I veri campioni sanno imbucare quando serve

Indonesian Masters - Round Two

Un puttatore non può essere definito “grande” finché non centra un putt che valga un torneo

Mi è venuto questo pensiero mentre guardavo il World Golf Championship al Doral. In mezzo alle infinite pause pubblicitarie e agli sproloqui dell’ex campione Peter Oosterhuis, ho visto Steve Stricker mancare un putt da un metro e mezzo. “Questo genere di cose non le vediamo tutti i giorni,” ha detto il commentatore dieci minuti dopo che Stricker ne aveva mancato un altro dalla stessa distanza. “Steve è uno dei puttatori migliori al mondo.” Il che mi ha fatto pensare. Si vede spesso e volentieri un giocatore di livello mondiale che manca un putt da un metro e lo noto indipendentemente da quanto sonno mi fa venire il golf. Ma come si può definire un grande puttatore? Chi sono i veri grandi puttatori? Stricker può essere uno di questi anche se non ha mai giocato per vincere un Major? Per come la vedo io, un giocatore può avere le statistiche più stellari del mondo, ma finché non si trova davanti a un putt che conta davvero molto e lo imbuca, possiamo avere la certezza che sia un puttatore con i fiocchi? No, io credo di no.

Il pensiero torna allo US Open del 1994 nel torrido caldo di Oakmont. Il giorno prima che Ernie Els alzasse al cielo il primo dei suoi quattro titoli dello Slam e Colin Montgomerie diventasse rosso come il fuoco, Loren Roberts aveva un putt da poco più di un metro per diventare ciò che gli americani amano chiamare il loro “national champion”. Al tempo, Roberts possedeva uno degli swing più amati e acclamati su tutti i Tour del mondo al pari di Ben Crenshaw e Brad Faxon. Il “Boss of the Moss” aveva un movimento sui green per il quale era ammirato per purezza e stile. La storia, ovviamente, ci racconta che quel putt Roberts lo mancò. Ora, può succedere a tutti, anche i più grandi esponenti dell’arte oscura del golf hanno sbagliato qualche corto putt e l’allora 38enne non era da meno. Ma questo non è il punto. È come l’ha mancato che risalta all’occhio. Andava tutto bene fino a che non ha dovuto staccare il putter, la routine era la stessa di sempre e sulla palla è rimasto lo stesso tempo di qualunque altro colpo. Ma non era davvero così. Il suo colpo non sarebbe mai entrato. Colpito malissimo e aperto, il putt si diresse verso destra mentre il colore della faccia di Roberts divenne cenere.

Il che mi suggerisce che, in fondo, Loren Roberts non era poi così un gran puttatore. Un grande puttatore non l’avrebbe sbagliato, o quantomeno avrebbe preso la buca. Nervi, attributi, chiamateli come volete, ma conta tutto su un putt. E quell’aspetto vitale mancava del tutto in Roberts quando contava davvero. Dall’altra parte, l’uomo da cui Roberts e Monty hanno perso il play-off è un grande puttatore senza dubbio. Pensateci bene, in ognuno dei quattro Major in cui ha trionfato – Oakmont ‘94, Congressional ‘97 Muirfield ‘02 e Lytham ‘12 – Els ha sempre avuto dei putt ben più lunghi di qualche tap-in. I primi tre erano tutti sopra il metro abbondante e (anche se aiutato da un lungo shaft nell’ombelico) l’ultimo da cinque metri.

Certo è tragico prendere come esempio lo sfigato Roberts. È pieno il mondo di cattivi puttatori o buoni ma senza attributi. Faxon, uno dei più grandi secondo il pubblico, è uno di quelli. Proprio come Stricker, il nativo del Rhode Island ha un record misero nei Major e si è trovato a competere forse una o due volte. Ma quando si è trovato davanti a un putt importantissimo – la Ryder Cup del 1995 nel match contro David Gilford – ha titubato. Quindi la conclusione: Els è un grande, Stricker, Faxon e Roberts no.