Francesco Molinari è uscito nei quarti di finale superato da Thomas Aiken

ThomasAiken

Francesco Molinari è uscito nei quarti di finale, superato per 3/2 dal sudafricano Thomas Aiken, nel Volvo World Match Play Championship, evento dell’European Tour con formula a eliminazione diretta che si conclude con la disputa di semifinali e finale sul percorso del Thracian Cliffs Golf & Beach Resort, a Kavarna in Bulgaria.

In precedenza, negli ottavi disputati al mattino, il torinese aveva travolto per 6/4 lo svedese Carl Pettersson, giocatore di peso che svolge la sua attività nel tour americano.

Questi gli incontri di semifinale: Thomas Aiken-Thongchai Jaidee  e Branden Grace-Graeme McDowell.

Molinari, che aveva superato a pieni voti la fase a gironi vincendo il suo a punteggio pieno (2/1 sullo svedese Henrik Stenson e 4/3 sul cileno Felipe Aguilar), ha subito aggredito Pettersson portandosi avanti per 4 up dopo sei buche (vincenti due par, un eagle e un birdie). Lo svedese ha avuto una timida reazione (3 down), ma Molinari è subito ripartito e ha chiuso il conto con tre birdie consecutivi.

Nel secondo match, dopo quattro buche in parità, Aiken nelle successive quattro ha preso un margine di 3 up (birdie-par-birdie) e per Molinari, sicuramente meno brillante che in precedenza, non c’è stato nulla da fare. Ha accorciato per due volte le distanze, ma in entrambe le occasioni il sudafricano ha replicato, vincendo poi con un birdie alla buca 16. Negli ottavi Aiken aveva avuto un confronto molto difficile con l’irlandese Shane Lowry prevalendo solo al prima buca supplementare.

Il sudafricano Branden Grace ha liquidato con relativa facilità l’australiano Brett Rumford ((4/3), poi ha messo fuori gioco l’inglese Chris Wood (2/1), conquistando le ultime due buche con un avversario un po’ sprecone.

Il thailandese Thongchai Jaidee, la vera sorpresa del torneo per la continuità mostrata, ha faticato contro lo svedese Peter Hanson. Dopo essersi fatto recuperare un 2 up in extremis ha poi rimediato alla 21ª. Meno complicazioni, invece, contro lo scozzese Scott Jamieson (4/3) che non è stato mai in partita.

Il nordirlandese Graeme McDowell è andato 4 up in otto buche contro lo statunitense Bo Van Pelt, poi pensando di aver già vinto si è un po’ rilassato e ha concluso con il minimo margine (1 up) rischiando parecchio. Stessa storia, o quasi, con il belga Nicolas Colsaerts, campione uscente, il quale 3 down all’ottava si è rimesso in corsa alla 14ª (1 down). McDowell ha commesso qualche errore, ma è passato in semifinale con un birdie alla 17ª (2/1).

La paura di Jamieson? I dirupi e i serpenti della Bulgaria

Scott Jamieson è terrorizzato. Ma non è il field stellare del Volvo World Match Play Championship a spaventarlo.

Ciò che rende poco piacevole il soggiorno del campione scozzese sono i dirupi e i serpenti. “Questo campo è spettacolare al massimo. Dalla quattro alla 10 giochi con 40 metri di dirupo accanto e alla nove parti da un tee a isola e devi volare mare e spiaggia per arrivare in fairway. Ricorda un po’ un misto di Castle Stuart e Kingsbarns. E’ pericolosissimo perché se scivoli sotto di te c’è solo una cosa: il vuoto. Ma non c’è il rischio di confondersi: con questo grande clima si è sicuri di non essere in Scozia. E poi ci sono i serpenti, di cui io sono terrorizzato!”

Nicolas Colsaerts vincitore del Volvo World Match Play

Il belga Nicolas Colsaerts ha vinto la 47ª edizione del Volvo World Match Play Championship battendo in finale per 1 up il nordirlandese Graeme McDowell.

Nella finale, condizionata dal forte vento, Colsaerts ha costretto McDowell a un continuo inseguimento. Nelle prime nove buche per tre volte il belga è andato 1 up e in ogni occasione il nordirlandese ha impattato alla buca successiva. Tra le buche 11 e 13 due errori di McDowell hanno dato il doppio vantaggio a Colsaerts. Il primo ha accorciato le distanze alla 14ª, l’altro ha replicato alla 16ª ancora su svarione di McDowell, che però alla 17ª è tornato sull’1 down mantenendo vivo il match. Alla 18ª l’epilogo con McDowell che ha sbagliato il drive nell’ultimo attacco e che ha permesso a Colsaerts di chiudere con un comodo par.

Colsaerts, 30enne di Bruxelles, è al secondo successo nell’European Tour dopo quello conseguito nel Volvo China Open (2011), mentre MdDowell, 33enne di Portrush è rimasto fermo a sette titoli, tra i quali spicca un major (US Open, 2012).

Al belga sono andati 700.000 euro, su un montepremi di 2.750.000.

L’ultimo trionfo di Seve

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Dietro la mia vittoria al Volvo World Match Play c’è un maestro d’eccezione: Ballesteros ha ispirato ogni mio colpo

L’ambiente del golf è più triste dopo la morte di Seve. Al suo funerale, mi ha addolorato molto vedere la lunga marcia funebre, con i suoi figli che trasportavano mestamente l’urna e l’intero villaggio di Pedrena presente, a significare quanto contava per i suoi concittadini. Ma l’influenza di Seve è arrivata molto più lontano della Spagna. Il suo carattere unico, un misto di carisma e fascino, ha contagiato tantissime persone in tutto il mondo. Sono stato fortunato a poter giocare con lui in qualche occasione: c’era sempre qualcosa da imparare, anche solo guardandolo inventarsi dei colpi impossibili intorno al green. Ricordo quando ho giocato con lui nei primi due giri dell’Open 2006 al Royal Liverpool e, anche se quello fu il suo ultimo Open Championship, si vedeva che non aveva perso il suo magico gioco corto. L’ho ammirato così tante volte quando ero giovane, specialmente in Ryder Cup; e, crescendo, è sempre stato uno dei miei punti di riferimento. Ci sono stati parecchi anni in cui lui e José Maria Olazabal sembravano invincibili in Ryder. Il matchplay è sempre imprevedibile: ma potevi leggere negli occhi degli americani come si aspettassero già di perdere quando venivano estratti contro la coppia in cui c’era Seve. Ricordo benissimo i suoi match singoli nel 1995 all’Oak Hill contro Tom Lehman. Era lì che vedevi veramente quanto i suoi colpi di recupero fossero validi, perché riusciva a rimanere in gara anche quando non trovava il fairway dal tee. Recentemente, all’asta di Seve a Wentworth, ho comprato il suo putter: avrà un posto di prestigio in casa mia. E quando ho vinto il Volvo World Matchplay a maggio, la prima cosa che ho cercato sul trofeo è stata il suo nome. Era ripetuto cinque volte!

La vittoria al Volvo Matchplay è stata molto importante per me, perché i mesi precedenti, a essere onesti, sono stati alquanto deludenti. Sentivo di giocare bene ma non ottenevo risultati, anche se penso – guardandomi indietro – che forse sono stato troppo duro con me stesso. In effetti avevo solo bisogno di rilassarmi un po’ per far girare meglio le cose. Durante la settimana al Finca Cortesin ho battuto sia Luke Donald sia Lee Westwood; e l’ho fatto macinando risultati, più che giocando brillantemente. In effetti durante quella settimana sono incappato anche in qualche brutto colpo; però sono riuscito a tirarne alcuni davvero buoni al momento giusto. Per quella vittoria ho ricevuto messaggi molto belli; e forse il migliore è stato quello di Paul Azinger che ha twittato: “Vorrei aver potuto giocare con Ian Poulter in un matchplay o in Ryder, una volta nella vita. Per me lui è il migliore”. Alla fine di quella settimana non vedevo l’ora di giocare l’Open, anche se non sono un grande fan del Royal St George’s. So che i links non sono mai completamente “giusti” e trovo che i rimbalzi strani e gli stance un po’ goffi in cui puoi imbatterti su quel percorso lo rendano un tantino esagerato. Sono stato in Kent un paio di volte per provare il campo e cercare di conoscerlo meglio. Ma dopo un primo giro sotto il par, venerdì ho segnato un orribile 78 (il clima non ha aiutato!) che mi ha impedito di proseguire. Peccato, ci tenevo a fare bene “in casa”.

Ho saputo che la delegazione spagnola è rimasta fortemente dispiaciuta per non aver ottenuto l’assegnazione della Ryder Cup 2018 e presumo che per Germania, Olanda, Portogallo e Svezia sia lo stesso. Ma io sono molto felice che abbia vinto il National di Parigi. È un tracciato fantastico e, una volta che avranno rinnovato l’hotel, sarà meraviglioso. Il percorso è stato uno dei primi “stadi” mai costruiti e le ultime quattro buche forniscono il perfetto “finish” a qualsiasi incontro matchplay. La 15 è una specie di “piccolo par 4”, con un green a isola e pin position davvero temibili. La 16 è un pericoloso par 3, dove hai bisogno di un ferro medio o corto davvero preciso. E poi le ultime due buche sono veramente lunghe, sebbene siano par 4. La 18, soprattutto, fa trattenere il fiato fino all’ultimo, perché ti richiede un ferro lungo verso il green a isola davvero calibrato, altrimenti sei in acqua. Non vedo l’ora! Nel 2018 avrò 42 anni, ma spero tanto di ottenere la mia settima presenza in squadra.

Benedetta tecnologia

nickelsdriver-persimmon

Anziché porre paletti anacronistici al progresso, le istituzioni se ne facciano una ragione: nuovi materiali e nuove soluzioni ci saranno sempre. E noi dobbiamo stare al passo con i tempi

Finora quest’anno è stato un po’ deludente, se penso a come ho finito bene la scorsa stagione. È stata la rosa delle opportunità perse: ho giocato benone nell’insieme, ho vinto anche il Volvo World Match Play Championship in Spagna a maggio, ma non ho imbucato come davvero avrei voluto. Quindi ho lavorato molto sul putting di recente e spero che paghi nel resto dell’anno.

Nell’attimo stesso in cui ho annunciato che stavo pensando di cambiare il mio putter, tutti i produttori del mondo mi hanno bombardato di bastoni da provare. Ne ho testati alcuni, ma alla fine ho scelto quello che Cobra ha realizzato esclusivamente per me. È un esemplare unico; quindi, mi dispiace: non lo puoi comprare! Esteticamente è molto simile al putter Rife che usavo prima; ma, invece della scanalatura sulla faccia, ha una normale zigrinatura. E finora sembra che faccia il suo dovere.

Tutto questo per introdurre una domanda che spesso mi fanno, e cioè se penso che i recenti cambiamenti nell’attrezzatura e nella tecnologia siano andati troppo oltre: le nostre istituzioni dovrebbero (o, addirittura, avrebbero dovuto) fare qualcosa di più per controllare gli infiniti miglioramenti di bastoni e palline? È vero che, nel solo arco della mia carriera, l’attrezzatura golfistica ha subìto un’enorme trasformazione. Basti pensare, ad esempio, alle piccole teste di legno dei driver in persimmon (il caco, ndr) che erano in giro quando ero giovane. Fanno ridere in confronto alle teste da 460 cc dei driver di adesso. E se mostrassi ai ragazzi di oggi i legni 3 persimmon che si usavano 23 anni fa, li troverebbero impossibili da usare!

Ciò che è strano, però, è che per me la tecnologia non ha fatto la stessa differenza per tutti i giocatori. Nel 2000 ho vissuto il mio primo anno completo sul Tour: la mia distanza media con il driver di 11 anni fa era di 253,92 metri. Quella di quest’anno 257,63. La differenza è di appena tre metri e mezzo: in questi undici anni la mia distanza media è cambiata molto poco. Penso che nel 2004 e 2005 la mia media fosse di circa 263 metri; ma, al di là di quel biennio, credo di essere sempre stato tra i 256 e i 260.

Quindi la tecnologia ha influito molto più su altri giocatori, che colpiscono la palla più forte e la schiacciano all’impatto, di quanto abbia fatto su di me. Parimenti, la recente restrizione della scanalatura nei wedge (imposta da R&A e USGA ed entrata in vigore all’inizio di quest’anno), ha innescato in realtà un cambiamento davvero minimo, quasi ininfluente. Tutto ciò che ha fatto è stato gravare sui produttori con un costo pesante. E, per giunta, nel peggior periodo economico globale degli ultimi anni!

Il progresso tecnologico ci sarà sempre. È una crescita costante. Vengono scoperti nuovi materiali e vengono adottate diverse tecnologie. A fronte di questi cambiamenti ineluttabili, non sono sicuro che le nostre istituzioni debbano essere così paranoiche come lo sono adesso: dobbiamo stare al passo con i tempi. La gente punta sul fatto che negli ultimi trent’anni la distanza media di un pro sul PGA Tour è cresciuta di quasi 30 metri. Ma la verità è che oggi i pro sono molto più forti e in forma rispetto ad allora. Oggi chiunque va in palestra. Prima che io nascessi, nel 1976, Gary Player era praticamente l’unico a farlo.

Inoltre, i ragazzi ottengono 10/12 metri in più se allungano il driver di un pollice e mezzo. Padraig Harrington l’ha fatto recentemente e ha guadagnato una ventina di metri. Graeme McDowell proprio adesso sta usando un driver lungo 46,5 pollici. Io preferisco non farlo, perché un driver così lungo non fa per me, al momento. Immagino che R&A e USGA potrebbero mettere un limite: “Tutti i driver più lunghi di 46 pollici da adesso sono illegali”.

In questo momento, però, non sono sicuro che sia il modo più corretto e giusto di agire. Non dovremmo caricare economicamente ancora di più i produttori, creando una spesa extra proprio per quelli che stanno già subendo abbastanza.