Provaci ancora Tom. Anzi, no

Watson

Tom Watson, che vinse la Ryder Cup nel 1993, sarà in grado di ripetere il successo dopo 21 anni? È un caro amico, ma… mi auguro che non ce la faccia

Sono sicuro di non essere stato l’unico a rimanere sorpreso di vedere Tom Watson nominato capitano per la Ryder Cup 2014. Certo, so bene che è stato l’ultimo a portare l’America alla vittoria sul suolo straniero. C’ero anch’io, anche se fuori dalle corde; e ho ancora nel mio armadietto dei trofei una palla di quella gara firmata da Colin Montgomerie. Ma dato che Watson avrà 65 anni quando guiderà il suo team a Gleneagles, non era certo il preferito dei bookmaker; per giunta, si è candidato solo un paio di giorni prima della nomina. Conosco bene Tom, ho giocato con lui diverse volte e ho persino registrato uno spot pubblicitario con lui.

È una persona amabile e di classe, un vero signore. E non sono assolutamente d’accordo con i media che sostengono che la sua nomina dimostra i segnali di disperazione americana. Il problema che hanno gli americani è che stanno cercando un capitano che sia d’ispirazione, una figura carismatica che li possa condurre alla vittoria. Nelle ultime nove sfide hanno avuto sette capitani (Lanny Wadkins, Tom Kite, Curtis Strange, Hal Sutton, Tom Lehman, Corey Pavin e Davis Love) che non sono stati in grado di farlo. Come tutti noi sappiamo, i capitani devono impostare l’atmosfera della sfida, prendere le decisioni importanti e dire la cosa giusta al momento giusto; ma alla fine della giornata, sono bravi se il team ha giocato bene. Per quanto riguarda me, una volta che sono sul tee della 1 l’orgoglio personale e la passione prendono il sopravvento, chiunque sia il capitano. Per quanto sia ingiusto, qualsiasi capitano americano sarà guardato come un fallimento, finché non porterà alla vittoria. Dopo l’esperienza straordinaria di Brookline nel 1999 con Ben Crenshaw, l’unico ad aver avuto successo è stato Paul Azinger a Valhalla nel 2008, quando siamo stati sconfitti tutta la settimana senza troppe discussioni. Nella sfida del 1993, vinta da Watson, il suo unico assistente era Stan Thirsk, il suo mentore del Kansas City Country Club. Avrebbe potuto fare di peggio che chiedere a Zinger di essere il suo assistente a Gleneagles; ma ora non voglio dargli alcuna idea…

La mia scorsa stagione è stata fantastica e credo che sarà impossibile riviverne un’altra così nella mia vita. A dicembre sono stato agli Sports Personality of the Year Awards, una cerimonia della BBC, ed è stata una serata fantastica. Sono arrivato dall’America e incontrato i miei amici Paul Dunkley e Tom Hartley. Ero seduto vicino a Zara Phillips, cavallerizza britannica, ma soprattutto figlia della principessa Anna e del suo primo consorte, il capitano Mark Phillips, nonché moglie del rugbista Mike Tindall, campione del mondo 2003 con l’Inghilterra. Zara, che avevo già incontrato un paio di altre volte prima, a sua volta era seduta vicino al CT della Nazionale inglese di calcio, Roy Hodgson. Dietro di me c’era il fantino nordirlandese Tony McCoy, che ha all’attivo la cifra record di oltre 3.600 vittorie: è un “Gooner” come me, cioè un tifoso dell’Arsenal. Così abbiamo condiviso qualche amara storia della nostra squadra e al momento, purtroppo, ce ne sono parecchie. Dopo, al bar, ho chiacchierato con chiunque da Denise Lewis a Tom Daley, Mo Farah e Bradley Wiggins. In un anno di sport così indimenticabile per i colori inglesi, sono rimasto impressionato da quanta gente sia venuta da me a dirmi quanto sia stata incredibile la Ryder Cup. Bradley mi ha dato una pacca sulle spalle e mi ha detto testualmente: “Sei una leggenda!”. Io ho cercato di congratularmi a mia volta con lui, per essere stato il primo britannico ad aver vinto il Tour de France, oltre alla medaglia d’oro alle Olimpiadi soltanto dieci giorni dopo. Ma lui continuava a interrompermi: “Ma come hai fatto?… Sei un mito!”. E, detto da uno che ha vinto il premio principale della serata, non è cosa da poco…