Provando e riprovando

gianluca vialli

Migliorare swing e tecnica è difficile. Ma non impossibile. Serve costanza, pratica, una volontà incrollabile e l’umiltà di ricominciare ogni volta. Io, ad esempio…

Vorrei proporti alcune riflessioni che nascono dalla mia passata professione calcistica e dalla mia attuale passione golfistica. Fare il parallelo tra le due discipline è fuori luogo. Però è interessante vedere come la stessa persona si ponga davanti a questi due sport. Ci sono tante differenze fra il golf e il calcio a cominciare dalla palla: molto più piccola e dura nel golf, non si muove e ti costringe a pensare. Il golf, inoltre, è uno sport prettamente individuale ha dinamiche psicologiche completamente diverse rispetto a una disciplina di squadra. Nel calcio ti puoi nascondere dietro un compagno; nel golf mai. Poi c’è la differenza a livello di calendario: il calcio si ferma in estate, quando i campi sarebbero più belli e giocabili.

Il golf invece è impostato sul fattore climatico. Come dire: per giocare in condizioni ottimali ci vuole il caldo. Io da anni sfrutto la pausa invernale per andare in Sudafrica, Paese natale di mia moglie e paradiso del golf. Lì ne approfitto per giocare, ma soprattutto per allenarmi. Quando rientrano dopo la sosta estiva, i calciatori lavorano principalmente sul fisico. I golfisti assolutamente no. Prediligono cercare di migliorare la tecnica dopo essersi rigenerati mettendo la sacca in soffitta. Io, che continuo a credere di essere un golfista, quest’anno ho deciso di dedicare il periodo trascorso in Sudafrica alla revisione tecnica, che secondo me è consigliabile. Tutti noi dilettanti dovremmo trovare un periodo per rivedere grip, postura, swing e ritmo.

Penso che i golfisti si dividano in due categorie. Da una parte quella dei giocatori che, arrivati a un certo livello, si preoccupano solo di divertirsi giocando il proprio handicap. Dall’altra quella dei golfisti che vedono il gioco come una sfida tesa al miglioramento personale dello swing e della tecnica. Io mi sento di appartenere a quest’ultima categoria, che purtroppo porta a grandi sbalzi dal punto di vista psicologico. Quando si va a lezione, accade sovente che si facciano due o tre passi indietro e poi si riprende con pazienza; a volte il tentativo di migliorare può essere molto frustrante ed è quanto ho provato io quando per una settimana ho deciso di lavorare sullo swing. Sono rimasto impressionato nel rivedermi nel video girato dal mio maestro. Come tutti, pensavo di avere uno swing elegante e armonico. Ma il confronto con la realtà di una ripresa che non mente mai mi ha letteralmente impressionato. Ho così scoperto di avere la necessità di lavorare sul take away e sul movimento dei fianchi. Per una vita ho fatto tutto ciò che ritenevo fondamentale per avere uno swing efficace… ed era tutto sbagliato! Quando ti rivedi e ti paragoni con un pro, capisci che avresti fatto meglio a dedicarti a un altro sport. Però, come tutti i golfisti, sono testardo; per cui, non si molla mai e si va avanti

a lavorare.

Mi son venute le vesciche, ho provato dolori che mi hanno quasi impedito di giocare per qualche giorno, perché ho utilizzato le mani e le spalle come non facevo da anni. Per una settimana non ho sollevato la pallina da terra, però sapevo di essere sulla strada giusta (finché non ti succede che l’anno successivo ti rivede il tuo stesso maestro e ti rendi conto di non aver capito bene come ti aveva chiesto di lavorare; e devi ricominciare…). Pertanto ho stabilito che anche i maestri si dividono in due categorie: quelli che lavorano sulla tecnica con un linguaggio specifico (un modo di insegnare che nel calcio sarebbe chiamato “covercianese”, ovvero quasi incomprensibile) e quelli che lavorano sulle sensazioni, ovvero che insegnano facendoti immaginare un colpo, creandoti il feeling.

Comunque ho deciso! Continuerò a giocare durante l’anno pensando ai fondamentali che ho praticato nel periodo invernale perché non posso sopportare di vedere l’amico (e collega qui su Golf Today e a Sky) Silvio Grappasonni fare quella faccia schifata quando mi vede in campo pratica. Mi ha ferito troppo e ora il mio vero obiettivo è fargli cambiare idea. Gioco da 15 anni e devo mettere a frutto tutte le lezioni prese. E l’investimento fatto.

Soliti dubbi e nuove sfide

Mario Camicia

È anno di Ryder: gli europei sapranno confermare la loro supremazia? Chi vincerà i Major? Che combineranno i nostri azzurri sui diversi Tour? E lui, Tiger Woods, azzannerà di nuovo? Ai campi l’ardua sentenza

È passato l’inverno e l’anno nuovo è iniziato ricco di incertezze gravi. Non sappiamo cosa succederà dello spread e della crisi – l’imbuto cosmico per i pessimisti -, chi sarà presidente in Francia e negli Usa, se durerà il Professore o saremo nuovamente chiamati alle urne. Sono problemi che assillano i giorni e le notti di quelli per i quali il bicchiere è sempre mezzo vuoto, anzi, del tutto vuoto. Io sono ottimista, penso che bisogna sì prendere le cose seriamente, ma anche cercare di svagarsi e rallegrarsi buttandosi in ciò che ci piace e ci appassiona, senza ammorbare – e demotivare – chi ci circonda. In Italia, poche ragioni ci staccheranno dai video in occasione degli Europei di calcio, allo stesso modo in cui tutti diventeremo esperti di taekwondo, pentathlon e ginnastica ritmica di cui, per quattro anni, avevamo dimenticato l’esistenza.

Non sappiamo chi vincerà i Major e la Ryder, se gli europei confermeranno la loro supremazia; ma, nella tristezza, non sappiamo neppure chi ci lascerà per sempre. Come è successo due giorni dopo Natale, quando se n’è andato Mario Camicia, “the Voice”, ma soprattutto colui che con le sue battute, le finte gaffe e i voluti strafalcioni con i nomi ha portato al golf un pubblico enorme. Con ironia, senza prendersi mai veramente sul serio, ma insegnando agli italiani ad amare il nostro sport, ha fatto sì che centinaia di persone si avvicinassero trascinati dal suo entusiasmo e dalla sua passione, superiore a quella per la carriera di fotografo (il suo primo lavoro) o di giornalista (negava di esserlo), anche se per anni ha lavorato al fianco del maestro Franco Bevione nella prima e unica rivista di golf degli anni Sessanta. A Mario tutti hanno voluto bene, ma il ricordo di un personaggio come lui è qualcosa che resta nel cuore e che ognuno di noi conserva con pudore, senza esagerare nelle esternazioni come nel proclamarne l’amicizia intima. I centomila tesserati e gli appassionati, nonostante la sua pesante assenza, non abbandoneranno le imprese dei nostri atleti, che ormai non sono nemmeno più i Magnifici Sette ma molti di più, a cominciare dalle donne splendidamente guidate da Diana Luna – che condivide la grande esperienza di Stefania Croce e Veronica Zorzi – e dai molti giovanissimi che si cimentano nel Challenge e nell’Alps Tour. Tutti quindi incollati ai video a seguire i commenti di Silvio Grappasonni, a fianco del quale si alterneranno svariati altri professionisti “tecnici”.

A proposito di Grappasonni: è uno dei nuovi nomi che sono entrati a far parte del team dei Numeri Uno di Golf Today. Con lui, ci racconteranno la loro “Vita da Rookie” le due giovani new entry dell’European Tour, Federico Colombo e Andrea Pavan, mentre le notizie dal Tour arriveranno dal simpaticissimo Lorenzo Gagli, stella italiana che ha particolarmente brillato alla fine della scorsa stagione. Proseguono il percorso con noi Costantino Rocca, Gianluca Vialli, Marco Mascardi, Alberto Binaghi e i nostri globetrotter del turismo guidati da Roberto Rocca Rey.

Parlavo prima di Major: dalle statistiche risulta che 25 degli ultimi 100 sono stati vinti da pro con più di 36 anni, l’età di Tiger.

In meno di due anni, il grande Woods è sceso dal No. 1 del mondo oltre la 50ma posizione (ma con l’ottimo secondo posto all’Honda Classic si è assestato al 16mo posto), è stato messo da parte per un infortunio al ginocchio ed è rimasto inerme a vedere sfaldarsi la sua famiglia. Per uno sportivo che ha sempre scelto di rimanere lontano dai riflettori non dev’essere stato piacevole rimanere esposto a un tormento mediatico che ha portato in primo piano ogni piccolo particolare della sua vita privata, col piacere sadico di certi giornalisti che godono nel documentare la caduta di un grande uomo, dimenticando che stanno parlando di chi ha rivoluzionato il gioco del golf. A fine anno Tiger è tornato alla vittoria e anche i suoi più accaniti detrattori storici hanno provato piacere nel vederlo esultare, alla sua partecipazione in Presidents Cup. Due anni sono stati un lungo tempo di attesa, ma sembra che sia finalmente finita la jella, sia in senso professionale che personale. Sono troppo speranzosa se mi auguro che torni quello del 2000? Ad Abu Dhabi ci ha fatto sperare, così come a Pebble Beach ma soprattutto nell’Honda Classic con quel meraviglioso ultimo giro otto sotto. Per il momento mi accontento di ciò che ha faticosamente raggiunto, sono felice di aver vissuto il decennio del suo dominio e credo che probabilmente ci stiamo avvicinando a una nuova rivoluzione.

Clarke a parte, nel 2011 i Major sono stati vinti da “pischelli” che stanno dominando le scene per personalità, carattere e gran gioco. Sono dei veri personaggi. Mentre Tiger si leccava le ferite sono esplosi Rory McIlroy appena salito sul tetto del mondo, l’esuberante Ricky Fowler, Tom Lewis che ha incantato il pubblico britannico all’Open, Matteo Manassero che a 18 anni ha già vinto due volte sul Tour e l’idolo nipponico Rio Ishikawa.

Il mondo del golf professionistico deve molto a Tiger Woods, ma non si basa più soltanto su di lui. Il suo atteggiamento competitivo ha educato questi giovani che sono cresciuti nei suoi anni d’oro. Non hanno paura di nulla, affrontano i campi con decisione e palesano il desiderio di vittoria ogni volta che si presentano sul tee della 1. Se Tiger non vuole passare definitivamente il testimone dovrà darsi da fare, in un anno dove anche il profumo della Ryder avrà effetti inebrianti.

Vorrei infine spezzare una lancia a favore del golf e dei club italiani, alcuni dei quali in questo momento stanno vivendo un brutto momento di crisi. Tutti noi addetti ai lavori dovremmo impegnarci a sostenere il nostro amato sport, uniti e compatti, senza le gelosie e dispetti che lasciano il tempo che trovano e che alla fine sono solo maldicenze che si ritorcono contro gli autori. Ma si sa, c’è chi pur di emergere (fra i ciechi) andrebbe anche in mezzo alle gambe del diavolo…

mp.gennaro@golftoday.it