Il team GB&I – senza l’aiuto dei continentali – batterebbe gli USA in Ryder Cup?

Se l’Europa vincesse questa Ryder Cup sarebbe la sesta vittoria nelle ultime sette edizioni. Un record quasi imbarazzante per l’America, che porta con sè una domanda: la gara sarebbe più entusiasmante se tornassimo indietro nel tempo e riportassimo la sfida a una gara tra GB&I e USA?

“Assurdo”, sarebbe la nostra reazione iniziale. Ma se pensassimo a un’attuale formazione GB&I, questa comprenderebbe il Numero Uno del mondo, due ex Numeri Uno, tre campioni Major, quattro campioni WGC e otto tra i migliori 37 del World Ranking. Rispetto alla squadra europea di quest’anno, i cinque continentali sarebbero sostituiti da Luke Donald, Shane Lowry, Marc Warren, Paul Casey e Tommy Fleetwood. D’altra parte, però, non ci sarebbero talenti come Henrik Stenson, Sergio Garcia e Martin Kaymer.

Le opinioni sono divergenti ma con una dozzina di giocatori britannici e 17 continentali nella Top 100 del World Ranking, le due formazioni sarebbero in grado di vivere – e competere – anche separatamente. Inoltre, le istituzioni del golf potrebbero sfruttare l’occasione per lanciare una nuova, avvincente sfida matchplay a quattro tra Europa, GB&I, Internazionali e USA sui più bei campi del mondo…

Inizia l’anno e già si pensa al prossimo Masters

masters 2014

Per quei giocatori nella Top 50 del World Ranking che non hanno guadagnato in altro modo l’invito al prossimo Masters, in programma dall 10 al 13 aprile, la fine del 2013 è stata una data da segnare sul calendario. Senza più eventi ufficiali da giocare e con il Masters aperto a tutti quelli che si trovano tra i primi 50, altri 14 giocatori si sono classificati per l’evento all’Augusta National.

Il sesto posto di Branden Grace al Nelson Mandela Championship è arrivato al momento giusto. L’ha lasciato 50mo nel ranking, davanti al compatriota sudafricano Richard Sterne, che per ora deve assicurarsi un invito attraverso altre vie.

Quei giocatori che si sono qualificati nella Top 50 sono: il giapponese Hideki Matsuyama (23mo), il danese Thomas Bjorn (24mo), il gallese Jamie Donaldson (26mo), il francese Victor Dubuisson (32mo), gli spagnoli Gonzalo Fernandez-Castano (35mo) e Miguel Angel Jimenez (37mo), Francesco Molinari (38mo), l’americano Rickie Fowler (40mo), Matteo Manassero (43mo), l’inglese David Lynn (45mo), il thailandese Thongchai Jaidee (46mo), lo svedese Peter Hanson (48mo), l’olandese Joost Luiten (49mo) e Grace.

Per la prima volta anche i giocatori che hanno vinto gli ultimi eventi del PGA Tour hanno ricevuto l’invito: tra questi, che non si sono qualificati altrimenti, Jimmy Walker (Frys.com Open), Ryan Moore (CIMB Classic) e Chris Kirk (McGladrey Classic). Anche i giocatori nella Top 30 della FedEx finale hanno guadagnato l’accesso. Infine, i vincitori dei primi 14 eventi del PGA Tour 2014 (escluso quello in Porto Rico) non altrimenti esenti riceveranno l’invito, così come coloro che si troveranno nella Top 50 del mondo al 30 marzo.

Il 2013 si è chiuso con Tiger Woods al primo posto, seguito dal campione in carica del Masters Adam Scott, Henrik Stenson, il campione in carica dell’US Open Justin Rose, il campione in carica dell’Open Championship Phil Mickelson, Rory McIlroy, Matt Kuchar, Steve Stricker, Zach Johnson e Sergio Garcia, che è arrivato al 10mo posto con la vittoria in Thailandia.

Ad oggi quindi il field del Masters 2014 comprende già 90 giocatori.

Gente da podio a fine stagione

rory matteo

Tra Major e Ryder è stato un anno strepitoso e appassionante. Tanti campioni hanno offerto un gioco spettacolare e divertente. E tre di loro sono davvero da medaglia

Il 2012 è stato anno olimpico e, più delle altre volte, si presta a un bilancio. Pertanto ho pensato di stilare, a titolo prettamente personale, un piccolo podio golfistico. Al terzo posto del mio podio metto Matteo Manassero. Manny è esploso un paio anni fa e ha dimostrato a tutti da subito le caratteristiche del campione. È normale, una volta arrivati così in alto in giovane età, fare un’analisi dettagliata e percepire cosa migliorare e aggiustare per continuare a competere ad altissimo livello per tanti anni. Matteo ha impostato in modo intelligente questo percorso che lo porterà a migliorare sempre di più. Come sempre succede, è naturale fare un passo indietro poi due avanti e così via.

Ora in finale stagione sta raccogliendo i frutti di un anno difficile e duro, all’insegna dei sacrifici dove la sua “testa” ha avuto una parte importante. Noi possiamo contare su campioni come Francesco Molinari, bravo e continuo, ed Edoardo, più spettacolare, creativo e “artistico”. Io credo che Matteo unisca le caratteristiche dei due: la continuità di Chicco e l’estro di Dodo. D’altronde questo è stato l’anno dei giovani. Nella vita di tutti i giorni, quando c’è crisi nella vita sociale, i giovani sono i primi che ne vanno di mezzo. Nello sport, quando c’è crisi, si deve dare loro più spazio perché hanno più possibilità e dimostrano di avere una maturità insospettata: il futuro del golf è in buone mani per quanto hanno fatto vedere finora. Auguro a Matteo un posto nella squadra della prossima Ryder Cup, di vincere due tornei – uno in Europa e uno in America – e di essere protagonista nei Major.

Sul secondo gradino sale Tiger Woods. Non potevo non inserire e premiare il mio idolo. Dopo tutto quanto successogli nella vita personale – i problemi familiari, i media che lo davano per finito – è rientrato vincendo tre tornei in un anno ed è stato quasi sempre protagonista nei Major. Per me è stato un grande rientro ai vertici. Mi immagino per lui una carriera sul genere di quella di Roger Federer: è stato il più grande di tutti, poi sono arrivati altri giocatori ma lui ha saputo risorgere e tornare in cima al World Ranking. Nella classifica mondiale del golf c’è stato qualcuno che si è alternato in vetta; ma sono convinto che presto Tiger tornerà ad essere il Numero 1. E non è certamente finito come giocatore, anche se ora la concorrenza è più agguerrita perché gli altri sono migliorati tantissimo anche grazie a lui, oltre ad aver perso il complesso di inferiorità nei suoi confronti.

Infine, medaglia d’oro del mio podio a Rory McIlroy. Ha avuto una stagione straordinaria e merita pienamente il posto che gli riservo, ma soprattutto quello che occupa nel Ranking. Ha classe immensa e una “testa” superiore. Dopo ciò che gli è successo ad Augusta, tutti a dire che non si sarebbe mai più ripreso; invece, la sua classe cristallina gli ha permesso di vincere due Major. Come un calciatore 18enne che si trova a tirare negli ultimi minuti di una partita importante due rigori decisivi e li sbaglia tutti e due. Rischia di non riprendesi più. E invece, Rory… Mi è anche molto piaciuto come ha affrontato e giocato la Ryder Cup. Mi regala davvero molte emozioni, tenendo anche conto della sua giovane età.

Meno numeri e più merito

donald westwood mcilroy

Il sistema di attribuzione dei punti nella classifica mondiale non è infallibile e spesso crea situazioni curiose. Che, in vista delle qualificazioni per la Ryder Cup, possono diventare paradossali

È sempre stato davvero facile trovare delle falle nello strano metodo con cui viene settimanalmente aggiornato il ranking mondiale e, a caduta, tutte le altre classifiche. Come facciamo a prenderlo sul serio quando, per esempio, Tiger Woods guadagna 44 punti per aver vinto un’esibizione di fine stagione contro altri 17 giocatori, presumibilmente annoiati, e, due mesi dopo, Phil Mickelson ne prende solo 6 per una strepitosa vittoria nell’AT&T Pro-Am a Pebble Beach contro un lotto di concorrenti di tutto rispetto? Francamente, non capisco; mi piacerebbe, invece, utilizzare questi numeri generati dal computer molto più seriamente tenendo in considerazione solo il golf “corretto”, “vero”, “tosto”. In altre parole, liberandoci di tutti gli eventi della cosiddetta “Silly Season”, in cui il numero di giocatori è inferiore, ad esempio, a 50.

In altre parole ancora, per rendere interessanti le classifiche dovrebbero essere considerati validi solamente i veri tornei dei veri Tour. Comunque la si pensi, l’argomento è tuttavia interessante soprattutto per quei giocatori che si aggirano intorno alla 50ma posizione. Il posto dove un golfista si sente più solo al mondo è il 51mo del WR. Chiunque sia nei primi 50 può scegliere dove e quando prendere parte ai tornei (eccezion fatta per i Major e le gare del WGC, quasi obbligatorie). Ma chi non rientra nei magici 50 viene considerato alla stregua di un parente povero. Essere nella Top 50 ha anche implicazioni enormi per la qualificazione in Ryder Cup, almeno in Europa. Infatti, chi nel periodo più caldo delle qualificazioni è oltre la 51ma posizione ha pochissime possibilità di qualificazione diretta o automatica.

Guarda cosa è successo l’ultima volta a Edoardo Molinari, che ha vinto due tornei dell’European Tour ed è arrivato quattro volte nei primi cinque: ha dovuto ancora fare affidamento sulla scelta del capitano Colin Montgomerie. Tutto perché ha cominciato dal fondo della classifica e ha giocato un unico evento nei primi quattro mesi di qualifica. Per guadagnarsi l’accesso diretto avrebbe dovuto vincere almeno cinque eventi del Tour nel 2010. Questo straordinario squilibrio non è né equo né giusto in qualsiasi ambiente realmente competitivo, dove ogni giocatore deve avere la stessa probabilità di successo. Invece, la pesante influenza della classifica mondiale ha creato la paradossale situazione per cui coloro che hanno diritto a rappresentare l’Europa nella sfida biennale contro gli americani sono spesso giocatori “vecchiotti”, iscritti al Tour ma poco partecipativi. Soddisfano i diversi criteri stabiliti per l’adesione al Tour e le qualificazioni di Ryder Cup, ma regolarmente solo questi.

Prendiamo il caso di Luke Donald. Per la qualificazione della squadra di Ryder Cup il golfista inglese nel 2010 giocò solo 14 tornei, cioè la metà di quelli in calendario (escludendo i Major e quelli del WGC). Miguel Angel Jimenez, suo compagno di squadra al Celtic Manor, ne giocò invece 29, nei 12 mesi validi per la qualificazione. Di questi, 22 erano tornei regolari dell’European Tour. In questi termini Jimenez è da considerare un giocatore più “europeo” di quanto non lo sia Donald. Ora, prima che qualcuno si indigni, questo non significa fare una colpa a Donald. Oppure al Tour europeo, che fa comprensibilmente tutto quanto in suo potere per presentare i giocatori più forti ogni due anni, anche per una dipendenza dalla “cassa” generata dalla Ryder Cup, ed è difficile biasimarlo per questo. Se gli americani tornassero ad avere il sopravvento come nelle passate edizioni, le implicazioni economiche sarebbe davvero forti.

Cosa voglio effettivamente dire? Solo che la classifica mondiale ha contribuito a creare “diversi” Tour europei: uno interpretato da una vera élite (Donald); un secondo giocato da pro di fascia medio-alta (Jimenez); e probabilmente almeno un altro, per i giocatori rimanenti. Tale situazione è, ovviamente, poco equa soprattutto quando ci si trova in anni di qualificazione per la Ryder. Certo, qualcuno come Donald non ha bisogno di giocare così spesso come Jimenez, che a sua volta ha più facilità a difendere il posto in squadra rispetto a un Edoardo Molinari. È giusto così o è forse il caso di rivedere i criteri di qualificazione, magari basandoci solo sui risultati di quegli eventi in cui tutti gli appartenenti al Tour sono ammessi a giocare? Parliamone.

Tutti per uno, uno per tutti

presidents cup

In uno sport tendenzialmente individuale, hanno senso le gare a squadre? Certo, perché emergono valori come il senso del gruppo e lo spirito di corpo. Qualità che oggi non sono così scontate

Non riuscirò mai a farmi una ragione del perché, quando parlo con persone che non hanno mai giocato a golf, le opinioni siano sempre le stesse: “È uno sport per vecchi”, oppure “Il golf è noioso”. Affermazioni davanti alle quali rimango sempre più perplesso. Perché io considero il golf una tra le discipline più complete e competitive, per tre ragioni. La prima è rappresentata dalla sfida con te stesso, dalla necessità di tenere sotto controllo le tue emozioni, per non permettere loro di condizionarti; la seconda è la lotta contro l’avversario, che ti mette pressione; e la terza, infine, è data dal fatto che giochi anche contro il campo, un “avversario” che necessita di una tattica di gioco, che dev’essere gestito e dai cui ostacoli (bunker, acqua, pendenze, distanze) non devi farti intimorire. Trovo che il golf sia lo sport ideale per chi ama la competizione, altro che noioso. Senza tralasciare che fa anche bene a livello fisico (per le lunghe camminate) e a livello sociale (permette di godere la compagnia degli amici e di approfondire conoscenze).

Per i professionisti, la formula più tradizionale di gioco è la Medal, o Stroke Play in Inghilterra, nella quale per quattro giorni il tuo competitor è il campo e ci si prepara cercando di mantenere grande continuità. Ogni anno, poi, ci sono le gare a squadre, come la Ryder Cup o la Presidents Cup, che in un certo senso avvicinano noi dilettanti alle sfide con gli amici e in questo caso il match-play è una formula molto più aggressiva nel senso che giochi contro l’avversario. Per i pro non è un grande problema cambiare formula perché molti di loro, soprattutto gli americani, sono abituati alle sfide universitarie testa a testa. Per alcuni di loro il problema è rappresentato dal giocare per una squadra. Il golf è uno sport individuale, come il tennis (che ha sì la Coppa Davis, ma per il resto è proprio l’esempio dell’uno contro uno). In queste gare, invece, nessuno gioca più per se stesso ma per un team e rappresenta un gruppo. Qui l’atteggiamento mentale è diverso, come per i tennisti in Davis o gli sprinter in atletica leggera per la staffetta 4×100, dove bisogna fare i cambi giusti per far vincere la propria squadra ed è necessario avere uno spirito coeso.

Proprio per questo spirito di gruppo, spesso abbiamo visto l’Europa – che ha maggior senso della squadra e giocatori che si conoscono meglio – battere gli Stati Uniti, considerati comunque più forti. Negli incontri di doppio, invece, è bellissimo l’adattamento dei due golfisti al gioco del compagno che non vuoi deludere; e quindi il destino è nelle tue mani, quanto nelle sue. Il fatto che il golf possa offrire un grande spettro di modi di gioco è un altro dei pregi che chi non lo conosce non può apprezzare. Ho visto la Presidents Cup e sono felice che Tiger stia tornando a livelli accettabili. Mi sono fatto l’idea che non possa e non voglia ritornare il Numero Uno al mondo, ma concentri tutti i suoi sforzi nel vincere i Major, facendo la corsa su Nicklaus. In fondo, ultimamente abbiamo visto diventate i migliori al mondo due giocatori come Luke Donald e Lee Westwood che non hanno mai vinto un Major. Scalare il World Ranking credo che ora interessi relativamente poco a Tiger Woods!

Ma quanto mi costi

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Sono tramontati i tempi di Old Tom Morris e Willie Park Senior, vincitori di soli onori. Oggi i tornei e gli sponsor assicurano montepremi favolosi, con cifre da capogiro. Ma non siate invidiosi: a volte si vince, ma spesso si perde

Non dovremmo mai dimenticarci che, in quanto professionisti, noi golfisti siamo in una posizione molto privilegiata. Essere ben pagati per girare in bellissime località esotiche è già di per sé un’esperienza straordinaria. Per di più, siamo pagati per fare qualcosa che amiamo (e che avremmo probabilmente fatto anche con un ritorno economico molto più modesto, se non nullo). Questa non è una cosa che possono dire in tanti. Nessuno può negare che al vertice del golf professionistico ruotano moltissimi soldi, ma agli inizi non era certo così: i vincitori dei primi quattro Open, dal 1860 al 1863 (Old Tom Morris e Willie Park Senior, entrambi due volte), non ricevettero alcun premio in denaro!

Un secolo dopo, Tony Jacklin ricevette un assegno di 4.250 sterline, quando vinse l’Open Championship del 1969 a Royal Lytham & St Anne’s; e dieci anni dopo, nel 1979, Seve Ballesteros ne ritirò uno di 15.000 sterline, quando conquistò il suo primo Open su quello stesso campo. Nick Faldo intascò “solo” 85mila sterline per la vittoria dell’Open a St Andrews nel 1990. “Solo” in confronto alle 900mila che si è portato a casa Darren Clarke a luglio, dopo la sua vittoria al Royal St George’s, tra premi di gara e incentivi dagli sponsor. Cifre che fanno capire come la remunerazione dei pro sia totalmente cambiata nel tempo. A marzo scorso, l’autorevole rivista inglese Golf World (da una cui costola è nato Golf Today) ha pubblicato la “Rich List”, che rivelava la Top 50 dei golfisti che avevano guadagnato di più nel 2010. E, devo ammetterlo, era molto affascinante scorrere quei nomi e, soprattutto, quelle cifre.

La lista includeva i guadagni sia “dentro” che “fuori” dal campo, e la Top 5 era composta nell’ordine da: 1. Tiger Woods (con 74.294.116 dollari); 2. Phil Mickelson (40.185.933); 3. Arnold Palmer (36.000.000); 4. Greg Norman (30.009.270); 5. Jack Nicklaus (25.175.000). Io ero “solo” 18mo nella lista; ma spero di guadagnare qualche posizione nel 2011, anche se ho davvero sprecato l’occasione nell’ultimo Major dell’anno, l’US PGA Championship all’Atlanta Athletic Club, in Georgia. È stato incredibilmente caldo tutta la settimana, con temperature che talvolta sfioravano i 48 gradi, ma non vale come scusante. I bogey arrivavano uno dietro l’altro: se non avessi perso un colpo a buca nelle ultime quattro del giovedì e non ne avessi persi cinque nelle prime quattro buche il sabato, le cose sarebbero andate molto diversamente. Sfortunatamente il nostro gioco è tutto fatto di “se” e “ma”.

Comunque, tornando ai vari premi, c’è un’enorme remunerazione nel nostro sport, se giochi bene. Certo, se mettiamo a confronto i migliori golfisti con i migliori calciatori, c’è ancora una grande differenza. Ma sono consapevole che la popolarità mondiale del calcio sia pesantemente maggiore di quella del golf, per cui se diamo una rapida occhiata ai compensi di Rooney, Torres, Messi, Kakà, Ronaldo e li confrontiamo con quelli di Luke, Westy, Rory, G-Mac e i miei, possiamo vedere come calciatori mediamente bravi guadagnino molto di più dei migliori golfisti. A ogni modo, per quanto possa sembrare poco credibile, non sono i soldi a motivarmi. So che è facile da dire nella mia posizione; ma non mi sono mai soffermato troppo sull’entità del montepremi di un torneo. E se sono in lotta per la vittoria, gli zeri dell’assegno passano in secondo piano: il titolo, il trofeo e i punti del ranking per me contano ben di più.

Quando metto a punto il mio calendario gare non penso al montepremi. Gioco comunque in tutti i più grandi tornei, magari pensando a quanto sia bello il campo o alle insidie che nasconde un percorso. Questi sono i fattori alla base delle mie scelte, e saranno sempre più importanti di qualsiasi altra cosa. È bello, nel golf, essere motivati dalla passione e dal desiderio di vincere. Poi, se il gioco viene ricompensato anche dal punto di vista economico, è ancora meglio!

Il primato del World Ranking non è più solo appannaggio della Tigre

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L’anno nero di Tiger ci ha dimostrato, per la prima volta dopo tanti anni, che tutti i primi 15 in classifica possono raggiungere il primato del World Ranking

Viviamo in tempi eccitanti. Da quando il mio vecchio amico Lee Westwood è diventato il Numero Uno al mondo lo scorso 31 ottobre, provare a fare una previsione di settimana in settimana sulla Top 10 è stato facile quanto azzeccare le previsioni del tempo.

Lee meritava tutto ciò che gli è arrivato; e ogni volta che lo incontravo mi ricordavo di chiamarlo “Numero Uno”. A essere onesti, visto il modo in cui aveva giocato ultimamente è stato normale per lui arrivare lì, ma era già consapevole di avere alle calcagna diversi ragazzotti che gli mordevano le caviglie…

Se un paio di anni fa qualcuno mi avesse chiesto se credevo di avere delle possibilità di diventare Numero Uno avrei risposto con un maleducato e secco “No!”. Non è mai stato tra i miei obiettivi fino ad oggi semplicemente perché era impensabile. Quando un certo Mr. Woods era lontanissimo, lassù in cima al ranking, noi tutti sapevamo quanto quel posto fosse fuori dalla nostra portata; quindi non perdevamo nemmeno tempo a pensarci.

Ora però, le cose sono cambiate. Tiger ha lasciato per strada così tanti punti negli ultimi mesi che il mio radar ha ricominciato a funzionare. E non solo il mio, anche quello degli altri 14 giocatori in cima alla lista. Chiunque di noi, con qualche buona prestazione per qualche mese di fila, può salire in cima al WR. Improvvisamente, il negozio di caramelle ha riaperto; e tutti si sono scoperti golosi!

Il nostro stato d’animo è cambiato profondamente. Il fatto che il primo posto sia finalmente raggiungibile dà una nuova e bellissima sensazione. Ti rinvigorisce. Sono sempre stato una persona piuttosto ottimista, ma realizzare di poter finalmente diventare il Numero Uno mi porta a guardare al mio golf in un modo ancora più positivo. Se ci fate caso, vedrete in tutti noi una nuova primavera!

Quando passai professionista negli anni Novanta, la maggior parte di noi era focalizzata sull’Ordine di Merito; e tutto ruotava intorno a quello. Ora è diverso, il World Ranking è diventato molto più importante. Indipendentemente da quanti punti fai, questi sono divisi per il numero di tornei disputati; siamo pressoché tutti d’accordo che questo metodo sia più onesto. Entrare prima nella Top 100, e poi nella Top 50, è l’unico modo per partecipare a certi tipi di gare. Do un’occhiata al World Ranking ogni settimana, senza dimenticarmene mai; guardo quanti punti sono disponibili nella prossima gara e dove potrei piazzarmi.

Mi piacerebbe che venisse fatto un sondaggio per chiedere ai primi 15 giocatori del mondo se preferirebbero vincere un Major o diventare Numero Uno: sono certo che molti avrebbero difficoltà a rispondere senza prima pensarci bene. Certo, Tiger e Phil risponderebbero subito “Il Major!”, ma sono sicuro che dopo si fermerebbero un po’ a riflettere…

Mettiamola così. Ci sono una marea di giocatori che hanno vinto un Major e sono stati tutto fuorché dimenticati. Però c’è una nettissima differenza tra loro e quei 14 gentiluomini che sono riusciti ad arrivare in testa alla classifica, nell’ordine: Tiger Woods (623 settimane), Greg Norman (331), Nick Faldo (98), Seve Ballesteros (61), Ian Woosnam (50), Nick Price (44), Vijay Singh (32), Lee Westwood (17), Fred Couples (16), David Duval (15), Ernie Els (9), Martin Kaymer (7 dopo il Masters, ndr), Bernhard Langer (3) e Tom Lehman (1).

Se venisse offerta a me la vittoria di un Major o lo spot di Numero Uno, io sceglierei l’Open Champion-ship senza neanche pensarci, ma trovo che ci sia un grande fascino nell’essere in vetta alla classifica, cosa che peraltro viene nei miei sogni subito dopo (e conseguente…) la vittoria dell’Open, e non manca molto ormai al 14 luglio! Non serve dire che il signor Woods potrebbe ridurre a mere chiacchere da bar queste discussioni vincendo un paio di Major e ripetendo una di quelle sessioni di vittorie che l’hanno reso famoso in più di un’occasione.

Nessuno si sorprenderebbe se questo nuovo swing del coach Sean Foley facesse effetto e lo riportasse ai fasti di un tempo, intoccabile in cima al monte. Non si fa nove sotto il par in 12 buche, come fece contro Francesco Molinari nei singoli di Ryder, o un 67 all’ultimo giro del Masters, come pochi giorni fa, se si è perso il proprio swing! Ma dato che anche lui è umano e cammina sulla Terra come noi, la cosa si fa più interessante. Se dovessi mai farcela a raggiungere la prima posizione, non saprei proprio come potrei sentirmi. Quello che posso promettere è che organizzerei una festa pazzesca!