Il gioco vero è quello dei links

poulter

A Muirfield abbiamo visto come questo tipo di percorsi permettano molti modi di giocare ogni buca. Ci vuole ingegno e concentrazione, più che forza bruta da driver

Quest’anno l’Open si è tenuto a Muirfield. È un percorso fantastico, un meraviglioso test di golf: devi veramente fare attenzione a rimanere fuori dai bunker, se vuoi farcela. Non vedevo l’ora di tornarci. Adoro i links. È un vero peccato che esistano per noi golfisti del Tour solo una o due occasioni durante l’anno per giocare su un tracciato puramente links, ma è così. Il mio campo preferito nella rotazione dell’Open è senza dubbio St Andrews. L’Old Course è stato il percorso dove ho giocato il mio primo Open Championship nel 2000, dopo la qualifica al Ladybank. Molti ragazzi andavano a St Andrews in giornata, giusto per dare una sbirciata. Io no. Io non ho mai voluto permettermi di “spiare” quel terreno sacro a meno che non mi fossi qualificato per meriti. Alla fine, molti di quei ragazzi che erano andati a dare un’occhiata furtiva hanno mancato la qualifica. Mentre io mi sono guadagnato un posto e sono andato là da solo, ho prenotato un B&B e ho trascorso una settimana davvero fantastica.

Dopo l’Old Course, nella mia lista personale Carnoustie e Royal Birkdale sono entrambi al secondo posto. Molto impegnativi e strategici per come sono disegnati: per ogni buca non c’è un modo giusto o sbagliato di giocare, ma molte opzioni diverse. Sfidare i bunker? O appoggiarsi corti prima degli ostacoli e andare in green con quattro bastoni in più rispetto a qualsiasi altra parte nel mondo? Ovviamente, ci sono alcuni campi nella rotazione dell’Open che non fanno per me: tra quelli che mi piacciono meno c’è il Royal St George’s, che considero “ingiusto”; un percorso che penalizza i buoni colpi può darti sui nervi. I grandi percorsi hanno tutti un senso. Non come quelli dell’US Open, che sono test di sopravvivenza. E nemmeno come quelli dell’US PGA Championship, che non ti danno alcun’altra possibilità dal tee se non il driver. Non puoi usare un ferro per il primo colpo in un par 4 da 450 metri, perché non riusciresti mai a raggiungere il green con il secondo. Invece, la bellezza dei links è che esistono molti modi diversi di giocare ogni singola buca. Devi solo aguzzare l’ingegno e rimanere concentrato. È golf “puro”. E quando sei sul tee provi un gran senso di libertà, perché non ti senti obbligato in una strada che non vuoi percorrere.

Se i nostri campi sono migliori, l’America ha comunque i suoi vantaggi. Io ho deciso di trasferirmi là, per motivi sia di famiglia sia professionali. Amo l’Inghilterra, sia chiaro. Ma andare avanti e indietro tra Gran Bretagna e USA ogni settimana mi stava uccidendo. Se poi penso a come sono stati gli ultimi inverni, è chiaro che non c’è paragone con il potersi infilare un paio di pantaloncini e uscire a praticare. La Florida è un ottimo posto per prepararsi per una gara. Lee Westwood si è trasferito in America quest’anno e mi ha detto di essersi pentito di non averlo fatto dieci anni fa. Oggi ci sono così tanti buoni giocatori, che, se non sei preparato alla perfezione per la gara il giovedì mattina, sei già nei guai.

Questo Tour fa un po’ fatica

Non è necessario essere dei geni per capire che l’European Tour stia attraversando un momento difficile. Il calendario gare è interessante a inizio anno in Medio Oriente e alla fine in Asia, Paesi dove ci sono molti soldi e le cui economie sono al momento davvero solide. Ma quando si torna nel continente europeo, a metà stagione, le cose sono meno promettenti. E vista l’attuale precarietà dell’economia, non penso che le cose miglioreranno molto nei prossimi anni. Speriamo che l’inizio e la fine del calendario continuino a crescere, e se si riuscisse a inserire uno o due grandi eventi ogni anno si potrebbe tornare ai vecchi fasti. Il fatto è che se sei uno dei migliori giocatori al mondo non puoi giocare in tutte le gare più importanti del mondo: la maggior parte di noi riesce a partecipare a 20/25 gare all’anno. È semplicemente impossibile giocare tutte le settimane!

Finalmente senza belly

Proibire l’ancoraggio è una decisione corretta e mi fa piacere che ora finalmente ci sia chiarezza sulla questione, con l’accordo comune di R&A e USGA. Ritengo, ripeto, che si tratti di una decisione giusta: quattro degli ultimi sette Major sono stati vinti da giocatori che usavano il long putter e il numero di chi lo ha adottato è cresciuto in continuazione negli ultimi anni. Pertanto è una buona cosa che le autorità abbiano preso una decisione prima che i numeri esplodessero e diventassero ingestibili: se ancori il bastone, snaturi la sfida che sta alla base del gioco. Far oscillare liberamente tutto il bastone è un elemento importante. Mi meraviglia che questa decisione ci abbia messo così tanto tempo ad arrivare. Il PGA Tour ha messo i bastoni tra le ruote durante il periodo di consultazione quando in pratica hanno dimostrato di non volere che si dicesse loro cosa fare. Mi auguro che adesso si trovi il modo di applicare la decisione presa da entrambi i corpi governativi.

Questo colpo non s’ha da fare

turnberry

Sta per iniziare l’Open Championship. Bene, ma non dimentico che nei vari campi su cui ruota il torneo ci sono alcune buche odiose. Che sarebbe bello modificare così

Ogni volta che mi trovo sul tee della 9 a Muirfield, mi passano per la testa due pensieri. Primo: la consapevolezza che sto per giocare uno dei migliori par 5 del golf riempie sempre l’animo di trepidazione e piacere. Ma poi, secondo momento, i miei occhi si spostano verso sinistra lungo l’argine di pietra che corre fino al green. E qui, scuoto la testa e rabbrividisco. La ragione dei miei dubbi è la fascia di rough denso e gommoso che parte dal tee e arriva fino a più o meno i tre quarti dei 510 metri di questa magnifica buca. A destra del rough, dopo poco più di 200 metri, c’è un bunker. Più a destra il fairway. Poi un altro bunker. Infine, ancora più a destra, c’è dell’erba ancora più alta della varietà munchy (non che ne esista di altro tipo nella storica casa della Honourable Company of Edinburgh Golfers). Tutto questo va bene se sei dell’idea che il target per il tee shot in questa meravigliosa buca debba essere uguale per tutti i giocatori. Cioè: mandare la palla tra gli ostacoli sui due lati della stretta striscia di erba tagliata che rappresenta la salvezza. Stando lì, sul tee, questa conclusione mi rende sempre triste e frustrato. E mi domando cosa succederebbe se eliminassimo il rough a sinistra e lasciassimo uguale tutto il resto; o se concedessimo ai giocatori più intraprendenti e creativi l’opzione di sfidare il fuori limite e drivare dritto lungo la linea dell’argine, a sinistra del bunker, accorciando così la buca di quasi 40 metri; o se aggiungessimo un’altra dimensione a quella che è già una buca brillante. A me sembra ovvio. Le buche migliori, nel gioco più grandioso, offrono delle alternative ai giocatori, obbligano a processi decisionali, offrono delle tentazioni al banale scenario: “Fai così, oppure così”. La 9 di Muirfield, per queste sue squisite qualità è sì una sfida, ma senza particolare immaginazione.

Già che siamo in ballo, balliamo: ho un altro suggerimento per un’altra sede scozzese dell’Open Championship. E ancora coinvolge una buca 9, questa volta l’incredibilmente pittoresco par 4 di 415 metri dell’altrettanto incredibilmente pittoresco percorso Ailsa di Turnberry. È una buca che, nonostante colpisca senza dubbio per l’aspetto estetico, non ha posto nel puro golf competitivo. Per il semplice motivo che il fairway (che altro non sembra che i due spioventi del tetto di una casa) è del tutto irraggiungibile. Se non mi credi, chiedi a Jack Nicklaus. Questa è l’esatta descrizione che ne ha fatto l’Orso d’Oro durante l’Open del 1986. E una buca che non offre alcuna soddisfazione tangibile per il drive più perfetto è chiaramente imperfetta. Anche i tee shot spediti direttamente sul famoso cumulo di pietre in cima al pendio è quasi garantito che manchino il fairway a destra o a sinistra, a seconda del lato della collina che la palla colpisce quando atterra. Quindi dimentica tutto quanto hai mai letto (cioè i salamelecchi sdolcinati, leggeri e ossequiosi) su questo apparentemente infinito par 4. E ricorda solo una cosa: non è nulla di più di un’atroce e brutta buca, cattiva fino al midollo. Quindi qual è l’alternativa? Facile. Trasformare la buca 9 in un par 3 dagli attuali tee – non c’è modo di farne a meno – verso il mitico faro. Immagina che green memorabile sarebbe. E immagina lo spettacolare par 5 che un grande architetto potrebbe costruire da lì all’attuale green della 10, che spazza via la palla, intorno e giù lungo le sponde frastagliate della costa dell’Ayrshire.

Ci sono altre buche che potrei citare nella rotazione dell’Open. La 4 e la 7 a Carnoustie sono impegnative. Il nuovo bunker subito a destra del secondo green di Muirfield è una disgrazia e dovrebbe essere rimpiazzato. Il tee della corta 13 dovrebbe essere spostato di lato, abbastanza da creare un angolo più difficile per il tee shot. Il green della 17 al Royal Birkdale – rimodellato e, per alcuni, rovinato prima dell’Open 2008 – dovrebbe essere distrutto, fatto esplodere e rifatto da zero. Sarebbe più veloce ricordare quelle buche al Royal St George’s che non possono essere rifatte in alcun modo, forma o dimensione. E che dire dei relativamente nuovi, ma senza speranza e non appropriati, green “Donald Steel” al Royal Liverpool? Oh.. my God! Nulla è perfetto. Vorrei scommettere che, dando la possibilità di rifare la Monna Lisa, anche il grande Leonardo apporterebbe qualche cambiamento. I campi da golf non sono diversi. Anche i migliori possono essere migliorati.