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Occhi rossi. Voce tremolante. E una battaglia interiore per cercare di nascondere le lacrime. Un Rickie Fowler come non l’avevamo mai visto. Tremendamente emozionato e nello stesso tempo dispiaciuto, per non essere riuscito a portare a casa la sua quinta vittoria in nove tornei. Ma soprattutto terribilmente affranto, per non essere riuscito a vincere davanti agli occhi dei suoi genitori, dei suoi amici e dei suoi nonni, che le sue vittorie, fino ad oggi, le hanno vissute solo in televisione.

Sappiamo quasi per certo, che l’occasione si ripresenterà e questa esperienze renderà Fowler ancora più forte e più affamato di vittorie. Il carattere non gli manca affatto e il gioco beh, è eccezionale. Del resto, un po’ come il suo stile. Ciò che però è avvenuto lascia davvero riflettere. No, non per sollevare l’ennesima discussione su “genitori sì” o “genitori no” a seguire i figli in campo.

Uno come Fowler, abituato a tribune affollate di tifosi – basti pensare che solo sabato sui fairway di TPC c’erano ben 201.003 persone – avrà il giusto sangue freddo per non pensare a mamma, papà e nonni presenti a bordo campo per applaudirlo. Ciò che fa riflettere non è certo questo. Rickie non ha perso perché c’era presente tutta la sua famiglia a guardarlo. E Rickie non ha perso durante il playoff, ma ben prima. L’occasione del resto fa l’uomo … Ed è stata un’occasione a far sì che Matsuyama “rubasse” la vittoria a Fowler sotto i suoi occhi tristi ed emozionati.

Un’occasione chiamata buca 17 in questo caso, una delle buche più semplici dello Stadium Course TPC Scottsdale. Prima però occorre fare un passo indietro, al quarto e ultimo giro quando Rickie si è avvicinato al tee di questa fatidica buca con due colpi di vantaggio su Matsuyama. La 17 è un par 4 corto, di appena 303 metri e quindi perfetto per poter puntare al green con il primo colpo, chiudendo magari in birdie. È quello che avrebbe voluto e potuto fare Fowler se, forse come affermato da diverse riviste americane, questa volta non avesse ascoltato il suo caddie.

Già, perché guardando la gara ieri sera sembrava proprio che Rickie avesse intenzione di giocare il legno 3. La scelta più ovvia e sicura verrebbe da dire, ma che è stata abbandonata qualche istante dopo, preferendo il driver. NBC, la nota televisione americana, è riuscita a riprendere tutto, ovvero l’istante della discussione avvenuta tra Fowler e Joe Skovron – suo caddie – sulla decisione del bastone. Quest’ultimo avrebbe detto al proprio giocatore, che con il bunker a destra a 242 metri sarebbe stato semplice superarlo. E se così fosse stato, avrebbe raggiunto anche senza problemi l’acqua a sinistra posta a 262 metri. In parole povere, il driver sarebbe stata la scelta più giusta e sicura.

Sarebbe, appunto. Ma non in questo caso. Così, Fowler ha seguito il consiglio del caddie mettendo a segno uno dei suoi colpi migliori e tirando la palla a 289 metri. Questa ha battuto poco prima del green per poi rotolare inesorabilmente dietro lo stesso e in acqua. Ed è qui che il web americano si è scatenato, puntando l’attenzione proprio su Skovron.

Inulte farlo direte voi, perché tanto poi Rickie ha potuto giocare nuovamente la 17 durante il playoff, optando questa volta per il più sicuro legno 3. Il risultato lo conosciamo tutti: ancora acqua, un brutto bogey contro il par di Matsuyama e l’inesorabile “Sad Ending”. Il trofeo è finito direttamente nelle mani del giapponese alla buca 18, ultima del playoff, e ciò che rimarrà per sempre impresso nella mente di ognuno di noi sono le lacrime di Fowler in conferenza stampa.

Lacrime amare per la sconfitta ma anche lacrime vere di un giovane ragazzo come ce ne sono tanti, in giro per il mondo vivendo lontano da casa, che avrebbe tanto voluto abbracciare i propri famigliari festeggiando insieme la vittoria.

“La parte difficile è, lo sapete, avere qui tutti i miei amici, la mia famiglia, i miei nonni e mio padre che non avevano ancora assistito a una mia vittoria, ma potrò passare la serata con loro. Starò bene. Visto come sto giocando, so per certo che posso vincere. E questa è la parte più difficile”.

Lacrime che ricordano un altro giocatore, un certo Tiger Woods, che proprio dieci anni fa scoppiò in un pianto dirotto vincendo il suo undicesimo Major e terzo The Open Championship a Royal Liverpool. Tiger aveva 29 anni, due anni in più di Fowler: pianse per suo padre Earl che, scomparso mesi prima, non poté essere lì con lui a festeggiare. Segno, che anche per i grandi campioni i genitori sono una forza in più… E non un intralcio. Ma sempre con le dovute accortezze.

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