Acqua alta al Royal

royal st george

Al Royal St George’s c’è stato un concorrente sgradito: la pioggia. Che, su un campo già difficile, ha irriso il gioco di tutti e messo in difficoltà chiunque. Teniamolo presente, prima di giudicare i nostri campioni

“Ci sono molti modi per giocare lo stesso colpo su un links”, parola di Ricky Fowler che ha così sintetizzato quella parte del golf, sconosciuta ai più, che compendia il vero Gioco, la vera essenza dello sport nato proprio su questo genere di campi. Un links può essere brutale, perfido, punitivo, inarrivabile, crudele; ma è comunque sempre giusto. Sembra palese, ma non lo è affatto: se giochi bene ti premia, se non colpisci bene la palla ti punisce. Il tutto secondo una ben precisa tattica di gioco, che dev’essere applicata alla lettera. Inutile pensare di far battere la palla in asta e stopparla. Meglio estrarre goniometro e righello e decidere dove farla battere e rotolare verso il green. Sui links l’intelligenza entra in gioco come non mai, molto più della tecnica e della potenza. A condire il tutto, e a rendere le cose ancora più difficili, ci si mette sovente anche il vento, senza il quale un links non sarebbe tale. Ma senza il quale, soprattutto, non sarebbe lo stesso un Open Championship.

Al Royal St George’s ci si è messa anche l’acqua a complicare le già difficili condizioni. E qui diventano basilari l’aiuto del caddie e l’atteggiamento del giocatore: il caddie è fondamentale per mantenere asciutta l’attrezzatura (mai usare uno straccetto nuovo che non assorbe a sufficienza l’acqua) e tutto quanto contenuto nella sacca; e il giocatore deve adeguarsi alle condizioni atmosferiche e mai contrastarle. Ecco perché Watson ha giocato così bene nell’inferno del terzo giorno: sorrideva al campo. Ci sono anche alcuni lati tecnici che hanno un impatto sui risultati. Con la tuta da pioggia il timing e il ritmo dello swing cambiano. Si finisce per accelerare il movimento, l’acqua si frappone tra la faccia del bastone e la palla, il rough diventa intricato, umido e pesante. Nel rough l’erba avvolge la pipetta e la palla può andare ovunque. La chiave è quella di adeguarsi mentalmente, di non aspettarsi di chiudere in 67 perché non succederà. A Royal St George’s Edoardo Molinari si è trovato alla 4 a giocare nel secondo giro driver e ferro 7; mentre nel terzo, con la partenza avanzata di quasi 30 metri, driver e legno 3 e avere ancora 35 metri per raggiungere il green. Lo stesso alla 10, dove invece del driver e 52º ha dovuto giocare il sabato driver e ferro 2! La 14, il par 5, con il vento da sinistra, era semplicemente orribile: Grégory Havret ha fatto 10.

Vorrei spendere una parola per i “golfciofili”, ovvero quella categoria di persone che, sentendosi come tutti gli italiani dei commissari tecnici, hanno sempre pronta una buona parola per i nostri giocatori se non si rendono autori di un’ottima prestazione. Mi limito a fare mia una frase detta da un grande saggio: “Prima di criticare entrate dentro alle corde, non state fuori”. Capisco che ultimamente siamo stati “male” abituati, che siamo reduci da risultati clamorosi; ma non si può pensare che ogni settimana si possa vincere. Basta parlare di crisi! Guardiamo anche il giardino degli altri e non solo il nostro orticello: ogni grande campione, pur se tale, ha degli appannamenti o, per meglio dire, dei momenti in cui non ottiene risultati, anche allenandosi e impegnandosi come sempre. Gli alti e bassi nel golf sono all’ordine del giorno, quindi continuiamo a sostenere i nostri giocatori. In fondo è il nostro mestiere, tifiamo e facciamo sentire il nostro affetto: è il modo migliore per tornare a gioire.

Un’ultima osservazione, per me molto triste. Non si è sentita per nulla l’assenza di Tiger Woods. Da maggio non pratica per via dell’infortunio ai legamenti e al tendine d’Achille e ha mancato il secondo Major consecutivo. Sto maturando la convinzione che dietro all’annunciato malanno ci sia molto di più. Nel senso che temo si stia minimizzando un infortunio molto più grave, e da qui a pensare che il fatidico record di Jack Nicklaus non venga battuto il passo è breve. Quando Jack ha vinto il suo ultimo Major aveva 46 anni, Tiger ne ha 35, quindi ha ancora davanti a sé 40 possibili Major. Praticamente ne deve vincere più di quanti non ne abbia vinti in carriera il suo rivale Mickelson. Se però non si rimette in pista al più presto, oltre ai danni fisici si aggiungeranno – se già non ci sono – anche quelli psicologici. Se è così credo che ci siamo definitivamente persi per strada il più grande campione di sempre.

mp.gennaro@golftoday.it