante totale di 14? Il primo Major 2014 sarà ad aprile, e molti sono convinti che sarà la sua occasione per rompere la striscia negativa che va indietro fino all’US Open 2008. Per me ci sono quattro ragioni per le quali l’anno venturo Tiger avrà grandi chance di tornare a vincere un Major: i quattro campi in cui si disputeranno.

1. Tiger naturalmente adora l’Augusta National; nella sua carriera ha vinto quattro volte nella casa del Masters, fin dal suo debutto nel 1997, e ha quasi aggiunto al suo guardaroba la quinta Giacca Verde quest’anno, quando un rimbalzo sfortunato contro la bandiera e una drop penalty l’hanno comunque portato vicinissimo alla vittoria. Di tutte le sedi dei Major 2014 questa è quella che gli piace di più.

2. Il secondo Major, l’US Open, sarà a Pinehurst: uno dei campi più difficili sul pianeta dove però Tiger ha raggiunto un certo livello di successo. Quando l’US Open ha fatto tappa qui, Tiger non ha vinto ma ci è andato molto vicino arrivando secondo dietro a Michael Campell nel 2005, due colpi dietro a lui e tre davanti al terzo. Nel ‘99, sempre a Pinehurst, è arrivato terzo dietro al compianto Payne Stewart.

3. Tiger adora anche il Royal Liverpool, dove si terrà l’Open Championship a luglio 2014. Il British Open torna in Inghilterra dove Tiger ha vinto la claret jug nel 2006. E sappiamo tutti bene quanto siano importanti i ricordi nella testa di chi gioca a golf, soprattutto quando sono positivi.

4. Last but not least, l’ultimo Major torna a Valhalla, dopo averci fatto tappa nel 2000 quando Tiger ha vinto al play off contro Bob May.

È chiaro che nel golf non ci sono garanzie, ma credo che Tiger stesso non avrebbe potuto scegliere quattro campi più adatti al suo stile di gioco per i quattro Major della stagione. Anche se in realtà è difficile trovare dei campi che non si addicano alle sue immense qualità…

Questi sono i motivi per cui sono convinto che Tiger possa tornare a vincere un Major.

Ma ci sono anche dei contro. Prima di tutto: “largo ai giovani”. Nell’ultimo periodo i vari McIlroy, Bradley, Simpson hanno dimostrato di avere le qualità golfistiche e la testa per vincere Major. È sicuramente più difficile vincere quando hai 40 anni e in più Tiger ha avuto problemi con la schiena, le ginocchia e i tendini di Achille; quindi dal punto di vista fisico è probabile che non abbia più le energie di un tempo, quando andava avanti a testa alta senza mostrare alcun tipo di stanchezza. Sicuramente deve risolvere qualcosa del suo gioco. Sembra che soprattutto nel weekend qualcosa nel suo modo di puttare non funzioni. Qualcuno dice che il suo short game non sia più quello di una volta, quello che gli permetteva di recuperare dopo drive non eccezionali. Per questo fa fatica a vincere. Molti sono convinti che riuscirà più facilmente a superare il record di Sam Snead di 82 vittorie sul PGA Tour (al momento è a quota 79). Per altri, sarebbe più importante vincere cinque US Open superando così Jack Nicklaus e Ben Hogan (a quota quattro). Vedremo…

Io comunque sono già eccitato al pensiero della prossima stagione! Da una parte spero che Tiger vinca, ma dall’altra mi auguro ovviamente anche che in questi Major debba vedersela fino all’ultimo con uno dei nostri tre moschettieri. Magari Matteo potrebbe dargli del filo da torcere all’Open Championship, visto che aveva fatto molto bene da giovanissimo. Chicco invece potrebbe essere un avversario da battere all’US Open, con quei rough quasi ingiocabili. Dodo infine potrebbe diventare l’uomo che lo mette in difficoltà e che gli contende la vittoria al PGA Championship, sempre sperando che riesca, dopo la lunga assenza, a rientrare tra i primi: se lo merita, per le sue qualità, ma si merita anche un po’ di fortuna!

Ogni giro inizia molto prima della 1

poulter riscaldamento

Un riscaldamento fatto bene, con calma e tranquillità, garantisce un round giocato meglio. Molti lo sanno, pochi lo fanno

Anche se non ho letto molti libri, so che il filosofo cinese Confucio disse che “il successo è la conseguenza di una buona preparazione” e che “senza preparazione si è destinati al fallimento”. Bene: posso affermare che non molti tra i golfisti che incontro alle Pro-Am conoscono abbastanza Confucio. Rimango sempre stupito nel vedere quanti di loro si negano – magari senza rendersene nemmeno conto – la possibilità di giocare un round abbastanza decente, solo per mancanza di cura e attenzione nella preparazione del giro. I giocatori, di solito, sono convinti di poter arrivare sul tee della uno, allungare le braccia e giocare un giro sotto par. Certo, magari ci riusciranno. Ma se sottovaluta la necessità di una buona preparazione, non si creano le condizioni migliori per giocare bene.

Si inizia in club house…

Un giro va preparato bene. Con calma. In qualsiasi gara che gioco ho l’abitudine di arrivare al campo un paio d’ore prima del mio tee time. Cerco quindi di fare colazione al club, pasto che idealmente consiste in due uova in camicia su un toast bollente, seguite da un pochino di frutta. Più tardi mangerò un sandwich al burro di arachidi e marmellata e della frutta secca lungo il percorso, insieme a due banane. Se il mio tee time è vicino all’ora di pranzo, porterò in campo più cibo. Di solito, durante un giro, bevo circa tre litri d’acqua, a seconda della temperatura. Circa un’ora e mezza prima del mio tee time inizio i miei diversi esercizi di stretching. Comincio con alcuni leggeri allungamenti delle gambe, assicurandomi che le articolazioni siano sciolte con alcuni piegamenti e affondi. In seguito faccio qualche esercizio di rotazione per la parte superiore del corpo e per finire con degli esercizi di riscaldamento delle spalle. L’obiettivo è riscaldare con calma ogni parte del corpo.

…poi in campo pratica…

Poi, quando mi manca un’oretta alla partenza, mi dirigo in campo pratica, avendo comunque già fatto l’intera sessione di warm-up fisico. Ovviamente, è tutto calcolato sull’orario della giornata: se il mio tee time è davvero molto presto, per esempio alle 7 del mattino, vado a praticare solo mezz’ora prima della mia partenza. Una volta in campo pratica, la prima cosa che faccio è estrarre dalla sacca il ferro 5 e il ferro 6 e fare qualche swing impugnandoli insieme, come se avessi tra le mani un ferro particolarmente pesante: si tratta di un esercizio che scioglie bene le articolazioni. Poi comincio a colpire qualche palla con il mio lob-wedge, con il sand-iron, il ferro 9, il 7 e il 5; poi con il mio ibrido 4, il mio ibrido 3 e il 2 e con il mio legno 3; infine, con il drive. Proseguo con un po’ di approcci, colpi dal bunker e qualche putt. Per concludere, di solito, con qualche minuto sul putting green. Conosco alcuni giocatori superstiziosi che non lasciano il putting green finché non hanno imbucato tre solidi putt di fila. Io credo che si tratti di stupidaggini senza alcuna importanza. Tutto quello che cerco di fare, invece, è acquisire le giuste sensazioni sul green: se poi non ho imbucato un putt significativo da alcuna distanza, non porterò alcuna preoccupazione in campo. A livello mentale, infatti, non inizio a giocare finché non salgo sul tee della uno; perciò qualsiasi cosa accada prima di quel momento è irrilevante. La mia mente è pulita.

…e infine in campo

Mi piace arrivare sul tee circa quattro minuti prima della mia partenza, giusto in tempo per indossare un bel guanto, estrarre il mio marchino dalla sacca, mettere tre tee in tasca e prendere una Titleist. Dopodiché sono pronto ad andare. Arthur Ashe, il grande tennista che vinse a Wimbledon nel 1975, potrà avere letto Confucio o no, ma una volta disse: “Una importante chiave per il successo è la fiducia in se stessi. E un’importante chiave per la fiducia in se stessi è la preparazione”. Aveva ragione.

Mai dire mai – Spesso giovani ragazzi che vogliono diventare giocatori professionisti mi chiedono i consigli più disparati. La mia risposta è sempre la stessa: “Lavora duramente e… mai dire mai”. Ho provato sulla mia pelle quanto sia importante, specialmente agli inizi della carriera, circondarti delle persone giuste. Non stare con chi ti dice che non puoi farcela: se credi di essere abbastanza bravo e lavori duramente, puoi raggiungere qualsiasi obiettivo.

Pensa positivo – Una delle doti più importanti che un professionista deve avere è quella di saper trasformare un brutto giro in uno buono. Dopo qualche buca ti può sembrare che le cose vadano malissimo, ma devi porre fine agli errori. Come si può fare? È molto semplice: non ripeterti che le cose stanno andando male, ma pensa positivo.

Corto è bello – È bello vedere campi sede dei Major championship che non vengono costantemente allungati. L’anno scorso l’Open a Lytham è stato giocato su un campo par 70 di 6.479 e lo US Open è stato giocato all’Olimpic Club, un par 70 di 6.556 metri. Il Merion, che tra pochi giorni ospita lo US Open, misura meno di 6.400 metri. Finalmente. Adesso cambia tutto…

Obiettivo programmazione

francesco molinari

Una stagione fatta bene è anche il risultato di una pianificazione attenta. Perché il calendario è molto fitto. E allora bisogna sapere quando “darci dentro” e quando, invece, rallentare

La nuova stagione è iniziata, dopo una pausa invernale fatta di “riposo attivo”: tranquillità, casa, ma anche tanto allenamento, lezioni, preparazione e programmazione. A proposito di pianificazione, devo dirvi che si basa sia sulle gare più importanti (i Major), sia sugli eventi World Golf Championship; anche se quello che ha cercato di insegnarmi Denis Pugh in tutti questi anni è che non ci devono essere troppe differenze nell’affrontare i Major e le altre gare dell’European Tour o WGC. In pratica, le 28 o 30 gare che gioco ogni anno dovrebbero essere affrontate nello stesso modo, per evitare che capiti come a qualche mio collega che si carica di troppa pressione.

Per far questo cerco sempre di lasciare – nei limiti del possibile – un periodo libero prima di una gara importante, per recuperare energie mentali e mettere a punto dei ritocchi che sarebbero più difficili da sistemare nel corso di un torneo. Per esempio, io mi sono fermato dopo Abu Dhabi saltando le altre due settimane del “Desert Swing” per prendermi il tempo di allenarmi e fare preparazione fisica in vista dell’Accenture Match Play Championship in Arizona e, due settimane dopo, del Cadillac Championship al Doral. Prendersi una pausa è quasi automatico per tutti quei giocatori che entrano nel field delle gare più importanti. Quando si riesce, ovviamente: il terzo torneo del WCG sarà la settimana prima del PGA Championship e in questo caso non ci sarà la possibilità di prendersi molto riposo o di prepararsi in modo mirato, dal momento che solo due settimane prima è in calendario l’Open Championship.

Al di là delle pause e dei tempi di recupero, che sono personali, tutti noi abbiamo un vantaggio se conosciamo un po’ i campi. E non è sufficiente qualche giro di prova, perché durante il torneo il percorso può rivelarsi del tutto differente. È quanto succede, ad esempio, ad Augusta, per restare in tema “Masters”, ormai imminente. Io ormai conosco l’Augusta National, così posso praticare colpi specifici come il draw, in particolare con i tee shot, per aumentare il controllo. Così dedico gran parte del tempo in campo pratica, abituandomi a tirare più colpi in quel modo: so che mi torneranno utili. Allo stesso modo, prima dell’Open Championship, sarebbe bene giocare su un links. E io, infatti, giocherò lo Scottish Open al Castle Stuart Golf Links di Inverness. Purtroppo, quest’anno non conosco nessuno dei tre percorsi sede degli altri Major. Per l’US Open, che si giocherà a Merion, credo che arriverò la domenica e cercherò di avvalermi dei suggerimenti di Dodo.

Mi ricordo qualcosa di quanto ho visto in televisione; ma certamente non è la stessa cosa. Anche a Muirfield non ho mai giocato, ma mi preoccupa meno, perché arriverò dal links dello Scottish Open e sarò già abituato. Infine, non conosco nemmeno Oak Hill, vicino a New York, dove hanno giocato la Ryder Cup del 1995; per di più, non l’ho visto nemmeno alla tv. Per cui studierò attentamente le “mappette”. Oggi sono redatte con una precisione strabiliante: tre giorni ormai bastano per conoscere qualsiasi campo sede di torneo. Peraltro ormai succede raramente che in Europa io debba giocare su tracciati sconosciuti. Ormai mi considero un “veterano”.

Per quanto riguarda il ritmo nella preparazione di una gara, le mie “tappe di avvicinamento” sono ormai assodate: nei tornei regolari del Tour finisco la domenica; lunedì mi riposo o viaggio se non c’è possibilità di farlo la sera prima; il martedì provo 9 buche e il mercoledì gioco la Pro Am. A volte faccio 18 buche sia il martedì che il mercoledì. Ma mai per tre giorni: prima della gara sarebbero troppe per le mie caratteristiche di gioco e fisiche. Magari ne gioco 18 lunedì e altre 9 gli altri due giorni; oppure 9-18-9.

Ci sono campi che mi piacciono in tutti i continenti. Non ho preferenze su europei, americani o asiatici. Mi piacciono i tracciati abbastanza tecnici indipendentemente da dove si trovino. I campi troppo facili invece non mi entusiasmano. Ed essendo nato in Europa, preferisco i parkland. Ma di solito vado molto “a sensazioni”: quando arrivo in un posto per la prima volta, percepisco subito se è un campo che mi piacerà o meno. E questo accade a tutti noi.

Anno nuovo, soliti problemi

kuchar mahan

Tolti i due Nike, è calma piatta: non si profila all’orizzonte un giocatore capace di stimolare l’intero movimento. Che soffre parecchio del gioco lento, contro cui non si fa niente. Per fortuna, in Italia abbiamo segnali incoraggianti

L’inizio del 2013 è stato abbastanza noioso. Non abbiamo visto grandi novità. Se non scendono in campo Tiger Woods o Rory McIlroy o non ci sono da tifare i nostri azzurri, il panorama è piatto. Purtroppo non vedo giocatori emergenti “fighi”. Gli stessi Westwood o Donald sono in ombra e, quel che è peggio, non ci si accorge della loro mancanza. Questo trend non è confortante, perché conferma una volta di più che chi conta è sempre e solo Tiger Woods. Mi chiedo chi potrebbe catalizzare l’attenzione se, per un qualsiasi motivo, Woods uscisse dai giochi. Forse Webb Simpson, che con la sua laurea in teologia ha assunto le sembianze di un diacono? Teniamo le dita incrociate sperando che Tiger giochi bene. La finale dell’Accenture fra Kuchar e Mahan è stata emozionante come vedere “La corazzata Potëmkin”, in quanto a suspence. La gara match play è tanto bella ai primi turni, quanto noiosa alla fine. Se facessero come al Volvo (formula a gironi) potrebbe essere più divertente; ma potrebbero giocare solo in 16 e perderebbe lo stato di WGC. Io metterei in calendario un altro WGC con la formula consueta ma, ripeto, non match play.

Due parole anche sulla piaga ormai inguaribile del gioco lento. I dirigenti del PGA Tour continuano a “parlare-proibire-permettere-discutere” dei vari putter lunghi, ma non fanno nulla per evitare che ci si metta anche quattro minuti e mezzo per tirare un colpo. E questo accade abitualmente, anche in match play: l’abbiamo visto nell’Accenture, dove in semifinale hanno impiegato quattro ore per fare 14 buche. Ormai negli Stati Uniti non riescono più a completare il venerdì le prime 36 buche. È vergognoso, perché impiegando cinque ore sembra che si giochino delle gare di circolo. Non viene rispettato il regolamento, molti giocatori si prendono anche tre minuti per giocare un colpo. Questa è diventata la media e temo sia troppo tardi per porre rimedio sia perché hanno permesso che diventasse un’abitudine con troppa tolleranza, sia perché il problema è stato sottovalutato per troppo tempo. Hanno redatto il regolamento senza punire fin da subito; e ormai rischiamo di non uscirne. Analizzando a fondo la situazione, bisogna ricordare che nei Tour comandano i giocatori e, di conseguenza, è proprio la loro associazione che paga gli stipendi agli arbitri; è quindi facile immaginare che, quando un arbitro deve dare la penalità, questo fatto lo senta.

Sono molto contento per Lorenzo Gagli e per Matteo Del Podio. Francesco Molinari non si può prendere in considerazione, perché finora ha giocato poco; ma resta una sicurezza. Sono invece preoccupato per Edoardo Molinari. Spero non si sia “incartato” troppo con il nuovo allenatore o con i nuovi attrezzi per l’allenamento, anche se sono certo che lui, che ha un’intelligenza superiore, si renderà conto di come tornare competitivo come nel 2010. Gagli mi ha parlato benissimo di Matteo Del Podio. Sta giocando bene, fiducioso della stagione e tranquillo. Del Podio ha un grande potenziale, ma deve abituarsi a giocare ai livelli dell’European Tour. Deve rendersi conto che ogni colpo sul Tour vale oro e che, pertanto, non ci si può permettere di buttarne via alcuno. Bisogna imparare a dimenticare e non arrabbiarsi mai, perché giocare ad alto livello vuol dire anche questo. Tanto di cappello ad Alessandro Tadini che a 38 anni ha ottenuto la carta quest’anno: è un esempio di costanza e determinazione per i giovani. Sono invece perplesso per la base. Gli allenatori lavorano sempre sui numeri piccoli e fra dieci anni, se non allarghiamo la base e facciamo il salto di qualità, non ci ritroviamo nessuno.

Osservando il calendario mi sono reso conto di quanto sia faticoso. Capisco perché molti giocatori giochino stabilmente sul PGA Tour. È molto più comodo rispetto all’Europa, dove si viaggia il doppio. Il fatto di aver perso sette gare in Inghilterra ha influito non poco. I big a questo punto pensano che negli USA si spostano bene, hanno montepremi di sette milioni di dollari, hanno il sole… Il loro maggior interesse diventano i Major, non guardano più al World Ranking. E sono più di uno i grandi che fanno questo ragionamento. A proposito di Major: ti saluto confessandoti che non vedo l’ora che arrivi il Masters.

Gente da podio a fine stagione

rory matteo

Tra Major e Ryder è stato un anno strepitoso e appassionante. Tanti campioni hanno offerto un gioco spettacolare e divertente. E tre di loro sono davvero da medaglia

Il 2012 è stato anno olimpico e, più delle altre volte, si presta a un bilancio. Pertanto ho pensato di stilare, a titolo prettamente personale, un piccolo podio golfistico. Al terzo posto del mio podio metto Matteo Manassero. Manny è esploso un paio anni fa e ha dimostrato a tutti da subito le caratteristiche del campione. È normale, una volta arrivati così in alto in giovane età, fare un’analisi dettagliata e percepire cosa migliorare e aggiustare per continuare a competere ad altissimo livello per tanti anni. Matteo ha impostato in modo intelligente questo percorso che lo porterà a migliorare sempre di più. Come sempre succede, è naturale fare un passo indietro poi due avanti e così via.

Ora in finale stagione sta raccogliendo i frutti di un anno difficile e duro, all’insegna dei sacrifici dove la sua “testa” ha avuto una parte importante. Noi possiamo contare su campioni come Francesco Molinari, bravo e continuo, ed Edoardo, più spettacolare, creativo e “artistico”. Io credo che Matteo unisca le caratteristiche dei due: la continuità di Chicco e l’estro di Dodo. D’altronde questo è stato l’anno dei giovani. Nella vita di tutti i giorni, quando c’è crisi nella vita sociale, i giovani sono i primi che ne vanno di mezzo. Nello sport, quando c’è crisi, si deve dare loro più spazio perché hanno più possibilità e dimostrano di avere una maturità insospettata: il futuro del golf è in buone mani per quanto hanno fatto vedere finora. Auguro a Matteo un posto nella squadra della prossima Ryder Cup, di vincere due tornei – uno in Europa e uno in America – e di essere protagonista nei Major.

Sul secondo gradino sale Tiger Woods. Non potevo non inserire e premiare il mio idolo. Dopo tutto quanto successogli nella vita personale – i problemi familiari, i media che lo davano per finito – è rientrato vincendo tre tornei in un anno ed è stato quasi sempre protagonista nei Major. Per me è stato un grande rientro ai vertici. Mi immagino per lui una carriera sul genere di quella di Roger Federer: è stato il più grande di tutti, poi sono arrivati altri giocatori ma lui ha saputo risorgere e tornare in cima al World Ranking. Nella classifica mondiale del golf c’è stato qualcuno che si è alternato in vetta; ma sono convinto che presto Tiger tornerà ad essere il Numero 1. E non è certamente finito come giocatore, anche se ora la concorrenza è più agguerrita perché gli altri sono migliorati tantissimo anche grazie a lui, oltre ad aver perso il complesso di inferiorità nei suoi confronti.

Infine, medaglia d’oro del mio podio a Rory McIlroy. Ha avuto una stagione straordinaria e merita pienamente il posto che gli riservo, ma soprattutto quello che occupa nel Ranking. Ha classe immensa e una “testa” superiore. Dopo ciò che gli è successo ad Augusta, tutti a dire che non si sarebbe mai più ripreso; invece, la sua classe cristallina gli ha permesso di vincere due Major. Come un calciatore 18enne che si trova a tirare negli ultimi minuti di una partita importante due rigori decisivi e li sbaglia tutti e due. Rischia di non riprendesi più. E invece, Rory… Mi è anche molto piaciuto come ha affrontato e giocato la Ryder Cup. Mi regala davvero molte emozioni, tenendo anche conto della sua giovane età.

Che anno fantastico!

ryder cup

Tre Top 10 su quattro Major, poi la qualificazione per Medinah e la vittoria della grande sfida. Certo, lasciarmi scappare l’occasione a Kiawah è stata una delusione, ma la Ryder Cup mi ha compensato di tutto

Non ho ancora centrato un Major, ma la mia forma di quest’anno dimostra che uno dei “Big Four” non è poi così lontano. Alla fine, il PGA Championship è stato una delusione e il Wanamaker Trophy in questo momento non è in bella mostra sulla mensola del mio camino. Ma non puoi essere troppo deluso quando finisci terzo in un Major. Inoltre, non potevo davvero sperare in una partenza migliore all’ultimo giro! Avevo visto che le prime tre buche erano ottime chance di birdie, ma fare birdie al volo nelle prime cinque buche, e poi di nuovo alla 7, è stato qualcosa di speciale e meraviglioso. È stato un gran colpo portarmi così in alto; e semplicemente una vergogna perdermi nel finale. Il mio terzo giro in +2 (74) è stato particolarmente frustrante, perché le condizioni erano perfette per fare score. Tra l’altro è successo dopo il venerdì, in cui ho giocato uno dei miei migliori giri di golf. Poteva essere anche solo un 71, ma il forte vento (a quasi 60 km/h) ha reso le cose incredibilmente difficili, come 41 score di 80 e più (e un paio oltre il 90) possono provare. Ho guardato le statistiche e Rory ha giocato i par 5 meglio di me solo per un colpo (-8, invece del mio -7); ma mi ha distrutto sui par 3 (-3, contro il mio +2). Due di questi erano dei veri mostri (213 e 217 metri rispettivamente); aggiungi un po’ di vento e puoi capire il problema. Tutti noi programmiamo la stagione intorno ai Major e quest’anno penso di aver dimostrato di essere vicino a conquistarne uno. Oltre al mio terzo posto a Kiawah, il settimo ad Augusta e il nono al Lytham hanno significato che ho raggiunto la Top 10 in tre dei quattro Major. Non posso proprio lamentarmi!

La vittoria da record di Rory a Kiawah significa che è il secondo più giovane di sempre a vincere due Major dai tempi della guerra. La sua impressionante vittoria per otto colpi ha superato di una lunghezza il precedente record, per il margine più ampio, appartenente a Jack Nicklaus (PGA Championship 1980). Non ci vuole Einstein per capire che Rory ha imparato una grande lezione dalla sua disfatta di Augusta l’anno scorso. Inoltre – cosa forse ancora più impressionante – ha vinto i suoi primi due Major con un distacco totale di 16 colpi. Nessuno ha mai fatto una cosa del genere, nemmeno Tiger Woods o il grande Jack Nicklaus!

Dopo l’ultimo Major, mi sono concentrato sulla Ryder. Anzi, passo indietro: quando sono tornato a casa da Kiawah, ho conosciuto il nuovo membro della nostra famiglia. È un Labradoodle (un incrocio tra un labrador e un barboncino) che si chiama Enzo ed è molto dolce. I bambini, come puoi immaginare, sono entusiasti. E, infine, Bentley, l’altro mio cane, ha un “fratellino” con cui giocare. Questioni familiari a parte, dopo l’ultimo Major mi sono concentrato sulla Ryder. Ho sempre programmato che il PGA Championship fosse l’ultimo evento importante che avrei giocato nel processo di qualificazione per la grande sfida, pertanto mi ha fatto piacere aver giocato così bene. Sono rientrato automaticamente nelle picks e ci sarei rimasto davvero male se non fossi stato scelto. La forza dell’Europa è tanto impressionante (c’erano sette europei nella Top 10 di Kiawah) che avrei preferito non dover dipendere dalle picks del capitano. Alla fine, sappiamo come è andata. A Kiawah eravamo tutti concordi sul fatto che Olazabal sarebbe stato un leader perfetto, un capitano davvero stimolante. Del resto, anche quando ha fatto il suo breve discorso di Valhalla, gli è bastato alzarsi in piedi per ottenere che la stanza fosse in completo silenzio. Tutti erano pietrificati. È una persona fantastica e lo ha dimostrato a Medinah.

Il mio major in Sicilia

ernie els

Al Verdura Resort ho capito le difficoltà che i pro hanno incontrato all’Open Championship, tra strategia, vento (o sua assenza) e putting. E a Scott auguro di fare come McIlroy

Comincio questo mio intervento dicendo che ho trascorso le mie vacanze estive al Verdura Resort su consiglio di un amico che, giustamente, mi aveva detto che è il posto ideale anche per i bambini; e, come tutti i genitori, quando hai dei figli decidi le vacanze in base alle loro esigenze. Se stanno bene loro, tutto è perfetto. Il fatto, poi, che ci siano anche le 36 buche ricavate su fantastici links ha reso felice anche me e mi ha aiutato per più di un motivo. Per primo perché giocare su due links è sempre un’esperienza molto divertente: mi sembrava di essere tornato indietro negli anni, all’essenza del golf di 200 anni fa in Scozia. È uno splendido campo naturale, non manipolato dall’uomo, dove l’erba cresce sulle dune di sabbia che seguono la conformazione esistente. Come seconda cosa mi sono reso conto della differenza che può fare il vento su un campo simile: un giorno giochi un drive perfetto e ti trovi la palla inerpicata sulle dune quasi ingiocabile; l’altro, il legno 3 e il ferro 9 e l’unico problema che hai è quello di evitare i bunker; poi, il giorno successivo monta il vento e, sulla stessa buca, sei obbligato a usare driver e legno 3 di secondo. Come dice Tiger, il colpo viene influenzato dal vento.

Fatta questa premessa di carattere personale, eccomi alle gare dei pro, in particolare allo scorso Open Championship che i miei amici e io abbiamo seguito incollati al video. Il motivo per cui ti ho raccontato la mia esperienza in vacanza si ricollega proprio al Major inglese: sono riuscito, nel mio piccolo, a capire meglio le difficoltà che stavano passando i giocatori, anche se l’assenza di vento ha rischiato di addormentare il torneo. Ho capito l’importanza della strategia, la capacità di adeguarti alle condizioni meteo e al putting. Per quest’ultimo, vorrei che noi, golfisti della domenica, non dimenticassimo mai sempre dell’importanza basilare che ha. Tiger ha dimostrato di essere quasi ai livelli di qualche anno fa con lo swing che è tornato a dargli continuità; deve solo riacquistare la sensibilità e il tocco nel putting. Els credo che abbia vinto proprio perché ha puttato come non faceva da qualche anno. Adesso imbuca e io sono contento che abbia vinto lui. Del resto Ernie ha un “love affair” con l’Open, in Inghilterra è di casa e dimostra che per lui l’Open è torneo speciale. Il sabato dell’Open abbiamo tutti tifato perché Scott giocasse con Tiger, per vedere cosa sarebbe successo per la presenza del suo ex caddie Steve Williams. Magari la “convivenza” di 18 buche avrebbe portato qualche situazione divertente.

Credo che Scott si stia ancora chiedendo coma abbia fatto, dopo tre giorni e dodici buche al comando, a perdere quattro colpi nel finale. Molti hanno detto che sono incidenti che possono stroncare una carriera, ma io non sono d’accordo perché ricordo bene il recente esempio di McIlroy lo scorso anno ha perso malamente il Masters e, dopo soli due mesi, ha dominato l’US Open. E, come se non bastasse, questa estate si è portato a casa pure il PGA Championship. Pertanto il mio pensiero è che alla fine il campione si misura non tanto da quello che vince (che pure conta e parecchio) ma da come sa rialzarsi dopo le sconfitte più brucianto. McIlroy è un campione. Scott adesso ha l’opportunità di dimostrare di esserlo, anche se avrebbe meritato di vincere.