Ma l’USGA a cosa serve?

U.S. Open - Round Two

Se lo è chiesto, con disarmante spontaneità, Thomas O’Toole Jr, neo presidente della storica Associazione. Che ha spiegato con precisione i compiti di questo organismo

In Italia si parla dell’USGA sempre solo a metà giugno o poco prima, in occasione dell’US Open, il Major organizzato proprio dall’United States Golf Association. In particolare si parla di Mike Harris, il sadico uomo che detta le linee per la preparazione di campi impossibili. Poco o nulla si sa dei presidenti che si sono succeduti negli anni.

Per una volta, a fine gennaio, alla riunione annuale dell’associazione, il neo eletto Thomas O’Toole Jr ha incentrato una buona parte del suo discorso inaugurale cercando di evidenziare esattamente i compiti dell’USGA, mettendo in mostra una grandissima onestà intellettuale. Per una struttura vecchia di 120 anni potrebbe sembrare curioso ricordarlo ma, oltre alle sue funzioni tradizionali, deve affrettarsi a risolvere alcuni problemi urgenti (in particolare la lenta perdita del numero di golfisti). Senza nascondersi dietro un mignolo e con una lucidissima – e sincera – visione della realtà, O’Toole si è preso in carica uno dei compiti principali dell’USGA, una delle tre organizzazioni negli USA.Anche se a volte hanno interessi sovrapposti, i mandati individuali sono completamente differenti.

Perché il golf, a differenza di altri sport, non ha un capo supremo in grado di decidere azioni concertate. Ogni organizzazione deve capire autonomamente che cosa possa fare meglio. Il golf sarebbe più facile da governare se si trattasse di una società moderna. Per carità, chiariamo: non intendo che il golf debba essere quotato con tanto di titolo Nasdaq o che lo scopo primario sia di massimizzarne il valore per gli azionisti. Questo si potrebbe pensare solo per pochi, selezionatissimi circoli. Una gestione intelligente potrebbe aiutare a superare alcuni degli eccessi del golf, come i green troppo veloci, i campi troppo bagnati perché i giocatori vogliono vedere i percorsi verdi, il gioco lento e la scarsità di posti per bambini e principianti.

Storicamente, O’Toole ha detto nel suo discorso che i due scopi fondamentali dell’USGA sono di organizzare campionati “esemplari” (come l’US Open maschile e femminile) e di scrivere e amministrare le regole del gioco in collaborazione con l’R&A. Negli ultimi anni, l’USGA ha martellato su un terzo scopo principale, ovvero migliorare i propri servizi a supporto del gioco. Ecco quindi gli sforzi di ricerca sulle superfici erbose o mantenere i percorsi con meno acqua e con altre risorse. L’USGA dorme sonni tranquilli da un punto di vista economico: 300 milioni di dollari in banca e ricavi nell’ultimo anno di 157 milioni dollari, derivanti per lo più dall’US Open e dai diritti televisivi.

A partire dal 2015, quando il suo nuovo contratto di dodici anni con Fox Sports entrerà in vigore, l’USGA incasserà in media quasi novanta milioni di dollari l’anno dalla televisione, più del doppio di adesso. Per tradizione, l’Associazione è conservatrice, quindi non opererà certamente in modo troppo radicale. Ma O’Toole ha promesso di impegnarsi a rendere il golf più accattivante per tutti. Ha individuato minoranze, donne, juniores e giocatori con disabilità. Con estrema lucidità e sincerità, O’Toole ha dichiarato: “Il gioco ha un patrimonio notevole di elitarismo che va superato. Dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre mancanze come organizzazione, sia nel passato che nel presente”. E ha deciso di incaricare esperti “veri” con pieni poteri.

Cosa potrebbe essere in grado di realizzare un’unica autorità di golf ipotetica? Potrebbe costringere i professionisti del PGA Tour a giocare più velocemente. Potrebbe chiudere i campi da golf in perdita e organizzarli al meglio per le comunità con corsi di lusso per chi può permetterselo, ma a medio prezzo per fanatici bassi di handicap, brevissime clinic per golfisti occasionali o principianti e brevi corsi divertenti per bambini e principianti. La PGA of America, con i suoi 28.000 soci fra club e professionisti-insegnanti, ha il rapporto più vicino ai golfisti dilettanti e dovrebbe essere il loro più grande sostenitore. Renderli cioè golfisti felici, con più lezioni, orari di gioco più elastici. Accadrà? In America, io penso di sì. Anche se la struttura guazzabuglio del golf è difficile da organizzare. Agire e non solo parlare è utile per far pensare tutto il mondo, in crisi come gli USA.

Ormai è arcinoto che giocando a golf si sviluppano le relazioni d’affari. Certo, stando insieme in campo per quasi sei ore (ormai i tempi si sono dilatati a questo punto) ci si conosce, si passa automaticamente al “tu” facendo nascere rapporti di business dalle cifre impressionanti. Teniamo conto in primis che il golf è lo sport più praticato al mondo: 69 milioni di praticanti, oltre 34mila campi e un giro d’affari che supera i 70 miliardi di euro all’anno. Questi numeri erano superiori ma la crisi economica è riuscita a intaccarli (anche se di poco); inoltre incalzano le nuove destinazioni come il Brasile dove, a partire dal 2016, il golf tornerà a essere disciplina olimpica. Ma lo sa qualcuno dei non addetti ai lavori in Italia che il golf tornerà dopo un secolo alle Olimpiadi? Non vorrei ripetermi su quanto già scritto da più parti sul golf italiano e su quanto viene fatto per il suo sviluppo e la sua comunicazione. Ma il golf è business anche perché per gestire o costruire un club servono risorse e organizzazioni importanti.

Dalla ricerca Protiviti, che da alcuni anni inquadra lo status del golf in Italia, il fatturato medio per un club a 18 buche è di 1 milione e 800 mila euro, con 34 addetti, inclusi i servizi esterni. Il mix dei ricavi vede prevalere il contributo delle quote sociali (tra il 50 e il 60 per cento), ma beneficia del contributo dei giocatori occasionali con i loro ingressi giornalieri, che in media incidono per il 15-20% sul conto economico, arrivando fino a valori di molto superiori nelle zone turistiche. Senza dimenticare i 25 milioni di turisti golfisti nel mondo che si spostano per giocare per un valore stimato di 43 miliardi di euro. Quanti vengono in Italia? Il Pil italiano per il turismo occupa il 4% del totale. Non golfistico, totale proprio. Il che lascia assolutamente stupefatti vista l’offerta senza limiti del nostro Belpaese. Anche se l’iter burocratico per un progetto è di cinque-dieci anni, è necessario coniugare la componente sportiva con ricettività, cultura ed enogastronomia anche – e soprattutto – nei periodi di bassa stagione. Ma questo si sa da anni e anni. Si muoverà qualcosa? Se esiste un Mr O’Toole nostrano sarà in grado di agire con consapevolezza?

mp.gennaro@golftoday.it