Un’estate tutta sorprese

mcilroy pga champ

Prima il successo inaspettato di Els all’Open (e il tonfo altrettanto imprevedibile di Scott). Poi il ritmo indiavolato di McIlroy al PGA Champ. E noi italiani? Un po’ a singhiozzo. Ma c’è tempo per rifarci

In questi due mesi, oltre ai tornei del Tour, si sono giocati anche due Major. L’Open Championship è stato bellissimo come sempre, anche se mi è dispiaciuto molto per Adam Scott. Non avrei puntato un solo centesimo su una nuova vittoria in un Major di Ernie Els, anche se quest’anno sta giocando bene; ma non avrei certamente immaginato che la sua vittoria sarebbe nata da circostanze così incredibili. Il tutto reso ancora più inconcepibile dal fatto che Scott ha vinto tornei importanti; e questo fa capire quanto sia delicato e psicologicamente diverso giocare un Major. Ciò che ho apprezzato molto è stato il fatto che gli inglesi hanno dimostrato una volta di più la loro bravura nella preparazione dei campi. Il Royal Lytham & St Annes è un campo estremamente difficile che l’R&A ha però reso giocabile, a differenza dell’USGA che prepara i campi al limite della praticabilità. Certamente il clima ha facilitato perché – a parte la seconda giornata, fredda e ventosa anche se non impossibile – gli altri tre giri sono stati giocati in condizioni quasi ottimali e la dimostrazione è che ci sono stati otto giocatori sotto il par. Questa è la differenza con gli americani, che dovrebbero prendere qualche ripetizione dai britannici perché (e ne ho già parlato) i tornei con i campi preparati al limite del giocabile non rendono divertente la gara, che diventa automaticamente noiosa. L’unica eccezione negli Stati Uniti è Augusta ed è per questo che a me piace moltissimo, come l’Open: sono gli opposti, ma sempre una sicurezza come spettacolo, ambiente e pubblico. Comunque tornei meravigliosi.

Mi è molto piaciuto anche il PGA Championship dove il leaderboard era di tutto rispetto, con presenti i primi cento giocatori al mondo. Questo è un criterio di selezione moderno che rispecchia quelli che sono i veri valori in campo. Fino agli anni Settanta o Ottanta era giusto far entrare i primi cinquanta del World Ranking perché c’era una differenza abissale fra i primi dieci e, per esempio, il quarantesimo. Oggi nei 200 migliori c’è molto livellamento; ma non è possibile aprire a tutti, quindi è giusto prenderne in considerazione cento il cui livello corrisponde ai cinquanta di una decina di anni fa. Che giochi un qualsiasi americano che arriva dalle prequalifiche magari ci sta; ma che non possa entrare in un qualsiasi degli altri tre Major un giocatore come Manassero è un obbrobrio del regolamento! Fosse solo per una garanzia di spettacolo.

McIlroy si è rimesso a praticare, ha ritrovato il gioco e si è subito visto. Ha dimostrato di essere fortissimo anche se penso che abbia ancora un margine di miglioramento incredibile. L’unica sua pecca sono i colpi dai 70 metri in giù e, anche se ormai tutti i giocatori hanno almeno tre wedge nella sacca, gioca tutti i colpi a “manetta” perché è nel suo DNA e il controllo è sempre problematico soprattutto per un giocatore come lui che tira la palla molto alta. Persino Tiger sta cominciando a controllare questi colpi dai 100 metri in giù, perché si è reso conto che, se si sbagliano, il danno è nettamente superiore a un drive fuori linea. Tiger ha problemi dal tee e si sa; però dopo l’Open – dove era diventato addirittura patologico – si è allenato e al PGA era molto migliorato. L’ultimo torneo maggiore ha decretato il successo dei britannici: quattro nelle prime quattro posizioni in un campo adatto a loro perché Kiawah Island è un vero links sul mare e ventoso. Se un buonissimo dilettante italiano giocasse in quelle condizioni non scenderebbe sotto i 100 colpi!

Calo di forma nell’European Tour per gli italiani. Che Gagli avrebbe faticato si poteva immaginare, anche se non credevo così tanto; però la mia paura è che Colombo e Pavan ritornino alla scuola. Hanno avuto molte occasioni ma non sono stati in grado di sfruttarle. A parte Francesco Molinari, sempre regolare, è comprensibile un passo indietro per Matteo che ha avuto una stagione altalenante ma che ha tutto il tempo di farla quadrare con un buon finale. Farà tante gare e la salverà.

Infine due parole su Westwood che ha interrotto il suo rapporto sia con il maestro storico, Pete Cowen, che con il caddie ad interim (che aveva preso il posto di Mark Foster, bloccato per qualche mese da un infortunio). Penso che questi cambiamenti nella vita professionale dell’inglese siano dovuti a due ragioni: innanzitutto alla pressione a cui è sottoposto per non essere mai riuscito a vincere un Major e poi perché ultimamente Westwood ha la tendenza a dare la colpa a qualcun altro, non facendosi un esame di coscienza. È arrivato al suo massimo come Numero Uno e negli ultimi Major ha mancato un solo taglio essendo spesso “in contention” e non mi pare poco. Potrebbe farcela a vincerne uno ma prima di tutto deve risolvere i suoi problemi intorno ai green.