atomo

Sono quattro, secondo quanto si è osservato e capito finora, le forze fondamentali che muovono le cose del mondo; questo, più o meno, lo sanno tutti. Sì, vero: non sono proprio quattro; forse sono tre, perché la forza debole (una delle due che agiscono negli atomi; l’altra è, ovviamente, quella forte) si fonde, in determinate situazioni, con l’interazione elettromagnetica e diventa la forza elettrodebole. Tre o quattro che siano (o addirittura cinque, come azzarda qualcuno spingendosi verso nuove teorizzazioni), ce n’è una di cui i fisici ancora devono capire molto: è l’interazione gravitazionale. Newton si pose il problema originale: perché gli oggetti, se lasciati a loro stessi, tendono tutti verso la terra? Domanda fondata e risposta mancata. A dimostrazione che, per fare progressi, indovinare le domande giuste conta tanto quanto indovinare le risposte esatte. E comunque Newton, osservando e calcolando, riuscì a descrivere il modo in cui questa attrazione lavora. E a spingere la sua comprensione del fenomeno fino al moto dei corpi celesti. Storico risultato; ma, appunto, anche il grande filosofo naturale inglese si trovò incapace di dare una spiegazione, anche all’ingrosso, alla questione della trasmissione a distanza, e perfino nel vuoto, di una forza in grado di muovere i pianeti. Da lì in avanti i progressi della scienza sono stati spettacolari, ma la domanda che imbarazzava Newton è rimasta senza risposta.

Gli investigatori, quando non sanno dove andare a parare per trovare l’assassino, fanno l’identikit. I fisici hanno seguito la stessa strategia. Se la forza elettrica la portano gli elettroni, quella gravitazionale la porteranno i… gravitoni. Ecco, il nome c’è; ora si tratta solo di trovarli e, una volta trovati, tutto il resto della spiegazione ci cadrà in testa, appunto, come una mela matura. Li cercano al Cern, li cercano sotto al Gran Sasso e pure in fondo alla galassia, dove verrebbero rivelati dalla individuazione di onde gravitazionali (se c’è l’onda c’è l’acqua, se permettete il paragone marittimo).

Insomma, cari golfisti, con ogni colpo che tirate non state perdendo tempo ma state dando un contributo alla ricerca. Noi che abbiamo dato all’umanità il rattone e il flappone, non possiamo far mancare il nostro sostegno alla caccia al gravitone. E sia di consolazione a chi s’interroga sulla propria incapacità di determinare, neppure in modo approssimativo, la traiettoria del colpo, sapere che in realtà neanche i massimi cervelli in circolazione sanno cosa stia succedendo veramente tra la palla piccola scagliata dal nostro colpo e la palla grande (il pianeta su cui inevitabilmente ricadrà). Mentre osserviamo la palla volare, i nostri pensieri sono altrove. E sbagliamo, pensiamo alla mela, se sia buona o cattiva, invece di innalzarci alla teorizzazione. Il gravitone ineffabile, o chi per lui, sia invece il nostro scudo. Perché sei finito in bunker? Non lo so; ma non lo sanno neanche al Cern, quindi non mi scocciate. Una forza misteriosa lega le masse dei due oggetti e noi la scateniamo. Probabilmente qualche miliardo di gravitoni entra in azione per accompagnare anche un approccino di pochi metri. E come i fotoni (sempre per ipersemplificare e non ce ne vogliano i fisici veri) portano la luce sotto forma di pacchetti di energia, così si immagina che agiscano i gravitoni. Come particelle quantistiche, a volte massa, a volte energia.

Quindi ineffabili doppiamente se cerchiamo di pensare a essi e individuarli usando la nostra esperienza quotidiana della meccanica. Una sola domanda vorremmo sottoporre ai fisici ginevrini o ai colleghi del Gran Sasso: perché l’acqua, specialmente sotto forma di ameni laghetti, ha un campo gravitazionale irresistibile, più forte del normale terreno?

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