Golf prossimo venturo

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Senza la pretesa di prevedere il futuro, divertiamoci a ipotizzare gli scenari della stagione 2014

Anche se la stagione di golf 2014 inizia già nel 2013, approfitto di questa breve pausa per fare dei pronostici sulla prossima annata. Visto che i miei pronostici sul calcio sono apprezzatissimi su Sky – e ultimamente ne sbaglio pochissimi – questo mese voglio divertirmi a farne qualcuno anche per la prossima stagione di golf, soprattutto per quello che riguarda Tiger Woods. La domanda è: riuscirà finalmente ad aggiungere un Major al suo già importante totale di 14? Il primo Major 2014 sarà ad aprile, e molti sono convinti che sarà la sua occasione per rompere la striscia negativa che va indietro fino all’US Open 2008. Per me ci sono quattro ragioni per le quali l’anno venturo Tiger avrà grandi chance di tornare a vincere un Major: i quattro campi in cui si disputeranno.

1. Tiger naturalmente adora l’Augusta National; nella sua carriera ha vinto quattro volte nella casa del Masters, fin dal suo debutto nel 1997, e ha quasi aggiunto al suo guardaroba la quinta Giacca Verde quest’anno, quando un rimbalzo sfortunato contro la bandiera e una drop penalty l’hanno comunque portato vicinissimo alla vittoria. Di tutte le sedi dei Major 2014 questa è quella che gli piace di più.

2. Il secondo Major, l’US Open, sarà a Pinehurst: uno dei campi più difficili sul pianeta dove però Tiger ha raggiunto un certo livello di successo. Quando l’US Open ha fatto tappa qui, Tiger non ha vinto ma ci è andato molto vicino arrivando secondo dietro a Michael Campell nel 2005, due colpi dietro a lui e tre davanti al terzo. Nel ‘99, sempre a Pinehurst, è arrivato terzo dietro al compianto Payne Stewart.

3. Tiger adora anche il Royal Liverpool, dove si terrà l’Open Championship a luglio 2014. Il British Open torna in Inghilterra dove Tiger ha vinto la claret jug nel 2006. E sappiamo tutti bene quanto siano importanti i ricordi nella testa di chi gioca a golf, soprattutto quando sono positivi.

4. Last but not least, l’ultimo Major torna a Valhalla, dopo averci fatto tappa nel 2000 quando Tiger ha vinto al play off contro Bob May.

È chiaro che nel golf non ci sono garanzie, ma credo che Tiger stesso non avrebbe potuto scegliere quattro campi più adatti al suo stile di gioco per i quattro Major della stagione. Anche se in realtà è difficile trovare dei campi che non si addicano alle sue immense qualità…

Questi sono i motivi per cui sono convinto che Tiger possa tornare a vincere un Major.

Ma ci sono anche dei contro. Prima di tutto: “largo ai giovani”. Nell’ultimo periodo i vari McIlroy, Bradley, Simpson hanno dimostrato di avere le qualità golfistiche e la testa per vincere Major. È sicuramente più difficile vincere quando hai 40 anni e in più Tiger ha avuto problemi con la schiena, le ginocchia e i tendini di Achille; quindi dal punto di vista fisico è probabile che non abbia più le energie di un tempo, quando andava avanti a testa alta senza mostrare alcun tipo di stanchezza. Sicuramente deve risolvere qualcosa del suo gioco. Sembra che soprattutto nel weekend qualcosa nel suo modo di puttare non funzioni. Qualcuno dice che il suo short game non sia più quello di una volta, quello che gli permetteva di recuperare dopo drive non eccezionali. Per questo fa fatica a vincere. Molti sono convinti che riuscirà più facilmente a superare il record di Sam Snead di 82 vittorie sul PGA Tour (al momento è a quota 79). Per altri, sarebbe più importante vincere cinque US Open superando così Jack Nicklaus e Ben Hogan (a quota quattro). Vedremo…

Io comunque sono già eccitato al pensiero della prossima stagione! Da una parte spero che Tiger vinca, ma dall’altra mi auguro ovviamente anche che in questi Major debba vedersela fino all’ultimo con uno dei nostri tre moschettieri. Magari Matteo potrebbe dargli del filo da torcere all’Open Championship, visto che aveva fatto molto bene da giovanissimo. Chicco invece potrebbe essere un avversario da battere all’US Open, con quei rough quasi ingiocabili. Dodo infine potrebbe diventare l’uomo che lo mette in difficoltà e che gli contende la vittoria al PGA Championship, sempre sperando che riesca, dopo la lunga assenza, a rientrare tra i primi: se lo merita, per le sue qualità, ma si merita anche un po’ di fortuna!

Anno nuovo, soliti problemi

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Tolti i due Nike, è calma piatta: non si profila all’orizzonte un giocatore capace di stimolare l’intero movimento. Che soffre parecchio del gioco lento, contro cui non si fa niente. Per fortuna, in Italia abbiamo segnali incoraggianti

L’inizio del 2013 è stato abbastanza noioso. Non abbiamo visto grandi novità. Se non scendono in campo Tiger Woods o Rory McIlroy o non ci sono da tifare i nostri azzurri, il panorama è piatto. Purtroppo non vedo giocatori emergenti “fighi”. Gli stessi Westwood o Donald sono in ombra e, quel che è peggio, non ci si accorge della loro mancanza. Questo trend non è confortante, perché conferma una volta di più che chi conta è sempre e solo Tiger Woods. Mi chiedo chi potrebbe catalizzare l’attenzione se, per un qualsiasi motivo, Woods uscisse dai giochi. Forse Webb Simpson, che con la sua laurea in teologia ha assunto le sembianze di un diacono? Teniamo le dita incrociate sperando che Tiger giochi bene. La finale dell’Accenture fra Kuchar e Mahan è stata emozionante come vedere “La corazzata Potëmkin”, in quanto a suspence. La gara match play è tanto bella ai primi turni, quanto noiosa alla fine. Se facessero come al Volvo (formula a gironi) potrebbe essere più divertente; ma potrebbero giocare solo in 16 e perderebbe lo stato di WGC. Io metterei in calendario un altro WGC con la formula consueta ma, ripeto, non match play.

Due parole anche sulla piaga ormai inguaribile del gioco lento. I dirigenti del PGA Tour continuano a “parlare-proibire-permettere-discutere” dei vari putter lunghi, ma non fanno nulla per evitare che ci si metta anche quattro minuti e mezzo per tirare un colpo. E questo accade abitualmente, anche in match play: l’abbiamo visto nell’Accenture, dove in semifinale hanno impiegato quattro ore per fare 14 buche. Ormai negli Stati Uniti non riescono più a completare il venerdì le prime 36 buche. È vergognoso, perché impiegando cinque ore sembra che si giochino delle gare di circolo. Non viene rispettato il regolamento, molti giocatori si prendono anche tre minuti per giocare un colpo. Questa è diventata la media e temo sia troppo tardi per porre rimedio sia perché hanno permesso che diventasse un’abitudine con troppa tolleranza, sia perché il problema è stato sottovalutato per troppo tempo. Hanno redatto il regolamento senza punire fin da subito; e ormai rischiamo di non uscirne. Analizzando a fondo la situazione, bisogna ricordare che nei Tour comandano i giocatori e, di conseguenza, è proprio la loro associazione che paga gli stipendi agli arbitri; è quindi facile immaginare che, quando un arbitro deve dare la penalità, questo fatto lo senta.

Sono molto contento per Lorenzo Gagli e per Matteo Del Podio. Francesco Molinari non si può prendere in considerazione, perché finora ha giocato poco; ma resta una sicurezza. Sono invece preoccupato per Edoardo Molinari. Spero non si sia “incartato” troppo con il nuovo allenatore o con i nuovi attrezzi per l’allenamento, anche se sono certo che lui, che ha un’intelligenza superiore, si renderà conto di come tornare competitivo come nel 2010. Gagli mi ha parlato benissimo di Matteo Del Podio. Sta giocando bene, fiducioso della stagione e tranquillo. Del Podio ha un grande potenziale, ma deve abituarsi a giocare ai livelli dell’European Tour. Deve rendersi conto che ogni colpo sul Tour vale oro e che, pertanto, non ci si può permettere di buttarne via alcuno. Bisogna imparare a dimenticare e non arrabbiarsi mai, perché giocare ad alto livello vuol dire anche questo. Tanto di cappello ad Alessandro Tadini che a 38 anni ha ottenuto la carta quest’anno: è un esempio di costanza e determinazione per i giovani. Sono invece perplesso per la base. Gli allenatori lavorano sempre sui numeri piccoli e fra dieci anni, se non allarghiamo la base e facciamo il salto di qualità, non ci ritroviamo nessuno.

Osservando il calendario mi sono reso conto di quanto sia faticoso. Capisco perché molti giocatori giochino stabilmente sul PGA Tour. È molto più comodo rispetto all’Europa, dove si viaggia il doppio. Il fatto di aver perso sette gare in Inghilterra ha influito non poco. I big a questo punto pensano che negli USA si spostano bene, hanno montepremi di sette milioni di dollari, hanno il sole… Il loro maggior interesse diventano i Major, non guardano più al World Ranking. E sono più di uno i grandi che fanno questo ragionamento. A proposito di Major: ti saluto confessandoti che non vedo l’ora che arrivi il Masters.

Torna la polemica sull’abolizione dei “puttoni”: favorevoli o contrari?

Tim Finchem del PGA Tour ha dichiarato che il circuito americano non è in guerra con le istituzioni che governano il golf nella querelle sulla proposta di rendere fuori norma i belly o i long putter.

Mentre Matt Kuchar stava per vincere il WGC – Accenture Match-Play Championship grazie al suo belly, Finchem ha incontrato i media per spiegare che il Comitato dei Giocatori del PGA Tour aveva discusso il problema: “Abbiamo comunicato all’USGA la nostra posizione la scorsa settimana e il nostro Consiglio ha concluso che dovremmo essere contrari. Ho letto che i media ci dicono in guerra con l’USGA sulla questione ma voglio chiarire che noi abbiamo sempre dato il nostro sostegno e manteniamo il giusto rispetto. Tuttavia, ci è stata chiesta la nostra opinione e abbiamo capito che perseguire su quella strada era un errore. Per noi e per i nostri giocatori, questo tipo di bastoni esiste da generazioni e il gioco del golf è sempre andato bene. Quindi se non esiste una ragione valida per cambiare le cose non è necessario farlo”.

“L’USGA ha dichiarato che l’ancoraggio non apporta un vantaggio reale per la performance e vista la ricaduta che la decisione avrebbe con i dilettanti e con giocatori come Webb Simpson e Keegan Bradley, e coloro che sono cresciuti con questo bastone, si può parlare più che altro di aspetti negativi. I nostri giocatori sono divisi in due schieramenti perchè è una decisione soggettiva: c’è chi è d’accordo e chi sostiene che l’ancoraggio non dia particolari vantaggi e quindi non ci sia bisogno di abolirlo. Abbiamo sottoposto la nostra opinione e la PGA of America è risultata contraria. Vedremo cosa farà l’USGA”.

Se le istituzioni che governano il golf decideranno di introdurre un divieto, Finchem si chiede se il PGA Tour continuerà, da solo, a portare avanti un Tour che consente l’ancoraggio del belly o long putter. “Ma in realtà speriamo che l’USGA possa cambiare idea”.

Il grande spettacolo dell’US Open

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In attesa del British Open, ecco come ho vissuto l’US Open. Il torneo del campo impossibile, del risveglio di Tiger, del duello tra Furyk e GMac e della sorpresa di Simpson. Ma, soprattutto, di una scena toccante che pochi hanno saputo cogliere

Mi piacciono tutti i Major. E ognuno per motivi differenti. Sono tutti entusiasmanti, anche se quello che preferisco rimane l’Open Championship sia perché io vivo in Inghilterra, sia perché il golf è nato qui. Per quanto riguarda l’US Open che si è giocato il mese scorso, è un torneo che mi affascina perché si gioca sempre su campi difficilissimi. Su campi che sanno mettere in soggezione i giocatori. Su tracciati in cui, se girano level par, sono già contenti; su percorsi sui quali la maggior parte delle volte li si vede molto preoccupati. Lo dico con una punta di sadismo, ma questo li avvicina a noi “comuni mortali”. Come noi siamo spesso intimoriti da una buca che odiamo, anche i pro passano momenti di difficoltà. All’US Open ho visto giocare Tiger Woods, che è il mio idolo, benissimo per i primi due giorni, a dimostrazione del fatto che il lavoro svolto per ricostruire lo swing sta cominciando a dare i suoi frutti. Penso però che debba ancora abituarsi ai quattro giorni consecutivi ad altissimo livello.

Quando si lavora così tanto sullo swing a risentirne per primo è il gioco corto, ma sono convinto che – sistemato quello e recuperate le energie necessarie per le 72 buche – tornerà a essere il giocatore da battere. Mi è piaciuto vedere il Nord Irlanda che stava per vincere questo torneo per la terza volta consecutiva e mi piace immaginare il giorno in cui, con Manassero e i due Molinari, magari anche noi potremmo seguirne le orme. La vittoria di Webb Simpson è stata assolutamente inaspettata. Non ci siamo accorti di lui sino alle ultime sei o sette buche. Però ha vinto meritatamente; ha giocato bene nel momento decisivo. È stato bellissimo vedere una ragazzo così giovane aspettare la fine negli spogliatoi insieme alla moglie incinta, condividendo con lei questo momento. Io personalmente mi sono commosso. Mi ha appassionato anche la storia di Beau Hossler che, nel secondo giorno, è stato anche in testa per due buche. Mi sono immaginato la scena di questo ragazzino 17enne che il lunedì torna a scuola e, al preside che gli chiede cosa avesse fatto nel weekend, risponde semplicemente di aver giocato a golf con i migliori del mondo.

Del resto, seguendo le vicende del 14enne Zhang (il più giovane concorrente della storia dell’US Open), ho capito che il golf, insieme agli scacchi, è l’unica disciplina nella quale un giovanissimo può competere ad armi pari con un pro più esperto e maturo. Non ce ne sono altre, forse per motivi legati alla struttura fisica, e la bellezza del golf è anche questa. Furyk ha giocato un po’ troppo in difesa nelle ultime buche e con GMac, nel team leader, hanno fatto la gara uno sull’altro, dimenticandosi che qualcun altro avrebbe potuto emergere dalle retrovie, facendo 67 o 68. Questo dimostra che a volte arrivare da dietro comporta meno pressione e permette di sorprendere gli avversari. Complimenti comunque a Furyk perché ha dimostrato grande continuità. Peccato per gli ultimi “colpacci”: i due legni 3 e il ferro 9 chiuso alla 18. Ma ora aspetto con ansia l’Open Championship, il mio preferito…

Un Major a fattore “C”

mcdowell+simpson

Non sempre un campo difficile esalta la bravura di un giocatore. Al contrario, può mortificarne la tecnica a favore della fortuna. Ma all’USGA va bene così…

L’US Open è il Major che mi piace di meno nonostante la sua grande storia e il field “democratico”, perché giocare su un campo così difficile è durissimo. L’USGA continua sulla stessa politica del tracciato impossibile e penso che in queste condizioni la fortuna entri in campo in percentuale superiore rispetto agli altri tornei. In più, a ogni giro cambiano il taglio dei green, dei fairway, lo innaffiano più o meno e via dicendo. Non capisco questo atteggiamento, il Masters è tutt’altra cosa e non ne ricordo – nelle ultime 15 edizioni – uno noioso. Anche se è di notte (magari non così a tarda ora, come è stato a San Francisco) il pubblico rimane incollato alla tv, non si perde un secondo. Invece questa gara a volte ha avuto dei momenti morti in cui si vedevano giocatori con drive perfetti terminare ingiocabili in rough a causa di rimbalzi bislacchi; tiravano al green che non teneva e terminavano dietro con palla nuovamente ingiocabile; approcciavano, ma la pallina correva via e finivano con tre putt. Risultato: doppio bogey con tre colpi perfetti.

Sono felice che abbia vinto Webb Simpson e non vorrei che fosse considerato un giocatore non all’altezza, anche se all’inizio del torneo i bookmaker lo davano a 67. L’anno scorso ha fatto una bellissima stagione: due vittorie ed è terminato secondo nella Money List. È un bel giocatore come lo sono oggi tutti quelli nei primi 60 del World Ranking. Fra tutti loro – compreso Tiger, che non è più ai vertici assoluti – c’è ora una differenza sottilissima. Una volta i pro straforti erano dieci, ora sono 60. Sono molto preparati di testa a giocare su campi difficili e sono tutti fortissimi. In pratica ci sono quasi 60 numeri 1. Con casi, poi, come Thompson, che è arrivato secondo. Ma se un outsider come lui trova la settimana della vita, qui rientra in gioco la fortuna come dicevo prima. Si sono classificati bene anche Toms e Furyk, tutti giocatori pazzeschi del medesimo livello. Furyk, come ho detto anche in studio a Sky, è come Westwood con un gioco meraviglioso da tee e green ma entrambi sono sempre sotto tensione, perché sanno di essere cattivi puttatori. Non sono sereni come ad esempio McDowell, perché sanno che il putting a loro non funziona. Hanno meno possibilità di errore e questo si riflette specialmente sulla prestazione dell’ultimo giro.

Tiger ultimamente è molto meno “professionista”: si allena molto, ma vi consiglio di leggere il libro di Hank Haney e capirete le mie parole. Gli avversari non hanno più tanta paura di lui, lo rispettano ma non ne hanno il terrore. Deve ancora migliorare il gioco anche se è sempre un fenomeno a tirarsi fuori dai guai. In più, non gli funziona o il gioco o il putting; e non è un fattore tecnico, ma di testa. Non è una questione di “lavori in corso”, è un fatto mentale. Putta meno bene perché non si sente più invincibile ed è meno convinto di imbucare anche se, da buon americano, ripete la frase “I can make it!”.

Sono invece rimasto molto deluso dalla prestazione dei due migliori al mondo. McIlroy si è allenato pochissimo in questi ultimi tempi, ha mancato quattro tagli su cinque gare disputate. Ha fatto tutto tranne giocare a golf: l’hanno fotografato al seguito della fidanzata a Roma e con i gladiatori romani al Colosseo, sulla terrazza a Montecarlo e in tribuna all’US Open femminile. Lui ha un gioco difficilissimo, che deve mantenere con moltissimo allenamento. Ha un enorme talento ma uno swing che, se va fuori ritmo, fa score altissimi, perché gioca sempre a manetta. Non ha mezze misure e, se non gioca bene, manca il taglio; e questo non è possibile per il Numero 1. Donald probabilmente ha sentito la pressione. Ormai si trova nella stessa situazione di Westwood e gli stanno venendo i complessi per le mancate vittorie nei Major. Lui ha un gran tocco di palla a differenza dell’inglese, ma putta peggio quindi fa più fatica. Westwood è più costruito come giocatore, basta vedere l’inchino che fa sulla palla quando approccia. Ha un po’ le “mani di legno” intorno al green.

Sufficienza piena per tutti e due gli italiani. Peccato per le tre ultime buche di Francesco, che avrebbe potuto recuperare ulteriormente e finire nei primi 20, e per il secondo giro, dove ha preso pochi fairway. È comunque inutile stare a vedere le statistiche perché magari ha avuto anche dei brutti rimbalzi. Matteo fa più fatica su un campo del genere e ha lottato come un leone. Mi è piaciuto tantissimo nel secondo giro chiuso con il bellissimo birdie alla 8. In ogni caso sa su cosa deve lavorare e lo sta facendo.

Vorrei ribadire i miei complimenti a Simpson che è il classico giocatore non personaggio ma fenomeno (nei primi 60) di cui dicevo. Giocatori poco riconoscibili ma molto forti. Il golf di oggi è questo.

Belly putter, odio e amore

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Chi non lo può vedere, chi non ne può fare a meno: il puttone divide le opinioni dei golfisti, pro e non solo. La questione è aperta. Come, del resto, anche tante altre faccende

Non sono sicuro che tu lo sappia, ma il primo belly putter risale agli anni Sessanta. Una licenza per “body pivot putter” fu rilasciata a Richard Parmley nel 1965 e Phil Rogers lo utilizzò per primo sul PGA Tour alla fine di quel decennio. Quest’anno, Keegan Bradley ci ha vinto un Major, il PGA Championship ad agosto; e poi, nell’arco di poco tempo, ci sono state altre vittorie ottenute utilizzando il “puttone”, tra cui le due di Webb Simpson e quella di Adam Scott al Firestone. Se poi guardiamo il Senior Tour, c’è da non crederci a vedere quanto venga adottato. Questa moda recente è stata lanciata dall’ex capitano di Ryder Cup Paul Azinger. Il quale, intorno alla fine degli anni Novanta, iniziò a vacillare con il suo putter; lesse allora il libro di Dave Pelz in cui il guru del putt suggeriva di tenere puntato lo shaft del bastone nell’ombelico durante tutta la durata del colpo, per ottenere un risultato migliore. Trovato un nuovo putter che raggiungesse perfettamente il suo ombelico, Azinger iniziò a imbucare da qualsiasi distanza. Anche Phil Mickelson ha iniziato a usarlo. Certamente Phil è sempre stato uno che ama sperimentare l’attrezzatura. Ha avuto un lob wedge con 64 gradi di loft, quattro o cinque wedge diversi nella sacca, due driver… una volta ha anche giocato un US Open senza il driver. Mi sembra di ricordare che quando i puttoni fecero la loro comparsa, R&A e USGA dibatterono a lungo in merito alla loro legalità nel caso che un giocatore li avesse utilizzati per droppare la palla.

Al giorno d’oggi è una pratica comune: sono accettati in buona fede e la maggior parte di coloro che li utilizza spesso li usa proprio per droppare la palla. Del resto, adesso che qualcuno è riuscito a vincerci un Major, sarà molto difficile che vengano dichiarati non regolamentari, cosa che implicherebbe la vittoria di Keegan Bradley non più legittima. Personalmente, a me il puttone non è mai piaciuto e non ne sono un estimatore. Chiamatemi “tradizionalista” o “conservatore”, però quello non è golf. Anche se non c’è dubbio che sia il puttone sia il belly putter abbiano reso migliori molti puttatori mediocri, bisogna sottolineare che sono anche meno affidabili, perché, proprio per la loro natura, lasciano meno feeling nelle dita; per non parlare del fatto che quando c’è vento sono molto meno stabili. Ad ogni modo, un paio di anni fa ne ho provato uno, perché ero curioso. Ma mi sono bastati cinque colpi per scartarlo. Non ne ho mai usato uno in gara e – per come stanno le cose in questo momento – non riesco neanche a immaginarmi con un bastone del genere. Recentemente Donald ha affermato che non gli piacciono i belly putter e spera di non aver mai bisogno di usarli; ecco, io la penso esattamente come lui!

Sempre a proposito delle evoluzioni tecnologiche, molti oggi sostengono che la palla vada troppo lontana. Citano posti come St Andrews o i classici campi inglesi come The Berkshire e Sunningdale, sostenendo che sono diventati quasi ingiocabili per i professionisti moderni, per via della loro scarsa lunghezza. Ma anche qui, io la penso diversamente. Basta dare un’occhiata alla forza e alle modalità di allenamento dei giocatori di oggi, che sono radicalmente diverse da quelle di 10/15 anni fa. Finché qualcuno non farà uno studio dettagliato sulla testa dei bastoni e sulle velocità della palla generate dieci anni fa e lo confronterà con i risultati di altrettanti studi relativi a oggi, non si avrà una risposta definitiva. Riconosco che la palla è uno dei fattori di queste nuove “infinite” distanze, e probabilmente una manciata di metri in più se la fa; ma ci sono altri fattori alla base delle nuove distanze. Giocatori come Dustin Johnson, Gary Woodland, Bubba Watson e Robert Garrigus tirano molto forte e molto lontano. La velocità delle loro palle può superare i 280 km/h. Ma io, che non ho la loro potenza, sfioro pur sempre i 260 km/h. Non vorrei sfidare le ire delle autorità del golf, ma io invece della distanza vorrei la palla meno stabile in aria. Questo significherebbe un aumento di spin e obbligherebbe i giocatori a dare un effetto a ogni colpo, rendendo le cose molto più difficili. Così, credo che il golf avrebbe un fascino infinitamente superiore…