Perchè non credo al “fattore campo”

Giocare in casa non è quasi mai un vantaggio. La storia più recente ce l’ha dimostrato in più di un’occasione. Speriamo però che a Torino i “nostri” riescano a sfruttare la loro conoscenza del percorso per diventare protagonisti della gara

Come ogni anno, alla vigilia dell’Open d’Italia, si tira in ballo il “fattore campo”, specie per i fratelli Molinari che alla Mandria ci sono praticamente nati. Secondo me, invece, giocare in casa non è quasi mai un grandissimo vantaggio. E mi spiego. Ormai tutti i giocatori hanno una profonda conoscenza dei percorsi e riescono a interpretarli bene. Con i sistemi di lettura dei green e le mappette di oggi, dopo due giri di prova tutti sanno tutto. Tra l’altro, il Torino – come ormai la quasi totalità dei campi – è un percorso molto fair, non è tricky, non ha insidie nascoste con dogleg o bunker assassini. Il “fattore campo”, in realtà, conta di più sui links: lì puoi trovare bunker nascosti, il vento può soffiare in quattro direzioni diverse modificando d’improvviso le condizioni di gioco. Allora sì che giocare in casa e conoscere profondamente il campo può rappresentare un vantaggio decisivo. Su campi “normali” invece, sono quasi più i contro che i pro: giocare “in casa” comporta una maggiore pressione, più aspettative da parte del pubblico, più emotività perché si tiene particolarmente a fare risultato. E siccome – lo sappiamo bene – il golf è uno sport essenzialmente “di testa”, ecco che le cose si complicano.

Non è, sia chiaro, un discorso solo italiano: per esempio, gli irlandesi all’Irish Open hanno sofferto molto. McDowell ha puttato malissimo (e poi è andato a vincere “in trasferta” l’Alstom Open di Francia per il secondo anno consecutivo), McIlroy non si è qualificato ed Harrington ha giocato malissimo il weekend. Ancora: guardate Dubuisson all’Open de France, ha segnato +4 al primo giro, partendo con un triplo bogey e un bogey. Non l’ho mai visto così arrabbiato come quel giorno! Il 48esimo posto finale dice tutto.

Comunque, tornando all’Italian Open, l’importante è che i nostri ragazzi riescano a essere protagonisti della gara, come ha fatto Chicco l’anno scorso, rimanendo fino all’ultimo in lotta per la vittoria. Tutti sperano che un italiano possa vincere, ma in realtà è complicatissimo. Non a caso son passati 26 anni fra la vittoria di Mannelli all’Acquasanta e il trionfo di Francesco Molinari a Tolcinasco. Certo, sarebbe splendido se Chicco ripetesse l’exploit di suo fratello nel 2010: strappare in extremis la convocazione in Ryder vincendo l’ultima gara disponibile, fidando anche nella stima che il capitano McGinley nutre nei suoi confronti. Sperare in una wild card sarebbe pericoloso perché ci sono ancora tanti giocatori forti fuori dalle points list. Selezionare un italiano è difficile, ma come Colin Montgomerie aveva stima di Edoardo, così McGinley ne ha di Francesco. Sarebbe fantastico che lo scegliesse, ammesso che lui non conquisti prima un posto in squadra perché sta giocando davvero bene. È dal 2009 che si trova nei primi 50 del mondo e dimostra una grande solidità.

Giugno e luglio ci hanno restituito un grande Edoardo: con il secondo posto all’Irish si è guadagnato l’Open Championship; a Hoylake è stato eccezionale, costante nel gioco, preciso nel putt conquistando uno straordinario settimo posto, dopo aver sognato perfino qualcosa di più. Pensavo che per lui quest’anno sarebbe stato solo di transizione. Nessuno si rende conto di quanto sia difficile rientrare, a quei livelli, dopo un anno e mezzo di stop restando per 6/7 mesi senza poter tirare un colpo. In questi casi, se parti male, come facilmente accade, perdi anche la fiducia. Devi avere pazienza e anche un po’ di fortuna. I due risultati in terra britannica perciò sono stati cruciali.

Matteo Manassero ha regalato grandissimi segni di ripresa allo Scottish Open, dove ha chiuso in quarta posizione grazie a uno strepitoso 65 (sei birdie) dell’ultimo giro, e poi a Liverpool, dove ha avuto momenti altissimi. Quest’anno ha pagato un po’ il cambiamento strutturale. Ha avuto più tardi della media il cambiamento fisiologico degli adolescenti. Di solito i giocatori diventano forti a 22 anni (come il nuovo fenomeno Matthew Fitzpatrick), dopo essere “cresciuti” da amateur senza che nessuno se ne accorgesse. Matteo invece è “cresciuto” quest’anno sotto gli occhi di tutti e questo, tecnicamente, gli ha stravolto ogni cosa: il gesto, l’equilibrio, le sensazioni, la forza. La buona notizia finale è il ritorno di Tiger (nonostante il rendimento altalenante al recente Open Championship).

Meno male perché, diciamo la verità, c’era un deserto di personaggi imbarazzante, che solo il rilancio di McIlroy sta parzialmente colmando. Certo, c’è sempre Mickelson, ma il grande Phil non ha la dimensione “globale” del Fenomeno. I nuovi, come Jordan Spieth e Harris English, sono interessanti ma sostanzialmente anonimi. Speriamo che i nostri azzurri continuino a fare bene, perché senza Tiger e nel periodo di crisi di Matteo gli ascolti tv sono diminuiti. E speriamo che Tiger non si faccia più male. È tornato prima del previsto ma secondo me aveva semplicemente messo le mani avanti prima per non avere troppa pressione. Anche questa è strategia.

Victor Dubuisson ha vinto il Turkish Airlines Open; 25° Molinari; 44° Manassero

Victor Dubuisson

Il francese Victor Dubuisson ha vinto con 264 colpi (67 65 63 69, -24) il Turkish Airlines Open, sul percorso del Montgomerie Maxx Royal (par 72), a Belek in Turchia.

Con un bel giro in 67 (-5) colpi Francesco Molinari ha risalito la graduatoria di dieci gradini terminando 25° con 275 (69 68 71 67, -13), mentre Matteo Manassero con un parziale di 69 (-3) e lo score di 279 (70 70 70 69, -9) ha chiuso al 44° posto.

In un finale veramente emozionante Dubuisson ha colto il suo primo titolo in carriera superando avversari di peso come il gallese Jamie Donaldson, secondo con 266 (-22), rinvenuto con un 63 (-9), Tiger Woods e l’inglese Justin Rose, terzi con 268 (-20), l’altro inglese Ian Poulter e il transalpino Raphael Jacquelin, quinti con 269 (-19).

Dubuisson, 23enne di Cannes, nel finale è stato decisamente attaccato da Donaldson che dopo aver segnato  sette birdie e un bogey è ricorso agli effetti speciali nelle ultime tre buche con una “hole in one” alla 16ª (par 3 di 165 metri) e un birdie alla 18.

Il leader, che era partito con cinque colpi di margine sui primi inseguitori, ha usato prudenza sulle prime nove buche con altrettanti par, poi ha ottenuto un birdie, ma quando ha sentito odore di bruciato dopo un bogey alla 14ª ha cambiato marcia e con tre bridie nelle ultime quattro buche (69) ha respinto l’attacco del gallese.

A Rose non sono bastati un eagle e sette birdie per rimettersi in corsa, peraltro rallentata nel finale con due bogey (65, -7) e Tiger Woods, dopo una partenza lampo con tre birdie in sei buche ha perso l’autobus con due bogey a metà tracciato. L’orgoglio lo ha spinto ad attaccare ancora e con altri quattro birdie sugli ultimi sei green per il 67 (-5) ha agganciato Rose al terzo posto.

Molinari ha effettuato il miglior giro del suo torneo  con un eagle e tre birdie, senza bogey, e anche Manassero ha ottenuto il parziale più basso, dopo tre 70 (-2), ma in maniera più articolata con sette birdie e quattro bogey.