Chi mal comincia…

Vialli_IX Pro Am I Roveri

Un esordio zoppicante di stagione non vi deve abbattere. Eccovi qualche suggerimento per invertire subito la situazione. E togliervi di nuovo parecchie soddisfazioni

Sono solito trascorrere il periodo natalizio in Sudafrica, dai parenti di mia moglie. Le vacanze sono ormai un ricordo; ciò che, invece, non ho assolutamente dimenticato è quanto mi è accaduto sui campi da golf. Non mi riferisco a una esperienza specifica o a un episodio particolare (che ne so?: una hole in one; o venir colpito e affondato da un tee-shot un po’ storto, piuttosto che a una serie di prestazioni che mi hanno fatto alzare l’handicap da 7, giorno del mio arrivo, a 9, quando sono partito). Mi riferisco, invece, al fatto che in Sud Africa ho giocato, nel complesso, sotto tono. In Sud Africa il sistema di certificazione e controllo del handicap è più logico e trasparente rispetto a quello utilizzato in altri Paesi, Italia compresa.

I giocatori, regolarmente iscritti a un circolo, vengono forniti di una Handicap Card molto simile a una carta di credito. E fin qui, niente di strano. La differenza sostanziale con il modello italiano è che tutti gli score devono essere registrati personalmente dal giocatore su uno dei terminali di cui sono dotati tutti i campi. In pratica, nel momento in cui si effettua la prenotazione di un tee off time, il sistema esige che il giocatore inserisca il numero di colpi “tirati” per completare il giro. E non c’è differenza tra una partita amichevole (esistono?) tra quattro amici o la finale della Coppa del Circolo: ogni score conta e va registrato. Poi, attraverso un calcolo abbastanza complicato – fatto di scarti e di medie – viene assegnato l’handicap. Questo per evitare che certi furbetti si nascondano dietro handicap farlocchi, maturati in competizioni giocate agli albori della “carriera” e mai adeguati al loro reale livello di gioco.

Personalmente, giocare al di sotto del mio normale livello mi fa arrabbiare tantissimo. Come capita a tanti amatori, le aspettative di gioco e l’eccitazione prima di una partita – quando, magari, il campo pratica ci ha regalato sensazioni positive – sono sempre spropositate. A volte, dopo un pessimo giro, mi capita di rientrare a casa e riversare un po’ del nervosismo e della frustrazione accumulati sul campo sugli incolpevoli membri della mia famiglia. Una situazione imbarazzante, che uno psicologo dovrebbe aiutarmi a risolvere!

Dopo una attenta e approfondita analisi di quanto successo in Sud Africa e dei motivi di un tale inaspettato tracollo (in fondo sono un ex sportivo professionista e allenatore di calciatori), ho maturato alcune convinzioni che vorrei condividere.

• Giocare troppo non sempre fa bene. Io, dopo sette giorni consecutivi a 18 buche al giorno, sono andato in stato confusionale.

• Se, come me, siete più vicini ai quaranta che ai trenta (49!), state alla larga dai giovani maestri di ultima generazione, che insistono nel tentativo di insegnarvi il metodo Sean Foley. Io ci sono cascato ed anche adesso mi viene il mal di schiena solo a pensarci. Lui, Mr. Foley, è anche un tipo simpatico e sicuramente originale (potete rendervene conto anche dall’intervista che trovate a pag. 46). Ma il suo metodo non è per tutti.

• Nei momenti più bui, quando il morale è sotto i “chiodi”, prenotate una lezione con il vostro vecchio maestro, e chiedetegli una revisione dei tre fondamentali dello swing. Se postura, grip e posizione della palla sono corretti, molti dei vostri errori scompariranno quasi magicamente e senza troppe sofferenze.

• Tenete gli occhi fissi sulla pallina sia durante il backswing che al momento dell’impatto. Da quando mi sforzo di farlo con continuità, evitando di controllare la posizione della testa del bastone a metà del take away, ho nettamente migliorato la qualità dell’impatto sulla palla.

• Spendete una mezz’ora del vostro tempo in campo pratica e registrate con tutta la accuratezza possibile le distanze che mediamente fate con i vostri wedge. Mezzo colpo, tre quarti e colpo pieno. Tre distanze per tre/quattro ferri (pitch, 52, sand e loft) fanno dodici distanze alle quali fare riferimento per i colpi al green. È incredibile come la consapevolezza di poter colpire la pallina con una certa precisione a una determinata distanza aumenti considerevolmente le probabilità di un up and down. Scrivetevi sullo shaft dei vostri wedge con un pennarello indelebile le tre distanze che avete calcolato in campo pratica.

• Interrogate il vostro maestro per scoprire i segreti della pre-shot routine. In particolare, indagate sui processi mentali, i pensieri necessari per posizionarsi sulla palla nelle condizioni migliori per effettuare un buon colpo. La routine per un golfista è come un mini riscaldamento per un calciatore e non ci sono dubbi che influisca in maniera evidente sulla prestazione. Per esempio: si mira alla bandiera o a un punto – magari la cima di un albero – situato molti più lontano ma esattamente sulla linea di tiro? A cosa diavolo conviene pensare un attimo prima di premere il grilletto?

Spero che queste esperienze (condivise con grande umiltà) possano esservi utili nei momenti di sconforto e vi aiutino a ricostruire la autostima indispensabile per giocare un golf di discreto livello. Io torno in campo pratica. La stagione è cominciata. Alla prossima.

PS: Se volete testare la solidità di un rapporto, giocate in coppia con un amico una gara con formula foursome, quella in cui si gioca con una pallina in due e si tirano colpi alternati. Una formula brutale… Se riuscite a non litigare, allora potrete parlare di amicizia vera.

Il mio golf in Sudafrica

sudafrica

Il campione di sport e solidarietà risponde in esclusiva per Golf Today su svariati argomenti realtivi al golf, la sua grande passione. E lo fa partendo da lontano. Cioè dal Sudafrica

Come mai giochi spesso in Sudafrica?

Perché ho fatto una scelta intelligente sposando una donna sudafricana con la quale vivo a Londra; ma a Natale e Pasqua torniamo a Città del Capo dove abbiamo una casa allo Steenberg Golf Club disegnato da Peter Matkovich. Così sono quasi “costretto” a giocare 18 buche tutti i giorni!

Il clima è meraviglioso, c’è quasi sempre il sole, ho molti amici e giocare diventa quasi un dovere…

Quali sono le differenze con il golf europeo?

Per prima cosa sono strutturati diversamente i campi, anche se quelli nuovi sono più uniformati alla realtà europea.

Sono tutti molto belli ma così differenti da quelli ai quali sono abituato in Inghilterra e in Italia che testarli diventa uno stimolo. Un lato piacevole è l’atmosfera rilassata che si respira all’interno dei circoli. I sudafricani giocano da sempre, si può dire che ce l’abbiano nel sangue e, vedendoli in campo, ci si rende conto che praticano tutti da quando sono bambini; diversamente dagli europei, che invece iniziano il golf quando smettono con il calcio o il basket. Per loro è proprio lo sport principale. Un’altra differenza è che non esiste classismo, in campo si trovano ricchi e poveri in un miscuglio di razze, turisti e stranieri. È tutto cosmopolita, si capisce che il golf è lo sport di tutti. Le club house sono anche meno “stiff” di quanto non lo siano in Inghilterra, dove vigono regole che sono necessarie ma non bisogna esagerare sennò tolgono la voglia di entrarci. L’ultima differenza riguarda l’atteggiamento: i sudafricani cercano di divertirsi mentre noi siamo spesso, a torto, vittime della frustrazione provocata dal non riuscire a esprimere quel gioco che vorremmo. Il loro divertimento è fare 18 buche e bersi due birre dopo il giro, quasi come se il golf fosse una scusa per socializzare.

Se tu dovessi consigliare dei campi agli italiani, quali sceglieresti?

Sicuramente il Leopard Creek – dove si svolge l’Open – per il disegno di Gary Player e la ristrutturazione di Nicklaus, ma anche perché è popolato dai Big Five e da moltissimi altri animali. È splendido andare a giocare e poi approfittare dei safari fotografici organizzati per vedere gli animali, che sono numerosissimi perchè il campo è confinante con Kruger Park. Certamente poi sceglierei i tre percorsi di Fancourt, regno di Gary Player, l’Arabella, che ha uno splendido resort, e tutti i campi di Cape Town. Il mio prossimo obiettivo è andare a Sun City perchè non l’ho mai visitato.

Tornando lì dopo i mondiali di calcio hai notato qualche cambiamento nel Paese?

Da un punto di vista architettonico devo dire che sono terminati i lavori di ristrutturazione e rinnovamento con risultati meravigliosi. Ho trovato ancora un’atmosfera piacevole, come se la nazione fosse soddisfatta di essersi mostrata al resto del mondo con successo.