Il team GB&I – senza l’aiuto dei continentali – batterebbe gli USA in Ryder Cup?

Se l’Europa vincesse questa Ryder Cup sarebbe la sesta vittoria nelle ultime sette edizioni. Un record quasi imbarazzante per l’America, che porta con sè una domanda: la gara sarebbe più entusiasmante se tornassimo indietro nel tempo e riportassimo la sfida a una gara tra GB&I e USA?

“Assurdo”, sarebbe la nostra reazione iniziale. Ma se pensassimo a un’attuale formazione GB&I, questa comprenderebbe il Numero Uno del mondo, due ex Numeri Uno, tre campioni Major, quattro campioni WGC e otto tra i migliori 37 del World Ranking. Rispetto alla squadra europea di quest’anno, i cinque continentali sarebbero sostituiti da Luke Donald, Shane Lowry, Marc Warren, Paul Casey e Tommy Fleetwood. D’altra parte, però, non ci sarebbero talenti come Henrik Stenson, Sergio Garcia e Martin Kaymer.

Le opinioni sono divergenti ma con una dozzina di giocatori britannici e 17 continentali nella Top 100 del World Ranking, le due formazioni sarebbero in grado di vivere – e competere – anche separatamente. Inoltre, le istituzioni del golf potrebbero sfruttare l’occasione per lanciare una nuova, avvincente sfida matchplay a quattro tra Europa, GB&I, Internazionali e USA sui più bei campi del mondo…

Gente da podio a fine stagione

rory matteo

Tra Major e Ryder è stato un anno strepitoso e appassionante. Tanti campioni hanno offerto un gioco spettacolare e divertente. E tre di loro sono davvero da medaglia

Il 2012 è stato anno olimpico e, più delle altre volte, si presta a un bilancio. Pertanto ho pensato di stilare, a titolo prettamente personale, un piccolo podio golfistico. Al terzo posto del mio podio metto Matteo Manassero. Manny è esploso un paio anni fa e ha dimostrato a tutti da subito le caratteristiche del campione. È normale, una volta arrivati così in alto in giovane età, fare un’analisi dettagliata e percepire cosa migliorare e aggiustare per continuare a competere ad altissimo livello per tanti anni. Matteo ha impostato in modo intelligente questo percorso che lo porterà a migliorare sempre di più. Come sempre succede, è naturale fare un passo indietro poi due avanti e così via.

Ora in finale stagione sta raccogliendo i frutti di un anno difficile e duro, all’insegna dei sacrifici dove la sua “testa” ha avuto una parte importante. Noi possiamo contare su campioni come Francesco Molinari, bravo e continuo, ed Edoardo, più spettacolare, creativo e “artistico”. Io credo che Matteo unisca le caratteristiche dei due: la continuità di Chicco e l’estro di Dodo. D’altronde questo è stato l’anno dei giovani. Nella vita di tutti i giorni, quando c’è crisi nella vita sociale, i giovani sono i primi che ne vanno di mezzo. Nello sport, quando c’è crisi, si deve dare loro più spazio perché hanno più possibilità e dimostrano di avere una maturità insospettata: il futuro del golf è in buone mani per quanto hanno fatto vedere finora. Auguro a Matteo un posto nella squadra della prossima Ryder Cup, di vincere due tornei – uno in Europa e uno in America – e di essere protagonista nei Major.

Sul secondo gradino sale Tiger Woods. Non potevo non inserire e premiare il mio idolo. Dopo tutto quanto successogli nella vita personale – i problemi familiari, i media che lo davano per finito – è rientrato vincendo tre tornei in un anno ed è stato quasi sempre protagonista nei Major. Per me è stato un grande rientro ai vertici. Mi immagino per lui una carriera sul genere di quella di Roger Federer: è stato il più grande di tutti, poi sono arrivati altri giocatori ma lui ha saputo risorgere e tornare in cima al World Ranking. Nella classifica mondiale del golf c’è stato qualcuno che si è alternato in vetta; ma sono convinto che presto Tiger tornerà ad essere il Numero 1. E non è certamente finito come giocatore, anche se ora la concorrenza è più agguerrita perché gli altri sono migliorati tantissimo anche grazie a lui, oltre ad aver perso il complesso di inferiorità nei suoi confronti.

Infine, medaglia d’oro del mio podio a Rory McIlroy. Ha avuto una stagione straordinaria e merita pienamente il posto che gli riservo, ma soprattutto quello che occupa nel Ranking. Ha classe immensa e una “testa” superiore. Dopo ciò che gli è successo ad Augusta, tutti a dire che non si sarebbe mai più ripreso; invece, la sua classe cristallina gli ha permesso di vincere due Major. Come un calciatore 18enne che si trova a tirare negli ultimi minuti di una partita importante due rigori decisivi e li sbaglia tutti e due. Rischia di non riprendesi più. E invece, Rory… Mi è anche molto piaciuto come ha affrontato e giocato la Ryder Cup. Mi regala davvero molte emozioni, tenendo anche conto della sua giovane età.

Meno numeri e più merito

donald westwood mcilroy

Il sistema di attribuzione dei punti nella classifica mondiale non è infallibile e spesso crea situazioni curiose. Che, in vista delle qualificazioni per la Ryder Cup, possono diventare paradossali

È sempre stato davvero facile trovare delle falle nello strano metodo con cui viene settimanalmente aggiornato il ranking mondiale e, a caduta, tutte le altre classifiche. Come facciamo a prenderlo sul serio quando, per esempio, Tiger Woods guadagna 44 punti per aver vinto un’esibizione di fine stagione contro altri 17 giocatori, presumibilmente annoiati, e, due mesi dopo, Phil Mickelson ne prende solo 6 per una strepitosa vittoria nell’AT&T Pro-Am a Pebble Beach contro un lotto di concorrenti di tutto rispetto? Francamente, non capisco; mi piacerebbe, invece, utilizzare questi numeri generati dal computer molto più seriamente tenendo in considerazione solo il golf “corretto”, “vero”, “tosto”. In altre parole, liberandoci di tutti gli eventi della cosiddetta “Silly Season”, in cui il numero di giocatori è inferiore, ad esempio, a 50.

In altre parole ancora, per rendere interessanti le classifiche dovrebbero essere considerati validi solamente i veri tornei dei veri Tour. Comunque la si pensi, l’argomento è tuttavia interessante soprattutto per quei giocatori che si aggirano intorno alla 50ma posizione. Il posto dove un golfista si sente più solo al mondo è il 51mo del WR. Chiunque sia nei primi 50 può scegliere dove e quando prendere parte ai tornei (eccezion fatta per i Major e le gare del WGC, quasi obbligatorie). Ma chi non rientra nei magici 50 viene considerato alla stregua di un parente povero. Essere nella Top 50 ha anche implicazioni enormi per la qualificazione in Ryder Cup, almeno in Europa. Infatti, chi nel periodo più caldo delle qualificazioni è oltre la 51ma posizione ha pochissime possibilità di qualificazione diretta o automatica.

Guarda cosa è successo l’ultima volta a Edoardo Molinari, che ha vinto due tornei dell’European Tour ed è arrivato quattro volte nei primi cinque: ha dovuto ancora fare affidamento sulla scelta del capitano Colin Montgomerie. Tutto perché ha cominciato dal fondo della classifica e ha giocato un unico evento nei primi quattro mesi di qualifica. Per guadagnarsi l’accesso diretto avrebbe dovuto vincere almeno cinque eventi del Tour nel 2010. Questo straordinario squilibrio non è né equo né giusto in qualsiasi ambiente realmente competitivo, dove ogni giocatore deve avere la stessa probabilità di successo. Invece, la pesante influenza della classifica mondiale ha creato la paradossale situazione per cui coloro che hanno diritto a rappresentare l’Europa nella sfida biennale contro gli americani sono spesso giocatori “vecchiotti”, iscritti al Tour ma poco partecipativi. Soddisfano i diversi criteri stabiliti per l’adesione al Tour e le qualificazioni di Ryder Cup, ma regolarmente solo questi.

Prendiamo il caso di Luke Donald. Per la qualificazione della squadra di Ryder Cup il golfista inglese nel 2010 giocò solo 14 tornei, cioè la metà di quelli in calendario (escludendo i Major e quelli del WGC). Miguel Angel Jimenez, suo compagno di squadra al Celtic Manor, ne giocò invece 29, nei 12 mesi validi per la qualificazione. Di questi, 22 erano tornei regolari dell’European Tour. In questi termini Jimenez è da considerare un giocatore più “europeo” di quanto non lo sia Donald. Ora, prima che qualcuno si indigni, questo non significa fare una colpa a Donald. Oppure al Tour europeo, che fa comprensibilmente tutto quanto in suo potere per presentare i giocatori più forti ogni due anni, anche per una dipendenza dalla “cassa” generata dalla Ryder Cup, ed è difficile biasimarlo per questo. Se gli americani tornassero ad avere il sopravvento come nelle passate edizioni, le implicazioni economiche sarebbe davvero forti.

Cosa voglio effettivamente dire? Solo che la classifica mondiale ha contribuito a creare “diversi” Tour europei: uno interpretato da una vera élite (Donald); un secondo giocato da pro di fascia medio-alta (Jimenez); e probabilmente almeno un altro, per i giocatori rimanenti. Tale situazione è, ovviamente, poco equa soprattutto quando ci si trova in anni di qualificazione per la Ryder. Certo, qualcuno come Donald non ha bisogno di giocare così spesso come Jimenez, che a sua volta ha più facilità a difendere il posto in squadra rispetto a un Edoardo Molinari. È giusto così o è forse il caso di rivedere i criteri di qualificazione, magari basandoci solo sui risultati di quegli eventi in cui tutti gli appartenenti al Tour sono ammessi a giocare? Parliamone.