The Presidents Cup - Preview Day 2

Torna la Presidents Cup (8-11 ottobre), sfida biennale tra la selezione statunitense e quella dei giocatori “Internazionali” dai quali sono esclusi gli europei, che invece sono chiamati in causa nella Ryder Cup. Teatro dell’undicesima edizione dell’evento il Jack Nicklaus GC Korea, a Incheon City in Corea.

Il modello è lo stesso dettato dall’evento ideato da Samuel Ryder nel 1927 con il trofeo conteso tra due compagini di dodici elementi e con due giornate di doppi e una di singoli. Cambiano però i punti in palio che sono 30, con variante rispetto alle ultime edizioni in cui erano 34, e con diversa progressione degli incontri. Nella prima giornata si terranno cinque foursomes, seguiranno nella seconda altrettanti fourballs, poi nella terza si giocheranno otto match, quattro per ciascuna formula, e infine il gran finale con i rituali dodici singoli.

Gli Stati Uniti, affidati a Jay Haas con assistenti Fred Couples, Davis Love III e Steve Stricker, schiereranno Jordan Spieth, Bubba Watson, Jimmy Walker, Zach Johnson, Rickie Fowler, Dustin Johnson, Patrick Reed, Matt Kuchar, Chris Kirk, J.B, Holmes, Bill Haas e Phil Mickelson, gli ultimi due gratificati con una wild card.

L’International Team sarà condotto per la seconda volta consecutiva da Nick Price dello Zimbabwe, con il coreano K.J. Choi vice capitano e con assistenti il sudafricano Tony Johnstone e Mark McNulty, ex Zimbabwe e ora sotto bandiera irlandese. Andranno in campo: gli australiani Jason Day, Adam Scott e Marc Leishman, i sudafricani Branden Grace, Louis Oosthuizen e Charl Schwartzel, l’indiano Anirban Lahiri, il thailandese Thongchai Jaidee, il giapponese Hideki Matsuyama, il neozelandese Danny Lee e, grazie alle wild card, l’australiano Steven Bowditch e il coreano Sang Moon Bae.

Il bilancio della sfida è in netto favore degli Stati Uniti, con otto successi, una sconfitta e un pari, e che sono reduci dalla vittoria nel 2013 ottenuta per 18,5 a 15,5 a Dublin nell’Ohio.

Come detto, gli americani hanno perso una sola volta, ma fu una sconfitta che lasciò il segno. Era il 1998 e a Melbourne gli “Internazionali”, guidati da Peter Thomson, inflissero agli statunitensi un pesantissimo 20,5-11,5 (all’epoca i punti erano 32) e Jack Nicklaus ne uscì fuori criticatissimo per essere divenuto il capitano USA ad aver subito il passivo più pesante della storia in tutti gli incontri internazionali dei team a stelle e strisce. Due anni dopo gli statunitensi, affidati a Ken Venturi, di presentarono con i coltello tra i denti al R. Trent Jones GC, in Virginia, e restituirono il passivo con tanto di interessi (21,5-10,5), ma ciò non valse a cancellare l’onta subita da Nicklaus. L’unico pareggio arrivò per… l’oscurità. Nel 2003, sul percorso disegnato da Gary Player a Fancourt, nei pressi di George in Sudafrica,  la sfida si concluse con 17 punti a testa. Poiché la squadra detentrice non aveva diritto a mantenere il trofeo in caso di pareggio, si andò al playoff tra Tiger Woods ed Ernie Els, ma la luce non fu abbastanza. Non potendo i giocatori rimanere il giorno dopo si decise di assegnare il trofeo a entrambe le contendenti.

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