Margherita Rigon e Veronica Zorzi si sono classificate al 16° posto nell’Open de España

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Margherita Rigon (74 67 73 70) e Veronica Zorzi (73 70 69 72) si sono classificate al 16° posto con 284 colpi (-4) nell’Open de España, e vinto dalla sudafricana Lee-Anne Pace con 275 (67 69 68 71, -13).

In  27ª posizione con 286 (73 70 71 72, -2) Stefania Croce, in 46ª con 290 (73 69 73 75, +2) Diana Luna, mentre dopo il secondo giro è uscita al taglio Sophie Sandolo, 71ª con 148 (70 78, +4).

La Pace, 32enne di Mossel Bay, ha ottenuto il secondo titolo stagionale e il settimo in carriera con un giro finale un po’ sofferto in 71 (-1, con cinque birdie, due bogey e un doppio bogey), ma comunque sufficiente per vincere la resistenza della svedese Mikaela Parmlid (276, -12).

La Rigon ha girato in 70 (-2) colpi con tre birdie e un bogey; la Zorzi e la Croce in 72 (par), la prima con quattro birdie e altrettanti bogey, la seconda con un eagle, un birdie, un bogey e un doppio bogey; la Luna in 75 (+3) con tre birdie, due bogey e due doppi bogey.

Open de España: Vince Raphael Jacquelin; 8° posto di Matteo Delpodio

40 sono le posizioni recuperate da Edoardo Molinari, che chiude al 27° posto, 32 quelle recuperate da Matteo Manassero che termina al 16° posto, ma sono le 15 posizioni recuperate da Matteo Delpodio che lo proiettano nella top ten dell’Open de España.

Delpodio chiude in ottava posizione con con 285 (73 69 73 70, -3) colpi, ottenendo la sua migliore prestazione di sempre. 70 i colpi dell’ultimo giro ottenuti grazie a  3 bidie ed 1 bogey.

Vince il torneo, sul tracciato del Parador El Saler, in Spagna, dopo un play-off a tre, il francese Raphael Jacquelin, che si impone, alla fine della nona buca di spareggio, sul tedesco Maximilian Kieffer e sullo spagnolo Felipe Aguilar.

Matteo Manassero con 287 (78 68 72 69, -1), chiude il torneo, durante il quale ha festeggiato i suoi 20 anni, marcando sull’ultimo giro 4 birdie ed 1 bogey, mentre Edoardo Molinari con 289 (70 73 78 68, +1) colpi realizza nell’ultimo round 5 birdie ed 1 bogey.

Il regno di Francisco il Grande

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Dopo tante partecipazioni, per la prima volta un italiano scrive il suo nome nell’Albo d’Oro dell’Open di Spagna. Perché solo ora, visto come gioca bene Chicco?

Questo mese sarebbero tanti gli argomenti da toccare ma il posto d’onore spetta certamente a Francesco Molinari, splendido vincitore dell’Open de España. Francesco gioca talmente bene che sembra impossibile che, dopo Shanghai, ci abbia messo così tanto tempo a vincere. Oltre alla naturale gioia, c’è anche il fatto che finalmente un italiano ha scritto il suo nome nel centenario albo d’oro del torneo a cui gli italiani hanno sempre partecipato sin dai tempi dei Tre Moschettieri. Finalmente Chicco è riuscito a vincerlo. Peccato che abbia mancato il taglio al The Players, ma è arrivato tardi per potersi adeguare al campo, completamente diverso per l’erba e un tracciato di tutt’altro genere. È stata comunque una grande vittoria. Ho visto pochi giocare così bene, soprattutto con un rough da dove talvolta faticava a uscire col sand iron e, guarda caso, ha vinto su un campo con bruttissimi green. Francesco è un buon lottatore e, con green perfetti, imbuca regolarmente un certo numero di putt – anche se meno di molti suoi avversari, ma in questo caso il gap è diminuito.

Parlando degli italiani, devo fare i complimenti a Matteo: benissimo la gara che ha fatto in Spagna. È stata fantastica perché fare due doppi bogey e un triplo nel terzo giro fanno vedere da vicino lo spettro di arrivare 60mo; e invece si è rimesso a posto nelle seconde nove, ha limitato i danni ed è riuscito a entrare nei primi 10. Questo significa che ha una maturità eccezionale. Se giochi bene è facile ottenere una buona prestazione e il vero giocatore porta a casa lo score rimettendo a posto i cocci durante la gara: imbucando un putt in più, raggiungi il risultato. Dietro a quanto ha fatto Matteo c’è molto oltre la tecnica. È quello che deve imparare Gagli: l’anno scorso andava tutto bene e ora deve giocare con quello che ha. Si sapeva che l’anno della riconferma è quello più difficile e io l’ho visto un po’ preoccupato, com’è giusto che sia. Però non deve cominciare a chiedere consigli a tappeto. Scarpa è la figura di riferimento in quanto responsabile della Squadra Professionisti e saprà consigliarlo nel migliore dei modi, se non l’ha già fatto. Come Edoardo, Lorenzo gioca bene da agosto in poi e speriamo sia così anche quest’anno. A proposito di Dodo, ha l’attenuante del malanno al polso ed è difficilissimo passare una stagione con la spada di Damocle di un infortunio quando già sai che dovrai subire un intervento. In ogni caso, i nostri Tre Moschettieri dell’era moderna sono bravissimi perché sono sottoposti a una fortissima pressione. Ogni volta che scendono in campo sanno che devono tenere conto di quattro classifiche: il torneo, il World Ranking, la qualificazione in Ryder Cup e il Race to Dubai. Senza contare la ragione economica e gli interessi degli sponsor.

Infine, prendendo spunto dalla defezione forzata di Billy Foster – fuori gioco per quasi due mesi dopo un incidente al ginocchio in una partita di calcio, che ha obbligato Westwood a sostituirlo temporaneamente – vorrei dire qualcosa sull’importanza dei caddie. Il caddie per un giocatore come Quiros conta di più che per Francesco, che prende tutti i fairway e i green facendo sempre la stessa distanza. Per lui è sufficiente essere puntuale e preciso. Ma per Quiros, che fa qualsiasi colpo con qualsiasi effetto, conta tantissimo perché non è consistente. Parlando di giocatori di qualche anno fa, è più difficile fare il caddie a Daly che a Faldo, nonostante il “caratteraccio”. Il lavoro di un portabastoni è importante soprattutto perché – se è bravo e conosce bene il campo – può anche far risparmiare un colpo a torneo. Potrebbe sembrare poco; ma è abbastanza, ad esempio, per far rientrare il giocatore nella squadra di Ryder, se si tratta di un pro di alto livello. Nell’arco di una stagione è importantissimo: non porta solo la sacca ma può tranquillizzare il suo giocatore quando è arrabbiato, sdrammatizzando la situazione. Billy Foster ride e “cazzeggia” col giocatore un po’ come uno psicologo. E, vivendo sempre in simbiosi, dopo un po’ il caddie conosce il suo pro meglio di un familiare.

Chicco Style

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Francesco Molinari si è imposto nell’Open di Spagna, con umiltà e fermezza. Tutti conosciamo il campione, ma pochi sanno che…

Chicco Style: non avrei altro modo per definire il gioco di Francesco Molinari. Non solo quello espresso in occasione della splendida vittoria di Siviglia, ma quello che ormai mette in mostra da almeno tre anni. Solidità, ripetitività e precisione sono le sue tre caratteristiche principali. È un giocatore che non infiamma le folle con atteggiamenti eclatanti ma le conquista con il suo gioco, con quel sorriso un po’ timido che lo illumina sempre più spesso, con le innumerevoli palle in bandiera che “stampa” a ripetizione, con quel modo solo suo di spaccare i fairway in due come con il goniometro. La sua affidabilità è superiore a quella dei più forti al mondo. Anzi, indiscussa. Dicono che il lavoro paghi. Ebbene, Chicco è in credito e non di poco. Ma, come ha già incassato tre vittorie, ce ne saranno altre. Quelle che giustamente si merita e gli competono. Se nelle giornate in cui non gli gira il putting non riesce a fare il risultato che il gioco lungo meriterebbe, ecco che nei giri successivi si riprende. È un lottatore, freddo e controllato, sicuro del lavoro che fa, affiancato da una splendida moglie perfetta. Dicono che alle spalle di un grande uomo ci sia una grande donna ma sono certa che se Francesco non fosse quello che è, Valentina non se ne sarebbe innamorata. A parte gli spettatori italiani incollati al video in quella bellissima domenica 6 maggio, 32 tornei dopo la vittoria nell’HSBC, Chicco è stato ammirato dagli appassionati di tutta Europa e lo confermano le mail di complimenti ricevute da alcuni colleghi della stampa estera.

Ha giocato come un fenomeno guidato dalla sua umiltà e semplicità ma con la fermezza e la determinazione che ne fanno un campione. Da un mero punto di vista tecnico traduco il senso della mia ammirazione: quattro i colpi di vantaggio nel torneo, 62 green in regulation – dieci soli mancati per una media dell’anno superiore all’80 per cento. Il tutto tenendo conto che nei primi due giorni ha giocato con le condizioni meteorologiche peggiori e più avverse; cosa che purtroppo gli capita spesso ma nulla si può fare contro il clima. Ecco cosa intendo per “Chicco Style”: il suo modo di giocare che ho cercato di raccontarti, il suo modo di essere, di comportarsi, i suoi scherzi su twitter con l’allenatore Pugh. Dietro alla facciata seria, si nasconde un ragazzo simpaticissimo dalla battuta pronta e arguta. Innamorato del figlio Tommaso, fortunato bimbo che, quando vorrà, potrà andare a giocare con papà. E che papà!

Ho già scritto a proposito del gioco lento. Personalmente l’ho sempre considerato una piaga del golf, nonché l’unica cosa che mi faceva andare a gareggiare malvolentieri. Soprattutto nelle gare più importanti quando mi ritrovavo dietro a delle giocatrici troppo “pensanti” e paralizzate prima di iniziare lo swing. Ora questa ulcera ha colpito anche il professionismo con sbuffi e noia dei telespettatori e del pubblico che segue. I telecronisti non sanno più cosa inventarsi per riempire gli spazi vuoti e, nelle ultime gare in America, il tempo medio di un giro ha sfiorato le cinque ore. Per questo motivo Tiger ha richiesto che i giudici arbitri imbraccino la frusta agitandola con severità e punendo con multe da 5mila a 20mila dollari e con un solo richiamo, dopo essere stati messi “on the clock”. Sono d’accordo con Tiger e spero che i suoi suggerimenti vengano messi in pratica a breve. Non sono d’accordo, invece, sulle varie opzioni proposte per i dilettanti – compreso il facilitare le regole – che ormai viaggiano sulle sei ore (e talvolta anche più) per 18 buche Stableford. Mi chiedo perché trent’anni fa si facessero 18 buche in quattro ore, al massimo quattro e un quarto. Nessuno ci spingeva, nessuno ci faceva correre. Semplicemente giocavano con concentrazione e attenzione in molto meno tempo.

Da ultimo, vorrei parlare della parte interattiva del nostro gruppo, il nostro (e tuo) sito www.golftoday.it. Appurato che è il più moderno ed evoluto fra quelli dedicati al golf, sono felicissima del riscontro enorme e dei numeri impressionanti registrati dal sito e dalla nostra web tv, realizzati dal bravissimo Alessandro Bellicini con il suo team (Claudia Maroni, Mattia Mazza e Michele Menegon). Quattro “piccioni viaggiatori” che si spostano in lungo e in largo per tutta Italia realizzando i filmati sui circoli, le interviste e i servizi sulle gare, con ironia, varietà, divertimento e grande passione. Inoltre, come avrai notato, dal mese scorso abbiamo inserito la possibilità di scaricare la rivista anche in formato Android (oltre alla piattaforma Apple, che era già presente), a dimostrazione del nostro essere sempre aggiornati. Non per nulla Golf Today è stato il primo magazine italiano di golf scaricabile su iPad e iPhone. E allora: avanti così, ragazzi!

mp.gennaro@golftoday.it

Una grande amicizia

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La scomparsa di Ballesteros ha commosso tutti e addolorato in modo particolare chi lo conosceva bene. E adesso, più che il campione, da ammirare è soprattutto l’uomo

Sei grande Seve! Sai di essere sempre stato il migliore, come ti diceva tuo papà. Lui che ha sempre creduto in te, che ti ha incoraggiato e al quale ti sei ispirato per tutta la vita. Lui ti ha dato forza, coraggio, ma in te è sempre rimasto quello spirito di ragazzo, quella voglia di divertirti e di scherzare con gli Amici veri, quelli con la “A” maiuscola, che hai conosciuto quando non eri nessuno, quando non temevi che la gente ti si avvicinasse per interesse. Quando già avevi inanellato vittorie facendo emozionare tutto il mondo hai sempre tenuto a distanza, a volte col sorriso, a volte bruscamente, chi ti si avvicinava troppo. Sì, perché la certezza che hai sempre avuto nel tuo gioco, nelle tue immense possibilità e nel tuo Genio non ti ha dato la sicurezza assoluta. Quando sei entrato in sala stampa nel 1997 con la Ryder Cup in mano, ti sei avvicinato e mi hai scompigliato i capelli fradici chiedendomi se ero contenta. Sono riuscita a dirti solo: “Sei stato grande!”. Tu, per tutta risposta, mi hai chiesto: “Veramente?”. Ecco il lato quasi sconosciuto dell’immenso campione: quell’avere sempre un dubbio, quell’incertezza che ti ha accompagnato nella vita privata, mai sul campo, dove hai sempre osato colpi impensabili per esseri umani.

Seve, chissà se quella signora sul tee della 1 di Modena che, quando stavi per drivare, ha inavvertitamente scosso il bracciale carico di ciondoli si ricorda di come l’hai fulminata con il tuo sguardo nero, di fuoco, come solo tu sai fare. Quando vuoi, sai essere terribile col pubblico che ti adora, sai mostrare il tuo lato di hidalgo feroce, senza pietà per l’avversario. Però sai essere tenerissimo, soprattutto con i bambini. Non hai mai negato un autografo o una foto a chiunque ti chiedesse di essere immortalato con il figlioletto; così come non ti sei mai arrabbiato con mio figlio che, a meno di due anni ma già col ‘pallino’ del golf, si appropriava del tuo drive mentre eri in putting green. Io ero terrorizzata ma tu, con grandissima tenerezza, gli prendevi il drive dalle manine, lo rimettevi in sacca e lo distraevi con indescrivibili magie con il sand. Sai anche essere dolcissimo e un vero amico. Per tutta la vita.

Da quando avevi 17 anni non è passato anno senza che ci scambiassimo gli auguri di compleanno. Non è necessario sentirsi o vedersi ogni giorno per volersi bene. A volte passa tanto tempo senza incontrarsi, eppure ogni volta l’affetto torna a galla, inalterato come quando per anni abbiamo trascorso le serate a chiacchierare fino a tarda ora, seduti sulla panchina al tee della 1 di quel campo che ora porta il tuo nome a Crans, oppure come quando, per tre mesi, abbiamo giocato insieme ogni lunedì a Wentworth o a Sunningdale, o quando siamo andati a casa di Angel Gallardo a mangiare la paella.

La tua amicizia è un regalo per me e ciò che ho imparato in quei giri in cui scommettevamo chi avrebbe cucinato la sera fa parte del patrimonio di ricordi che, lo sai, porterò sempre con me. Così come la tua allegria quando abbiamo passato una sera a fare a palle di neve sul piazzale del Memphis e lo sfottermi perché diventavo rossa quando mi chiedevano l’autografo in Inghilterra solo perché ero vicino a te. Per te gli amici sono sacri, ti sei sempre fidato di loro, anche quando, come nel mio caso, sono diventati giornalisti, perché sapevi che mai avremmo scritto qualcosa che avrebbe potuto nuocerti. Nessuno dei tuoi veri amici si vanterebbe a sproposito come fanno coloro che con te hanno avuto solo rapporti di “lavoro”.

Sono enormi le emozioni che mi – e ci – hai regalato. Sono felice di aver visto i freddi britannici, golfisticamente più che nazionalisti, esultare e tifare per uno spagnolo. Il primo nella lunga storia del golf. Li hai fatti innamorare di te, li hai “scaldati”, infuocati. Hai portato il golf europeo in America quando era considerato poca cosa, hai aperto la strada a tutti i grandi di oggi che ora spadroneggiano le classifiche mondiali.

Tu sei l’idolo iberico, l’uomo che ha portato al golf decine di migliaia di persone per le quali era uno sport sconosciuto, hai fatto per il tuo Paese cose immense, hai regalato titoli, successi, vittorie, trionfi. Prima fra tutte hai sdoganato dai confini britannici la Ryder Cup, unica volta nella storia della sfida cui tu hai dato tanto. A Valderrama sei stato il capitano più grande, quello che era ovunque, quello che coccolava i suoi giocatori come figli, quello che li sgridava se fumavano (e se lo ricorda bene uno di loro, forse quello che ti ha dato la gioia più grande…).

Sai Seve, ciò che ho sempre ammirato di te è il grande orgoglio, la forza d’animo davanti alle molte difficoltà cui la vita ti ha messo di fronte. Hai avuto gloria immensa, eterna, hai avuto la gioia di tre splendidi figli, una casa-museo con trofei che in ogni momento ti hanno ricordato ciò che sei, un regalo alla tua grande famiglia agli inizi degli anni Ottanta, costruita a tua immagine e per la quale hai fatto impazzire gli architetti con cui hai trascorso ore e ore al telefono mentre eri in giro per il mondo a gareggiare.

Hai avuto anche momenti di grande sofferenza, di sfortuna e tristezza. Quel pomeriggio del 2005 al Seve Trophy quando ti sei messo a praticare da solo, mentre tutti erano in campo, mi hai detto di venire a vederti perché stavi giocando bene. Toccavi la palla come vent’anni prima. Mi guardavi e mi preannunciavi il colpo che avresti fatto: draw, fade, bassa, alta… E non hai mai sbagliato! Eri il Seve che avevo seguito per centinaia di buche e mi avevi convinto che la settimana successiva avresti vinto per la quarta volta il “tuo” Open di Spagna.

Non è stato così, ma era lo stesso Open che si stava giocando il 7 maggio, un giorno come un altro dal quale però il golf non è più lo stesso. Tu sì, tu sei sempre lo stesso: carismatico, coraggioso, combattente, ironico, divertente, cuore d’oro e d’acciaio, genio e sregolatezza, elegante, affascinante, sarcastico, amichevole. Unico.

mp.gennaro@golftoday.it