Old Course, new look

Road bunker old course

Il tracciato storico, il percorso icona del golf, è sotto attacco: dicono che siano necessarie modifiche strutturali radicali. Io invece dico che una gestione più attenta delle regole avrebbe evitato questo scempio. E che le modifiche sono necessarie solo nei Palazzi

Le recenti voci sui “miglioramenti” necessari per metà delle buche dell’Old Course sono state davvero fastidiose. Anche se le mie peggiori paure già sospettavano la prevedibile risposta, la prima domanda nella mia testa è stata: “Perché?”. Ed ecco arrivare la risposta dell’AD di R&A (nonché colui che ha ridisegnato il percorso dell’Open Championship), Peter Dawson: “Il Comitato sentiva che ci fosse l’opportunità di rendere più impegnative le difese in qualche punto, per garantire che il percorso rimanesse competitivo come sempre per i professionisti”.

Ah, già: “i professionisti”! Quei ragazzi che, nonostante le rassicurazioni sul contrario fatte da Mister Dawson e dai suoi compagni in blazer, continuano a mandare la palla sempre più nella stratosfera. E non importa che la stragrande maggioranza dei giocatori sia perfettamente felice di come è ora l’Old Course e delle sfide uniche al mondo che presenta; è per lo 0,00001 per cento della popolazione golfistica che questo storico e riverito monumento a tutto il meglio del golf deve essere sfigurato. E dico “sfigurato” deliberatamente: mentre spostare un paio di bunker e aggiungerne un altro sarebbe abbastanza tollerabile, “abbassare” la parte posteriore sinistra dello storico green della buca 11 (un’icona!) è certamente un cambiamento esagerato; come l’“allargamento” del più famoso ostacolo di sabbia del gioco, il “Road Hole bunker”, o l’aggiunta di “ondulazioni” dietro al green della 15. Soprattutto quando per ognuna di queste buche c’è un’ovvia e più semplice soluzione a qualsiasi “problema” percepito.

Prendi la 11, un green che Alister MacKenzie – l’uomo che ha disegnato l’Augusta National, Cypress Point e Royal Melbourne – ha descritto come quello “che è stato copiato più spesso di qualsiasi altro. La buca richiede una più grande varietà di colpi, a seconda delle diverse condizioni del vento e dei cambiamenti nella posizione della bandiera, rispetto a qualsiasi altra buca corta. Dà anche più eccitazione e brividi di qualsiasi altra e per queste ragioni io la considero la più grandiosa di tutte le buche corte”. E ora le autorità vogliono cambiarla, per colpa di un’apparente mancanza di pin position. Ma perché proprio adesso? Forse perché la pendenza back-to-front è improvvisamente diventata più ripida? O perché il green è semplicemente troppo veloce per sostenere pin position diverse rispetto a quella dietro allo Strath bunker, che protegge il fronte destro del green? Penso che tutti possiamo immaginare la risposta: la colpa qui è di quelli che tagliano l’erba, non dei contorni storici del green. E per inciso: dov’è scritto che l’erba debba essere tagliata alla stessa altezza su tutti i green?

Peter Thomson – cinque volte campione Open, socio dell’R&A nonché uno che ne sa di links – non vede motivi per cui la velocità dei green non dovrebbe cambiare. E, naturalmente, trae le sue conclusioni. E allora, perché la monotonia è vista come una virtù? Perché avanzare dei dubbi e cercare di far ragionare la mente del golfista è percepito come una cosa negativa? E perché la R&A non vede il senso logico, nonché il risparmio economico, di tali argomentazioni? Mettici anche che nessuno dei “miglioramenti” proposti sarebbe stato necessario, se R&A (o USGA, l’equivalente di sangue blu e altrettanto apparentemente decerebrato, che sta oltre oceano) avesse usato la testa e fatto qualcosa in merito alla menzionata esplosione delle distanze a livello professionistico negli ultimi vent’anni. Mi spiace continuare a insistere su questo; ma non sarebbe stato molto più facile e meno costoso “aggiustare” la palla, o limitare la dimensione delle teste dei driver che ora sembrano delle padelle, al posto che violentare l’Old Course? La storia, temo, non sarà gentile con coloro che oggi sono incaricati della gestione del golf. I soli “miglioramenti” davvero necessari sono nei Comitati a Far Hills (New Jersey) e a St Andrews (Scozia). Dire che ci hanno deluso è un eufemismo di questo secolo, se non di tutti. Cambiamo loro, piuttosto.

Belly putter sì o no? Infine, si pronunciano le istituzioni

R&A e USGA, le istituzioni che regolano il gioco a livello mondiale, hanno annunciato mercoledì una proposta di revisione delle Regole al fine di proibire l’ancoraggio del bastone al corpo durante un colpo.

La proposta Regola 14-1b, che arriva dopo una lunga opera di studio messa in atto dalle due autorità, proibirebbe quindi i colpi effettuati con un bastone – o la mano che lo impugna – appoggiato direttamente contro il corpo del giocatore, o con l’avambraccio mantenuto contro il corpo per stabilire un punto di ancoraggio indiretto per il bastone.

La nuova regola proposta non altera le attuali norme sull’attrezzatura e permette quindi l’uso di tutti i bastoni conformi, inclusi i belly e long putter, se questi non vengono ancorati al corpo. La regola in questione si riferisce strettamente a pochi tipi di colpo, preservando invece l’abilità del giocatore di trovare il suo stile.

Prima di prendere una decisione finale sulla proposta, R&A e USGA considereranno qualsiasi commento e suggerimento da parte della comunità golfistica. “Crediamo di aver analizzato la questione da qualsiasi punto di vista, ma visti i tanti interessi in gioco vogliamo dare a chiunque sia coinvolto l’opportunità di portare avanti qualsiasi considerazione in merito”, ha detto Peter Dawson, CEO di R&A (nella foto).

Il cambiamento diventerebbe effettivo dal 1 gennaio 2016, in rispetto del ciclo quadriennale delle Regole. La scadenza fornirebbe anche un lungo periodo di tempo in cui qualsiasi giocatore possa, se necessario, adattare il proprio gioco ai nuovi parametri.

La pronuncia delle istituzioni arriva dopo un lungo periodo di dibattito in merito, con giocatori schierati pro e contro. Tre degli ultimi cinque vincitori di Major usano un putter ancorato al corpo e il nuovo talento cinese Guan Tian-lang si è guadagnato l’accesso al Masters 2013 con un belly putter.

Mike Davis di USGA ha così commentato: “Nei 600 anni della storia del golf l’essenza del gioco è stata quella di impugnare il bastone con le mani ed effettuare liberamente lo swing. La sfida, per il giocatore, è controllare il movimento dell’intero bastone all’impatto con la palla, e ancorare il bastone altera la natura di questa sfida. Dobbiamo quindi cambiare le regole per preservare il carattere originario dello swing”.

Quote rosa alla Home

standrews

Finalmente, anche all’Augusta sono entrate le donne. Invece, al Royal & Ancient l’altra metà del cielo è ancora “non gradita”. Ma che senso ha, oggi, restare arroccati su una posizione tanto anacronistica e stupida? Nessuno lo sa (e forse nemmeno loro)

Tredici anni dopo che la maggioranza di noi è giunta sana e salva nel XXI secolo, i gentlemen geriatrici con la Giacca Verde dell’Augusta National sono al massimo approdati nel XX. Finalmente, la sede del Masters ha ammesso “un paio” di socie. Benvenuta novità, dunque; anche se molto in ritardo. Ora sarà un po’ meno facile giustificare le abitudini troppo spesso misogine del gioco. Ma solo un po’; perché al di qua dell’Oceano, in Casa R&A, nulla è ancora cambiato e la “governance” del gioco europeo rimane appannaggio di un club privato in cui l’altra metà del cielo non è la benvenuta. Spiegare a un non golfista tutto questo suscita dapprima stupore, poi grandi risate e infine l’inevitabile: “Stai scherzando; davvero succede ai nostri tempi?”. Anche se la notizia proveniente dalla Georgia è un grande passo nella direzione del buonsenso, c’è da sperare che l’ammissione di Condoleezza Rice e Darla Moore sia solo l’inizio di qualcosa di ben più significativo di due donne con la giacca verde che camminano sul terreno dell’Augusta National durante la settimana del Masters. Per il golf è un’occasione d’oro per dimostrare un carattere al passo con i tempi, piuttosto che arroccarsi su posizioni anacronistiche da barzelletta. È meglio non esaltarsi troppo, comunque. Già in precedenza vi erano state importanti occasioni, lasciate invece cadere. Soprattutto nel 1996, quando Judy Bell fu nominata presidente dell’USGA. Solitamente una tale posizione comporta l’invito ad associarsi al Royal & Ancient Golf Club di St Andrews. Ma per Judy non andò così: le venne regalata una spilla. Tutti insieme adesso: ahahahahah…!

“Non c’è motivo!”

Naturalmente, entrambe le posizioni hanno le loro ragioni. Sicuramente l’R&A è ormai preparata a rispondere ogni volta che la questione viene fuori, il che succede regolarmente. “All’interno del golf non c’è una gran pressione su questo argomento”, taglia corto Peter Dawson, CEO di R&A. “I media, invece, fomentano la diatriba. Che però, per noi, non c’è: il 99 per cento dei circa tremila circoli inglesi ha soci uomini e donne. Allo stesso modo, non abbiamo problemi se la gente vuole esercitare il proprio diritto di riservare un club a persone dello stesso sesso. Non vediamo il motivo per cui tutti i circoli debbano essere uguali”. Se il Royal & Ancient fosse semplicemente un golf club qualunque, uno dei tremila circoli inglesi di cui si parlava, starebbe bene. Ma non è così. Come l’Augusta, occupa una posizione speciale nel gioco e quindi dovrebbe essere gestito in modo diverso, rispetto a questo conservatorismo. Entrambi gli enti organizzano uno dei quattro più importanti eventi del golf ed entrambi beneficiano enormemente, in termini economici, da queste gare finanziate pubblicamente (anche se va ricordato che l’R&A fa un ottimo lavoro devolvendo i profitti dell’Open per il miglioramento del golf in tutto il mondo). Come minimo, quindi, entrambi hanno la responsabilità morale di rappresentare al meglio il gioco che pretendono di governare e da cui traggono profitti. Dopo la mossa dell’Augusta, il Royal & Ancient è ancora più isolato di prima. Adesso il presidente del club americano Billy Payne può parlare con più credibilità quando l’argomento della discussione verte sulla “crescita del gioco”.

Basta ipocrisie

È stato a lungo uno scherzo di proporzioni epiche che due istituzioni così esclusive si pronunciassero in modo serio su un argomento così importante. La loro ipocrisia era palpabile e impersonavano l’errore più grave nel tentativo di uno sport di allargare la sua partecipazione anche a gruppi demografici non per forza inclusi tra uomini benestanti di mezza età. Ma guardiamo al futuro con un po’ di ottimismo. Forse sarebbe troppo aspettarsi che il Royal & Ancient apra le sue porte alle donne prima che l’Open torni sui links di Muirfield – sede della maschile Honourable Company of Edinburgh Golfers – il prossimo luglio, ma ci sono segnali evidenti che il golf sta lentamente ma inesorabilmente diventando un gioco

di cui tutti possono parlare senza arrossire o ridere a crepapelle. Finalmente.