Ogni giro inizia molto prima della 1

poulter riscaldamento

Un riscaldamento fatto bene, con calma e tranquillità, garantisce un round giocato meglio. Molti lo sanno, pochi lo fanno

Anche se non ho letto molti libri, so che il filosofo cinese Confucio disse che “il successo è la conseguenza di una buona preparazione” e che “senza preparazione si è destinati al fallimento”. Bene: posso affermare che non molti tra i golfisti che incontro alle Pro-Am conoscono abbastanza Confucio. Rimango sempre stupito nel vedere quanti di loro si negano – magari senza rendersene nemmeno conto – la possibilità di giocare un round abbastanza decente, solo per mancanza di cura e attenzione nella preparazione del giro. I giocatori, di solito, sono convinti di poter arrivare sul tee della uno, allungare le braccia e giocare un giro sotto par. Certo, magari ci riusciranno. Ma se sottovaluta la necessità di una buona preparazione, non si creano le condizioni migliori per giocare bene.

Si inizia in club house…

Un giro va preparato bene. Con calma. In qualsiasi gara che gioco ho l’abitudine di arrivare al campo un paio d’ore prima del mio tee time. Cerco quindi di fare colazione al club, pasto che idealmente consiste in due uova in camicia su un toast bollente, seguite da un pochino di frutta. Più tardi mangerò un sandwich al burro di arachidi e marmellata e della frutta secca lungo il percorso, insieme a due banane. Se il mio tee time è vicino all’ora di pranzo, porterò in campo più cibo. Di solito, durante un giro, bevo circa tre litri d’acqua, a seconda della temperatura. Circa un’ora e mezza prima del mio tee time inizio i miei diversi esercizi di stretching. Comincio con alcuni leggeri allungamenti delle gambe, assicurandomi che le articolazioni siano sciolte con alcuni piegamenti e affondi. In seguito faccio qualche esercizio di rotazione per la parte superiore del corpo e per finire con degli esercizi di riscaldamento delle spalle. L’obiettivo è riscaldare con calma ogni parte del corpo.

…poi in campo pratica…

Poi, quando mi manca un’oretta alla partenza, mi dirigo in campo pratica, avendo comunque già fatto l’intera sessione di warm-up fisico. Ovviamente, è tutto calcolato sull’orario della giornata: se il mio tee time è davvero molto presto, per esempio alle 7 del mattino, vado a praticare solo mezz’ora prima della mia partenza. Una volta in campo pratica, la prima cosa che faccio è estrarre dalla sacca il ferro 5 e il ferro 6 e fare qualche swing impugnandoli insieme, come se avessi tra le mani un ferro particolarmente pesante: si tratta di un esercizio che scioglie bene le articolazioni. Poi comincio a colpire qualche palla con il mio lob-wedge, con il sand-iron, il ferro 9, il 7 e il 5; poi con il mio ibrido 4, il mio ibrido 3 e il 2 e con il mio legno 3; infine, con il drive. Proseguo con un po’ di approcci, colpi dal bunker e qualche putt. Per concludere, di solito, con qualche minuto sul putting green. Conosco alcuni giocatori superstiziosi che non lasciano il putting green finché non hanno imbucato tre solidi putt di fila. Io credo che si tratti di stupidaggini senza alcuna importanza. Tutto quello che cerco di fare, invece, è acquisire le giuste sensazioni sul green: se poi non ho imbucato un putt significativo da alcuna distanza, non porterò alcuna preoccupazione in campo. A livello mentale, infatti, non inizio a giocare finché non salgo sul tee della uno; perciò qualsiasi cosa accada prima di quel momento è irrilevante. La mia mente è pulita.

…e infine in campo

Mi piace arrivare sul tee circa quattro minuti prima della mia partenza, giusto in tempo per indossare un bel guanto, estrarre il mio marchino dalla sacca, mettere tre tee in tasca e prendere una Titleist. Dopodiché sono pronto ad andare. Arthur Ashe, il grande tennista che vinse a Wimbledon nel 1975, potrà avere letto Confucio o no, ma una volta disse: “Una importante chiave per il successo è la fiducia in se stessi. E un’importante chiave per la fiducia in se stessi è la preparazione”. Aveva ragione.

Mai dire mai – Spesso giovani ragazzi che vogliono diventare giocatori professionisti mi chiedono i consigli più disparati. La mia risposta è sempre la stessa: “Lavora duramente e… mai dire mai”. Ho provato sulla mia pelle quanto sia importante, specialmente agli inizi della carriera, circondarti delle persone giuste. Non stare con chi ti dice che non puoi farcela: se credi di essere abbastanza bravo e lavori duramente, puoi raggiungere qualsiasi obiettivo.

Pensa positivo – Una delle doti più importanti che un professionista deve avere è quella di saper trasformare un brutto giro in uno buono. Dopo qualche buca ti può sembrare che le cose vadano malissimo, ma devi porre fine agli errori. Come si può fare? È molto semplice: non ripeterti che le cose stanno andando male, ma pensa positivo.

Corto è bello – È bello vedere campi sede dei Major championship che non vengono costantemente allungati. L’anno scorso l’Open a Lytham è stato giocato su un campo par 70 di 6.479 e lo US Open è stato giocato all’Olimpic Club, un par 70 di 6.556 metri. Il Merion, che tra pochi giorni ospita lo US Open, misura meno di 6.400 metri. Finalmente. Adesso cambia tutto…

Obiettivo programmazione

francesco molinari

Una stagione fatta bene è anche il risultato di una pianificazione attenta. Perché il calendario è molto fitto. E allora bisogna sapere quando “darci dentro” e quando, invece, rallentare

La nuova stagione è iniziata, dopo una pausa invernale fatta di “riposo attivo”: tranquillità, casa, ma anche tanto allenamento, lezioni, preparazione e programmazione. A proposito di pianificazione, devo dirvi che si basa sia sulle gare più importanti (i Major), sia sugli eventi World Golf Championship; anche se quello che ha cercato di insegnarmi Denis Pugh in tutti questi anni è che non ci devono essere troppe differenze nell’affrontare i Major e le altre gare dell’European Tour o WGC. In pratica, le 28 o 30 gare che gioco ogni anno dovrebbero essere affrontate nello stesso modo, per evitare che capiti come a qualche mio collega che si carica di troppa pressione.

Per far questo cerco sempre di lasciare – nei limiti del possibile – un periodo libero prima di una gara importante, per recuperare energie mentali e mettere a punto dei ritocchi che sarebbero più difficili da sistemare nel corso di un torneo. Per esempio, io mi sono fermato dopo Abu Dhabi saltando le altre due settimane del “Desert Swing” per prendermi il tempo di allenarmi e fare preparazione fisica in vista dell’Accenture Match Play Championship in Arizona e, due settimane dopo, del Cadillac Championship al Doral. Prendersi una pausa è quasi automatico per tutti quei giocatori che entrano nel field delle gare più importanti. Quando si riesce, ovviamente: il terzo torneo del WCG sarà la settimana prima del PGA Championship e in questo caso non ci sarà la possibilità di prendersi molto riposo o di prepararsi in modo mirato, dal momento che solo due settimane prima è in calendario l’Open Championship.

Al di là delle pause e dei tempi di recupero, che sono personali, tutti noi abbiamo un vantaggio se conosciamo un po’ i campi. E non è sufficiente qualche giro di prova, perché durante il torneo il percorso può rivelarsi del tutto differente. È quanto succede, ad esempio, ad Augusta, per restare in tema “Masters”, ormai imminente. Io ormai conosco l’Augusta National, così posso praticare colpi specifici come il draw, in particolare con i tee shot, per aumentare il controllo. Così dedico gran parte del tempo in campo pratica, abituandomi a tirare più colpi in quel modo: so che mi torneranno utili. Allo stesso modo, prima dell’Open Championship, sarebbe bene giocare su un links. E io, infatti, giocherò lo Scottish Open al Castle Stuart Golf Links di Inverness. Purtroppo, quest’anno non conosco nessuno dei tre percorsi sede degli altri Major. Per l’US Open, che si giocherà a Merion, credo che arriverò la domenica e cercherò di avvalermi dei suggerimenti di Dodo.

Mi ricordo qualcosa di quanto ho visto in televisione; ma certamente non è la stessa cosa. Anche a Muirfield non ho mai giocato, ma mi preoccupa meno, perché arriverò dal links dello Scottish Open e sarò già abituato. Infine, non conosco nemmeno Oak Hill, vicino a New York, dove hanno giocato la Ryder Cup del 1995; per di più, non l’ho visto nemmeno alla tv. Per cui studierò attentamente le “mappette”. Oggi sono redatte con una precisione strabiliante: tre giorni ormai bastano per conoscere qualsiasi campo sede di torneo. Peraltro ormai succede raramente che in Europa io debba giocare su tracciati sconosciuti. Ormai mi considero un “veterano”.

Per quanto riguarda il ritmo nella preparazione di una gara, le mie “tappe di avvicinamento” sono ormai assodate: nei tornei regolari del Tour finisco la domenica; lunedì mi riposo o viaggio se non c’è possibilità di farlo la sera prima; il martedì provo 9 buche e il mercoledì gioco la Pro Am. A volte faccio 18 buche sia il martedì che il mercoledì. Ma mai per tre giorni: prima della gara sarebbero troppe per le mie caratteristiche di gioco e fisiche. Magari ne gioco 18 lunedì e altre 9 gli altri due giorni; oppure 9-18-9.

Ci sono campi che mi piacciono in tutti i continenti. Non ho preferenze su europei, americani o asiatici. Mi piacciono i tracciati abbastanza tecnici indipendentemente da dove si trovino. I campi troppo facili invece non mi entusiasmano. Ed essendo nato in Europa, preferisco i parkland. Ma di solito vado molto “a sensazioni”: quando arrivo in un posto per la prima volta, percepisco subito se è un campo che mi piacerà o meno. E questo accade a tutti noi.

Provando e riprovando

gianluca vialli

Migliorare swing e tecnica è difficile. Ma non impossibile. Serve costanza, pratica, una volontà incrollabile e l’umiltà di ricominciare ogni volta. Io, ad esempio…

Vorrei proporti alcune riflessioni che nascono dalla mia passata professione calcistica e dalla mia attuale passione golfistica. Fare il parallelo tra le due discipline è fuori luogo. Però è interessante vedere come la stessa persona si ponga davanti a questi due sport. Ci sono tante differenze fra il golf e il calcio a cominciare dalla palla: molto più piccola e dura nel golf, non si muove e ti costringe a pensare. Il golf, inoltre, è uno sport prettamente individuale ha dinamiche psicologiche completamente diverse rispetto a una disciplina di squadra. Nel calcio ti puoi nascondere dietro un compagno; nel golf mai. Poi c’è la differenza a livello di calendario: il calcio si ferma in estate, quando i campi sarebbero più belli e giocabili.

Il golf invece è impostato sul fattore climatico. Come dire: per giocare in condizioni ottimali ci vuole il caldo. Io da anni sfrutto la pausa invernale per andare in Sudafrica, Paese natale di mia moglie e paradiso del golf. Lì ne approfitto per giocare, ma soprattutto per allenarmi. Quando rientrano dopo la sosta estiva, i calciatori lavorano principalmente sul fisico. I golfisti assolutamente no. Prediligono cercare di migliorare la tecnica dopo essersi rigenerati mettendo la sacca in soffitta. Io, che continuo a credere di essere un golfista, quest’anno ho deciso di dedicare il periodo trascorso in Sudafrica alla revisione tecnica, che secondo me è consigliabile. Tutti noi dilettanti dovremmo trovare un periodo per rivedere grip, postura, swing e ritmo.

Penso che i golfisti si dividano in due categorie. Da una parte quella dei giocatori che, arrivati a un certo livello, si preoccupano solo di divertirsi giocando il proprio handicap. Dall’altra quella dei golfisti che vedono il gioco come una sfida tesa al miglioramento personale dello swing e della tecnica. Io mi sento di appartenere a quest’ultima categoria, che purtroppo porta a grandi sbalzi dal punto di vista psicologico. Quando si va a lezione, accade sovente che si facciano due o tre passi indietro e poi si riprende con pazienza; a volte il tentativo di migliorare può essere molto frustrante ed è quanto ho provato io quando per una settimana ho deciso di lavorare sullo swing. Sono rimasto impressionato nel rivedermi nel video girato dal mio maestro. Come tutti, pensavo di avere uno swing elegante e armonico. Ma il confronto con la realtà di una ripresa che non mente mai mi ha letteralmente impressionato. Ho così scoperto di avere la necessità di lavorare sul take away e sul movimento dei fianchi. Per una vita ho fatto tutto ciò che ritenevo fondamentale per avere uno swing efficace… ed era tutto sbagliato! Quando ti rivedi e ti paragoni con un pro, capisci che avresti fatto meglio a dedicarti a un altro sport. Però, come tutti i golfisti, sono testardo; per cui, non si molla mai e si va avanti

a lavorare.

Mi son venute le vesciche, ho provato dolori che mi hanno quasi impedito di giocare per qualche giorno, perché ho utilizzato le mani e le spalle come non facevo da anni. Per una settimana non ho sollevato la pallina da terra, però sapevo di essere sulla strada giusta (finché non ti succede che l’anno successivo ti rivede il tuo stesso maestro e ti rendi conto di non aver capito bene come ti aveva chiesto di lavorare; e devi ricominciare…). Pertanto ho stabilito che anche i maestri si dividono in due categorie: quelli che lavorano sulla tecnica con un linguaggio specifico (un modo di insegnare che nel calcio sarebbe chiamato “covercianese”, ovvero quasi incomprensibile) e quelli che lavorano sulle sensazioni, ovvero che insegnano facendoti immaginare un colpo, creandoti il feeling.

Comunque ho deciso! Continuerò a giocare durante l’anno pensando ai fondamentali che ho praticato nel periodo invernale perché non posso sopportare di vedere l’amico (e collega qui su Golf Today e a Sky) Silvio Grappasonni fare quella faccia schifata quando mi vede in campo pratica. Mi ha ferito troppo e ora il mio vero obiettivo è fargli cambiare idea. Gioco da 15 anni e devo mettere a frutto tutte le lezioni prese. E l’investimento fatto.

Tee break

gianluca vialli

Pronto a tornare in campo? Dipende da come hai passato l’inverno. Perché in tutti gli sport la pausa è un momento da sfruttare per migliorare il gioco. E il golf non fa eccezione

Nel calcio la chiamiamo “la pausa”, di solito a fine campionato. Nel golf lo chiamano “winter break”, ad autunno inoltrato quando il brutto tempo si fa frequente. Che sia estiva o invernale, è quel periodo in cui calcio e golf mettono da parte i tacchetti e le scarpe chiodate, per riposarsi dopo una lunga, lunghissima stagione. Si tratta di un periodo fondamentale, in cui si gettano le basi della stagione successiva. È molto importante, perchè dev’essere utilizzato sia per riposarsi e rigenerarsi sia per prepararsi ad affrontare l’anno che sta per arrivare, impegnandosi perché possa essere migliore di quello appena trascorso.

Di solito la sosta dura almeno quattro settimane. Nella prima, non si riesce subito a staccare la spina; nel calcio si pensa a quanto è successo e alle occasioni perdute e nel golf, allo stesso modo, ci si ricorda dei putt mancati, dei birdie svaniti, dei colpi e delle occasioni sprecate… La seconda settimana trascorre nell’assoluto riposo e il cervello inizia a sgombrarsi. In pratica non si pensa più a nulla. Ci si gode la famiglia, in città o al mare, dove i golfisti ne approfittano per “pareggiare” i segni delle magliette radicati durante l’anno, si legge, ci si rilassa. In una parola: si “stacca”! Nella terza, ricominciano piano piano gli allenamenti in modo divertente: il calciatore gioca a calcetto, il golfista ne approfitta per delle partitelle rilassate e divertenti con gli amici, per riprendere sensibilità senza pressione. La quarta, e in genere, purtroppo, ultima settimana, si ricomincia a fare le cose sul serio dal punto di vista fisico: stretching e potenziamento per costruirsi quei 3/4 chili di muscoli che, soprattutto nei giovani, assicurano qualche metro in più. I giorni restanti di vacanza si vanno esaurendo e il “serbatoio” di ogni giocatore va riempito. Si fa una fatica bestiale a ricominciare con i tornei in giro per il mondo. Per questo più si intensifica la preparazione nell’ultima settimana più la ripresa sarà meno traumatica.

La preparazione è fatta da allenamento fisico, tattico, tecnico e psicologico. E la differenza vera fra un calciatore e un golfista è che quest’ultimo è padrone di se stesso: licenzia l’allenatore o i collaboratori come una piccola azienda che deve ottimizzare i propri risultati. I calciatori, invece, sono in mano a strutture dove altri organizzano e decidono per loro. Certamente noi siamo, o siamo stati, meno padroni del nostro destino; ma abbiamo sempre avuto anche meno responsabilità. Ho letto che Ernie Els trascorre il periodo di vacanza lavorando su postura, grip e gioco corto. Come si dice in inglese segue il “back to basis”, ovvero il ritorno ai fondamentali, facendo allenamenti semplici, senza cercare colpi strani. Arrivare a certi appuntamenti dopo una corretta programmazione è basilare per riprendere la nuova stagione al meglio della condizione.